Disegno a cura di Marco Ambrosi, III H
Quello che vedete come titolo è il nome, scritto in persiano, di Masha Amini, una giovane ragazza di Saqqez, città iraniana della regione del Kurdistan, che il 13 settembre scorso si trovava a Teheran in vacanza con la famiglia, e che da lì non fece più ritorno.
Per comprendere nel modo migliore la storia di Masha è necessario fare un passo indietro e capire come l’Iran sia arrivato ad essere il Paese che è oggi. Lo Stato di cui adesso tutti parlano a causa delle proteste in atto, ha una storia antichissima, precedente alla nascita di Cristo, da quando il Paese era noto come Persia, ma ciò che interessa a noi si trova molto più avanti nella Storia. Fino al 1951 in Iran aveva dominato l’autoritaria dinastia Pahlavi (che aveva preso il potere nel 1925 dopo aver deposto l’ultimo sovrano Qajar); in questo anno salì al potere il primo ministro Mohammed Mossadeq, che provò ad instaurare una democrazia filo-socialistà e mise fine alla collaborazione - che si traduceva in sfruttamento - con il Regno Unito. Così facendo, non solo si mise contro gli Stati Uniti, impauriti da una possibile alleanza con l’URSS e il Regno Unito, ma anche il clero sciita, contrario alle riforme sociali che si allontanavano dalla legge coranica. Questi dissapori portarono nel 1953 la CIA e il SIS (l'intelligence britannica, anche nota come MI6) ad orchestrare un colpo di stato. Il colpo di stato, noto come operazione Ajax, fallì, ma poco dopo l’esercito, insieme ai militanti sciiti, catturò Mossadeq e lo condannò all’esilio, restituendo ai Pahlavi il potere e riavvicinando l’Iran all’Occidente.
Il secondo punto di svolta arrivò quando, nel 1979, i dissapori dovuti all’inasprimento del regime appoggiato dalle forze occidentali sfociò prima in proteste pacifiche, poi in una vera e propria rivoluzione, che portò il 1 aprile 1979 alla nascita della Repubblica Islamica. A seguito della formazione del nuovo Stato, nel 1980, il dittatore iracheno Saddam Hussein, vista l’instabilità dovuta alla rivoluzione, decise di attaccare l’Iran, che riuscì, nonostante la mancanza di alleati (il regime di Hussein era appoggiato da tutto il blocco occidentale) a fronteggiare le forze irachene e a non cadere. Questo conflitto (terminato nel 1988) portò i cittadini ad appoggiare sempre di più il nuovo governo e ad accettare la forte islamizzazione (secondo la corrente sciita) che il Paese stava intraprendendo. A questo punto il neo governo di Teheran si impegnò nel ricucire le relazioni internazionali e nel far ripartire l’economia, processo non semplice vista la contrarietà degli Stati Uniti alla riammissione negli organi internazionali dell’Iran, che tuttavia riuscì a tessere buoni rapporti con i Paesi dell’ex blocco sovietico ed alcuni paesi dell’UE come Germania e Italia. Per quanto riguarda la politica interna, il governo intensificò la legge coranica e la shari'a, con l’introduzione di diversi reati e un vasto uso della pena di morte (quasi al pari degli Stati Uniti per esecuzioni capitali annue) per reati come omicidio, terrorismo, moharebeh (ogni tipo di offesa religiosa), omossessualità, rapporti sessuali illeciti, adulterio, traffico e consumo di stupefacenti e alcool, stupro, prostituzione e spionaggio.
In questo contesto la condizione femminile compì un passo indietro gigantesco: mentre durante il governo della dinastia Pahlavi le donne erano praticamente poste nelle stesse condizioni (a livello legislativo) delle donne occidentali, tanto che ci furono numerosi ministri donna, oggi la situazione è ben diversa e per loro sfavorevole. Il nuovo governo nel tempo revocò la maggior parte dei diritti politici, sociali e civili delle donne e introdusse l’obbligo di indossare il velo in pubblico, punendo le disobbedienze con la tortura (74 frustate). Alle donne iraniane è vietato cantare, ballare, recarsi allo stadio (se non per le partite della nazionale e comunque accompagnate), di ricevere eredità (va al marito) e di viaggiare da sole.
Ora che abbiamo brevemente ricostruito come l’Iran sia giunto a questo punto, torniamo al caso di Masha Amini. Al momento dell’arresto si trovava per strada con il fratello, quando delle pattuglie della polizia morale iraniana la catturarono e la portarono alla stazione della Polizia. Al fratello fu detto che Masha stava portando il velo in modo errato e che l’avrebbero sottoposta ad una breve lezione sul hijab per rilasciarla entro un’ora. Il 16 settembre scorso, dopo due giorni di coma, Masha morì nell’ospedale Kasra della capitale. La clinica e la Polizia riferiscono di un infarto, ma alcuni testimoniano di aver visto gli agenti torturarla provocandole un’emorragia cerebrale e il successivo coma che portò alla morte. L’autopsia è illegale in Iran a causa della legge coranica, ma alcuni medici dicono di aver registrato fratture ossee e diversi lividi lungo tutto il corpo.
Subito dopo la morte di Masha, dalla sua città natale (Saqqez) è partita una gigantesca onda di proteste (più di 1200 manifestazioni e 161 città coinvolte), che ha scosso tutto il Paese e generato reazioni a livello internazionale, con il governo iraniano che accusa gli Stati occidentali di aver architettato il fenomeno. I principali protagonisti delle proteste sono studenti e ragazze, che chiedono a voci unite maggiori diritti per le donne, giustizia per Masha e la caduta della Repubblica Islamica, guidati dallo slogan: “ژینا جان تو نمیمیری. نامت یک نماد میشود”, letteralmente “Amata Žina [Mahsa], non morirai. Il tuo nome diventerà un codice [per la chiamata all'adunata]”. Il governo, oltre che sospendere le forniture di energia e Internet, sta reprimendo le proteste nel sangue, con un conteggio dei morti al 29 dicembre (Human Rights) di 508 vittime di cui 69 minori e più di 18.000 arresti. Diverse ONG stanno condannando apertamente il governo iraniano, condanna che non è ancora arrivata dalle Nazioni Unite che si dichiarano solamente “preoccupate”, mentre l’Europa sta valutando di imporre sanzioni.
Decine di persone, tra cui alcuni minorenni, rischiano l’esecuzione in relazione alle proteste in corso in Iran. Le autorità iraniane usano la pena di morte come mezzo di repressione politica per instillare la paura tra i manifestanti e mettere fine alle proteste, ma l’onda non sembra fermarsi.
È da qualche anno che in Iran, le donne soprattutto, provano ad opporsi ad un sistema che le rende schiave di fatto. Già nel 2009 milioni di persone scesero in piazza per protestare.
A differenza delle proteste del passato, quella a cui stiamo assistendo oggi non coinvolge solo le grandi città dell’Iran, ma anche i centri minori, con una partecipazione crescente e sempre più consapevole, che vede in prima fila anche gli uomini. La speranza è che questa sia finalmente la volta buona per un cambiamento reale della condizione delle donne.
Non lasciamole sole: Donna, vita, libertà!
Diego Castrucci, II O
Fonti: www.skytg24.it, www.tgcom24.it, www.rainews24.it, www.ansa.it, www.wikipedia.it.