Disegno a cura di Alice Miccio, IV C
Come tutte le mattine Chudak si era svegliato alle 6.30. Come tutte le mattine al suono della radio nazionale che intonava l'inno della rivoluzione. Come tutte le mattine l'intera città si era svegliata alle 6.30. Dopo essersi dato una rinfrescata e aver nutrito lo stomaco, Chudak si recò sul balcone, si accese una sigaretta e si mise ad osservare la città. Vedeva grigio dovunque, dagli altri palazzi, al cielo, alle strade fino alla facce di chi le attraversava. Sentiva il solito odore di smog misto a quello di ammoniaca tipico dell'oppio che la popolazione era costretta ad assumere. Uscito dal palazzo si mise a camminare verso la tavola calda dove aveva trovato lavoro, facendo lo stesso identico percorso che faceva ogni mattina. Passando vicino a una stazione della polizia morale vide di sfuggita una punta di verde, che mai aveva visto prima. Era incuriosito, ma allo stesso tempo spaventato. Avrebbe potuto continuare per la sua strada, evitando il rischio di farsi male o altro, ma decise di andare a vedere. Man mano che si avvicinava altri colori si aggiungevano a formare un quadro bellissimo, qualcosa che Chudak non aveva mai visto prima. Ben presto si trovò immerso in un giardino che a lui pareva senza confini, e in quel momento provò una sensazione bellissima, che non aveva mai sperimentato prima e che lo faceva sentire vivo. Trascorse tutta la giornata li esplorando questo luogo e pensando che fosse lì per lui, che sarebbe sempre stato lì per lui. Tornato a casa non fece che pensare a quel posto, prima di dormire e appena sveglio pensava a quel prato e ai fiori che lo popolavano, e alla possibilità di tornare lì in qualsiasi momento, per sempre. Per alcuni giorni fu così, per settimane Chudak tornò dietro quella stazione della polizia morale e durante quel periodo il grigio della città sembrava meno scuro e le facce delle persone più calde, l'odore di smog e oppio meno forte.
Un giorno però, mentre si trovava a casa, quando ormai l'entusiasmo iniziale era passato, si mise a riflettere, E se quel posto non esistesse? Se non fosse lì ad aspettarmi ogni giorno? Se mi fossi inventato tutto?
Questi ed altri pensieri si fecero strada nella mente di Chudak, che aveva ripreso ad andare al lavoro, proprio per mandarli via. Ogni giorno che passava ci pensava di più, È colpa mia, come ho fatto pensare che la cosa più bella a questo mondo fosse per me?
Il giorno dopo tornò là, ma quando guardo dietro l'angolo della stazione vide solo grigio, nient'altro.
Andò a casa di corsa e si mise a piangere, come non faceva da quando era un bambino. Aveva ragione, quel posto non era lì per lui, non pensava a lui ogni giorno come faceva Chudak. Per diversi giorni cadde in depressione, spalancava le finestre per fare entrare l'odore della città, adesso più forte che mai, continuava a pensare a quel prato, a quei fiori e a quelle magnifiche sensazioni.
Un giorno, durante il solito tragitto, rivide quella punta di verde e si fiondò a vedere, ma quando girò l'angolo, grigio, solo grigio. Continuava a illudersi e a rincorrere quel ricordo di felicità, e così fece per tutta la sua vita. Non riuscì ad essere felice per quei momenti che aveva trascorso, non riuscì ad andare avanti, a capire che la città era piena di giardini e che c'era una punta di verde che aspettava solo lui. Passò il resto della vita a pensare a quel prato. Per me quel prato si chiamava Alessandra. Io non ho fatto come Chudak, e nemmeno voi dovete farlo.
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