Disegno a cura di Theodore Lare Lantone, IV B
“Ho tutte le caratteristiche di un essere umano: carne, sangue, pelle e capelli. Ma non un solo, chiaro e identificabile sentimento, a parte l’avidità e il disgusto.”
-Patrick Bateman
Questa iconica citazione può essere utilizzata per descrivere in sintesi American Psycho, pellicola del 2000 diretta dalla regista Mary Harron, e ispirata all’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis.
Definito da alcuni studiosi come l’ideale rappresentazione in forma di finzione del narcisismo maligno, American Psycho, ambientato alla fine degli anni ’80 a New York, segue le vicende di Patrick Bateman, il classico yuppie ricco e di bell’aspetto che alterna la sua vita da broker di Wall Street ad un maniaco omicida. American Psycho, diventato ormai un cult, riesce a mettere in risalto la forte critica all'élite americana, impegnata in un consumismo sfrenato rivolto solo ed esclusivamente al proprio riconoscimento sociale, saturo di ipocrisia e apparenza. Il personaggio di Patrick Bateman è tanto complesso e inquietante quanto affascinante, e uno di quelli che più mi ha colpito in ambito cinematografico. Patrick è chiaramente affetto da un disturbo narcisistico di personalità caratterizzato da un egocentrismo patologico, dall’incapacità di provare empatia verso le altre persone, e ovviamente dal bisogno costante ed ossessivo di ricevere ammirazione. Questa patologia presenta una percezione di sé stessi e dell’io interiore alterata, che porta ad un sentimento di importanza personale e di idealizzazione di sé chiaramente fasulla. Tutti questi anomali comportamenti si ritrovano nel personaggio di Patrick, che infatti manifesta per tutto il film una maniacale cura per il corpo e l’aspetto fisico, routine data dalla volontà di apparire sempre e comunque migliore degli altri, e in particolare dei suoi colleghi di lavoro, con i quali spende molte chiacchiere superficiali, ma per cui cova un sentimento di puro odio e gelosia. Patrick può rappresentare, seppur in parte, un moderno Dorian Gray, quindi un uomo che fa della sua bellezza e del suo apparire la sua attitudine, fino a creare una disturbante personalità di psicopatico violento e sanguinario, celato però dalla classica “faccia d’angelo”. Bateman rimarrà quindi impunito e la scia di omicidi iniziata continuerà inesorabilmente. La sua mente, consumata dal narcisismo e dalla sete di sangue, arriverà ad un punto in cui non sarà più in grado di distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Il confine tra “realtà” e “irrealtà”, costantemente rimasto labile fin dall’inizio del film, sfocia nella parte finale in un oceano di enigma e dubbio che inducono lo spettatore a pensare che tutto ciò che Patrick ha commesso sia fittizio, mettendo in discussione l’intero film. Ciò è dato dalla scena finale in cui Patrick confessa tutti i crimini al suo avvocato che non lo prenderà in considerazione, data la posizione sociale del protagonista, e addirittura lo scambierà per un altro individuo. La personalità e il fascino che Patrick ha costantemente ostentato gli impediranno di esprimersi e di essere preso sul serio. La sua confessione rappresenta la sua unica via di fuga da questo loop, ma resta e resterà per sempre inascoltata, lasciando Patrick nel suo dolore e alienandolo dal mondo che lo circonda. Non c’è catarsi o punizione che lo aspettano, solo un immenso dolore.
“Non ci sono più barriere da attraversare. Tutto ciò che ho in comune con l’incontrollabile e la follia, la depravazione e il male, tutte le mutilazioni che ho causato e la mia totale indifferenza verso di esse; tutto questo ora l’ho superato. La mia pena è costante e affilata, e io non spero per nessuno un mondo migliore, anzi voglio che la mia pena sia inflitta agli altri, voglio che nessuno possa sfuggire. Ma anche dopo aver ammesso questo non c’è catarsi: la mia punizione continua a eludermi, e io non giungo a una più profonda conoscenza di me stesso. Nessuna nuova conoscenza si può estrarre dalle mie parole. Questa confessione non ha nessun significato.”. Patrick Bateman
Pietro Pecchiai, II N