Disegno a cura di Chiara Bagagli, III D
“Esigua è la parte di vita che viviamo. Di certo tutto il resto non è vita, ma puro tempo”. Seneca, nel De brevitate vitae, ci rimprovera poiché, persi nella nostra travolgente routine, frequentemente ci dimentichiamo di guardare la vita, che può essere realmente vissuta attraverso le forme più differenti e inaspettate.
In un periodo di tale confusione: “e la prova di matematica?”,“quale università mi rispecchia?”, “sono all’altezza di questo mondo?”, sento di aver perso la “diritta via”. Offuscata dalla stanchezza e dalla pressione, vivo nel modo opposto in cui Seneca insegna, sbagliando.
Eppure è accaduto che, per qualche istante, ciò che mi richiamasse al mondo fosse l’arte, una scultura, un concetto. Passeggiando tra le splendide stanze della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, completamente immersa tra opere impregnate di irrazionalità e vite, una Venere mi ha risvegliato dal sonno. In una stanza dedicata unicamente alla figura femminile, la scena è rubata e vinta dalla statua di Mateo Maté, la Venus nera. Questa scultura dà vita ad una installazione poiché è accompagnata da una grande foto della Venere italica di Canova, collocata alle sue spalle. La prima caratteristica che risalta della statua è la resina, che ci allontana dalle marmoree sculture neoclassiche e ci mostra una lucida pelle nera. Ma di una bellezza disarmante sono i tratti tipici dell’etnia subsahariana, che danno vita ad una Venere rivoluzionaria, grandiosa. Per quanto riguarda il resto delle caratteristiche, capigliatura, veste, posizione, l’opera rimanda perfettamente alla scultura di Canova, che cambia pertanto solo nell’etnia.
“Perché non prima?” è lecito domandarsi, "perché non prima qualcuno mi aveva parlato dell’esistenza di un scultura di tale potenza?”. Mi sono svegliata di colpo e il mio tempo, per qualche istante, è tornato ad essere vita. Vedevo bellezza in entrambi i corpi, vedevo potenza in entrambi i visi. Sublime è l’effetto scatenato interiormente, perché potente è stata la consapevolezza di aver visto, per un istante, un mondo finalmente giusto. Non ho letto nessuna legge, studiato alcun codice, eppure era davanti a me questa sentenza, in un’opera d’arte. Matè le pone una vicino all’altra e non per dar vita a confronti, quanto piuttosto per evidenziare l’equilibrio energetico che due corpi così diversi possono far nascere. E seppur la Venus nera arriva tardi, ciò non ci impedisce di affermare che, in questo mondo che continua ad andare a rotoli tra conflitti ingiusti, qualcosa di grande può ancora accadere, una resistenza nonviolenta può realmente esistere: l’arte.
Il giudice ha dunque battuto due volte il martello: il processo è finito, oggi abbiamo vinto.
Francesca Torrisi, V G