Disegno a cura di Alessia Centi, II M
“Maledetta macchia!.. Via, via, ti dico!” Quelli di voi che hanno visto, letto o studiato la celeberrima opera shakespeariana “Macbeth” ricorderanno questa battuta come una delle più significative; se invece non avete la minima idea di ciò di cui sto parlando, vi faccio un piccolo riassunto. Lady Macbeth, co-protagonista del dramma, divorata dal senso di colpa per lo spargimento di sangue innocente da lei commissionato, sprofonda nella follia: la regina vede costantemente sulle sue mani una macchia che, indipendentemente dal numero di sforzi, non si lava via e non si cancella. Il personaggio presta il nome ad un interessante effetto psicologico, il “Lady Macbeth Effect“, il quale corrisponde all’inconscia ricerca di pulizia ed oggetti legati a tale ambito a fronte di una sensazione e percezione di un io “sporco”, in seguito all’aver compiuto azioni moralmente scorrette. Si proietta all’esterno un disagio interiore nella speranza di potersi in qualche modo “redimere”. Riflettiamoci, nel cinema osserviamo spesso svariati assassini che, dopo aver commesso un delitto, si dedicano ad una pulizia tanto diligente da lasciar intendere che lo scopo non sia solo quello di eliminare possibili indizi di colpevolezza, ma anche il senso di colpa per il gesto compiuto. Inoltre, linguisticamente parlando, sono molto comuni espressioni come “sporco”, “viscido” o “lurido” per definire individui di dubbia moralità. Quello del lavarsi le mani è l’atto riscontrato con maggiore frequenza, ma non è l’unico: sono stati osservati altri comportamenti come pulirsi i vestiti o spolverare in continuazione la casa, tutte gestualità che comunque evidenziano atteggiamenti relazionati con il desiderio di pulizia. Per avvalorare questa tesi, l’università di Toronto ha condotto uno studio a riguardo nel 2006. Ad un gruppo di volontari è stato chiesto di ricordare delle esperienze della loro vita in cui avessero tenuto delle condotte eticamente scorrette o che essi giudicassero tali. L’équipe di psicologi che ha seguito la ricerca ha riscontrato che, in seguito al richiamo del ricordo, il quarantuno per cento dei partecipanti cominciava ad assumere atteggiamenti riferiti alla necessità di pulire: lavarsi le mani, spazzolarsi i vestiti o sfiorare quasi inavvertitamente una mensola dove è depositata della polvere per rimuoverla. Nello specifico, sembrerebbe che il compiere o anche solo il rammentare eventi disonesti venga introiettato come minaccia alla propria integrità morale, inducendo il bisogno di sentirsi nuovamente nitidi dentro attraverso un’azione esteriore, fisica, che assume una funzione simbolica purificatrice. Questo fenomeno si chiama “contaminazione mentale”, vale a dire la sensazione spiacevole, diffusa e difficilmente localizzabile, di sporcizia, senza che ci sia stato contatto con alcuna sostanza; è una percezione che viene quindi attivata da stimoli di tipo cognitivo, come ricordi, parole, immagini di violenze subite o compiute, o pensieri socialmente inaccettabili. Persistente, perciò, è per chi ne è affetto e difficilmente riesce a liberarsene; così diventa assai comune l’insorgere di una serie di atteggiamenti rituali compensatori per far fronte alla sensazione spiacevole e sentirsi a proprio agio: questi prendono il nome di compulsioni e sono caratteristici del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (OCD), di cui la contaminazione mentale è spesso spia. I soggetti ossessivo-compulsivi con più alta tendenza a provare ribrezzo quando fanno esperienza di eventi che li portano a sentirsi infettati dal punto di vista mentale ad esempio come detto in precedenza . La violazione fisica o psicologica, pensieri depravati, immagini o impulsi moralmente inammissibili, possono far sentire gli individui molto sporchi e disgustati e ricorrere a comportamenti disfunzionali come nel nostro caso le compulsioni di lavaggio, che mantengono attiva la sintomatologia ossessiva e non fanno altro che rafforzare il disturbo. La contaminazione mentale dunque gioca un ruolo significativo nei soggetti affetti da OCD con timore di contagio, in particolare funge da intermediario nella relazione tra propensione al disgusto e pensieri o comportamenti di inquinamento.
Attraverso ciò possiamo osservare quanto la nostra mente sia sensibile a stimoli traumatici e la peculiarità delle reazioni che essa innesca per poter scongiurare che si ripetano. Perché, parliamoci chiaro, si tratta di meccanismi di difesa, che con il passare del tempo si dimostrano dannosi quanto ciò che li ha provocati. Problematiche del genere possono essere affrontate solamente con l’aiuto di specialisti come psicoterapeuti e psichiatri.
Matilde Falsetti, IV I