Disegno a cura di Valentina Gaggia, IV BS
Il Muto, scosso da quanto accaduto con la Vecchia, si tenne il turbamento insito nel corpo e, con una maschera di porcellana, si appropinquava a cadere, lentamente, per le scale: una piuma sospesa in un'immensa colonna di vuoto: nessuna luce: nessuna speranza. Mentre con passo, adesso, ignorante delle cose e non più preoccupato e titubante, scandiva i suoi pensieri: "Perché non parlo; perché vorrei non parlare, o almeno una parte, così ha detto; perché, ancora prima, tutte quelle ombre di morti arsi e quel fuoco nella scuola e poi perché la rosa è sparita; perché questo ospedale vuoto; perché sono qui, perché questa follia, perché il Corvo Bianco, perché l'Ombra, perché le mie labbra sono tenute da un filo nascosto, invisibile, impercettibile, che so essere, per certo, d'argento! Perché! Perché sono l'unico qui: è possibile che in tutto l'ospedale, che in tutto l'ospedale io sia solo; meglio così: almeno, se sono muto, nessuno potrà sentirlo".
Intanto, accompagnato dai suoi tormenti, come un re, le ancelle, era sceso e vagava per i sinistri e bui corridoi e le fredde stanze, vuote, bianche, asettiche: senza nessuno.
-Nessuno può sentirlo tranne te stesso, ragazzo-. Disse una voce rauca e pesante da qualche parte di quell'ospedale, di qualche corridoio, di qualche stanza, dietro qualche porta; in un piccolo e buio angolo in cui era vicino il Muto.
Il Muto si voltò verso la voce, vide una stanza illuminata dal buio, uno straccio, un mocio, dell'acqua sporca in un secchio -niente di più.
-So che il tuo silenzio è la tua paura: so che tremi dentro ma fuori sei come una fotografia senza sorriso.
Il Muto si sentì annegare in un cielo fatto di stelle e cominciò a gemere dal dolore, dalla paura -all'interno.
-Non avere paura, è inutile: ci conosciamo, ma tu non ti ricordi di me, permettimi di avvicinarmi.
Il Muto voleva dir di no.
-Con permesso, allora, eccomi-: un vecchio col viso scarno, dalla mascella prominente, la pelle pallida, ciuffi di capelli unti in testa; ma anche con degli occhi buoni e tondi, un sorriso bizzarro: denti storti, ma non proprio brutti, uscì dal buio della stanza.
-Sono un innocuo bidello e quello è il mio piccolo ripostiglio. Smettila di tremare dentro e comincia a tremare fuori. Comincia a parlare, ragazzo.
So che ti sei posto molto interrogativi, tutti validi! Ma devi capire le fiamme e le ombre. Possibile che non ti ricorda niente? -.
Il ragazzo Muto si sentiva violato: non riusciva a ricordare e sembrava che dovesse farlo -dalle parole del Bidello.
-Ragazzo, vedi, il problema è sempre lo stesso: pensi che non puoi, che non ce la fai, ma in realtà è perché una parte di Te non vuole: è questo il fattaccio-.
Dentro il ragazzo danzavano mille stelle di ferro puntate che gli maciullavano il cuore, pestavano i polmoni, bucavano l'intestino e entravano dalle orecchie; erano quelle parole.
-Ora, forse farà male, ma permettimi di spiegarti cosa accade e il perché tu sia qui: ti dirò chi sei stato, che ti hanno fatto e perché sei Muto.
Il Ragazzo rabbrividiva di una gioiosa paura: come chi vuole farsi rovinare la sorpresa della Morte, volendo sapere quando, come, dove; muore.
-Eri un ragazzino gentile il cui centro era uno, come quello d’ognuno d’altronde; ma prima definiamo la parola “centro”, ho un arduo compito: il “centro” non è altro che le Ali per una Farfalla; le Spine o i Petali per una Rosa, dipende dal suo carattere; la Magia per i Bambini; la Protezione per una Madre; i tagli per una persona che ormai è solo una matrioska di se stessa: in questi casi il vero centro è seppellito da una profonda e melmosa nera tristezza incollata all’anima con una perniciosa rabbia.
Il tuo centro era il più bello! Quello invidiato da tutti quanti! Guarda come i miei astri sfolgorano mentre te lo rivelo! La Speranza!
Eri buono; ma sei ancora; e tendevi al perdono: non c’era torto che non ti faceva sperare in un mondo migliore e che non sapevi cancellare col perdono; ma è possibile approfittarsi anche della speranza, così hanno fatto:
ti hanno circondato come soffi di mare; ti hanno travolto e hanno portato via le tue ali: macchiato il sale dell’acqua col tuo sangue e lasciato i tuoi occhi vacui. La campanella della scuola tintinnava e te andavi con passo sereno; il nido di serpi si sfregava in squame e ti aspettava in classe.
Un cigolio, il tuo cigolio, della porta che te apristi. La luce era leggera e filtrava con grazia dalla finestra in un dorato arancio; i tuoi passi erano colorati da quell'oro e si lasciavano dietro un’ombra che rumoreggiava, come del cioccolato all’arancia, profumato, addentato; ti sedesti col tuo sguardo placido, ma anche vivace di mille pensieri colorati: Sfarfallanti! Morbidi! Fuochi d’artificio! Con la tua delicata mano di ragazzino apristi lo zaino, prendesti il tuo colorato quadernino, il tuo bizzarro astuccio e iniziasti a buttare sulla carta la tua dorata fantasia: disegnavi con pastelli mondi pieni di gioielli, con profumi fatti di lumi, speranzosi e mai noiosi.
E poi, poi strisciando si avvicinavo, portavano via l’oro dalla luce; erano in tanti; ti strappavano via il sorriso dalla bocca, ti desaturavano via i colori, ti calpestavano il disegno e ridevano sulle tue limpide lacrime: non su quelle che scorrevano fuori, quelle non c’erano, ma su quelle che era dentro: ottenute dalle crepe del cuore: dalle tue piume pestate in un mortaio-.
Una scossa. Un tremore. Un sussulto. Uno spezzarsi. Bicchieri rotti. Grida. Ombra.
-Ora prendimi la mano, fa’ presto! Sta arrivando! Non senti le mura che si scuotono, l’Ombra che gorgoglia!-.
Il Muto diede la mano al bidello, corsero via da quella melma nera che sembrava ingoiare tutto: si ritrovarono davanti le scale.
-È stato un piacere ragazzo. Sorrise, spinse via il Muto; si lasciò divorare con uno sguardo placidamente felice.
Il Muto era davanti le scale per il primo piano -a scendere.
Leonardo Regni, II O