Disegno a cura di Camille Sasso
Qualche tempo fa l'attore Valerio Aprea, in un monologo dal titolo "Sgangherato" (che si può facilmente trovare su YouTube), disse una frase semplice, quasi scontata, ma per nulla banale: «Noi ci abituiamo al peggio». Ci avete mai pensato? Quando qualcosa non funziona non cerchiamo mai di risolvere il problema alla radice, al contrario cerchiamo di metterci una pezza, di imparare a conviverci, e ci compiaciamo delle strategie che riusciamo a trovare per "aggiustare" i problemi, senza risolverli. In questa situazione, più che mai, ognuno ha imparato ad aggiustare la sua vita, a farla reggere quanto basta perché non crolli come un castello di carte. È ovvio che per tante cose non potremmo fare altrimenti, il senso di responsabilità verso la collettività ci impone di portare la mascherina e di stare attenti a quello che facciamo, ma per la scuola no, non siamo scusati. Avete mai pensato a come sarebbe stata la nostra vita se avessimo sempre vissuto la scuola a distanza? Avremmo conosciuto tutti i nostri compagni di classe come piccoli ammassi bidimensionali di pixel, per non parlare delle persone incontrate per caso in corridoio, sulla salita o sul pullman per chi lo prende; quelle semplicemente non le avremmo mai incontrate. Avremmo visto sempre lo stesso orizzonte dalla finestra, le stesse case, conosciuto le stesse persone, viaggiato di meno.
Sento che ci stiamo pericolosamente abituando al peggio, alla Dad senza sosta, cinque ore al giorno, tutte passate in adorazione del Programma, un dio a cui dobbiamo offrire in sacrificio tutta la creatività che riusciamo a spremere dalla nostra gioventù, tutta fino all'ultima goccia. In mezzo a questo groviglio di niente, abituarci senza reagire sarebbe come andare sott'acqua e scordarci di riemergere.
Non voglio alimentare ulteriormente il già acceso dibattito sul fatto che siamo sempre stati noi, gli studenti, i primi bersagliati dalle chiusure anti-contagio. Voglio solo dire che questa “didattica” a distanza non la dobbiamo più subire, non dobbiamo più essere noi ad adattarci, e in questo noi sono compresi anche gli insegnanti, per i quali è sicuramente altrettanto avvilente fare lezione a dei volti stanchi e stralunati. Non possiamo avere la pretesa di rendere la Dad equiparabile alla scuola vera, ma almeno di renderla una buona alternativa al letto, che è attualmente in testa alla classifica dei desideri mattutini dello studente. Questo non solo possiamo, ma in un certo senso dobbiamo farlo; per tutti noi, vessati dalla mancanza di socialità e di rapporto umano, per rendere più vivibile ciò che ora è assolutamente indesiderabile. Non abituiamoci al peggio, cambiamo le cose storte.
Domandona: come le cambiamo? Beh, un buon punto di partenza sarebbe cercare di restituire alla scuola il suo ruolo di spazio di aggregazione sociale, ad esempio concordando con il Consiglio di Classe delle ore da dedicare a questo, a chiacchierare e a stare insieme. Un altro grande passo avanti sarebbe stabilire un calmiere all’onere scolastico (compiti, verifiche, interrogazioni…) e ragionare sui criteri e sulle modalità di verifica, magari sperimentando modi alternativi di fare lezione, più inclusivi di una lezione frontale. Purtroppo, per quanto io mi possa sforzare, non riuscirei mai a comprendere in questo elenco tutti i bisogni di ogni studente e professore, ma è per questo motivo che il dialogo diventa fondamentale e doveroso da entrambe le parti. Siamo distanti, non riusciremo a sentirci meno soli allontanandoci dalle persone che abbiamo intorno – in questo caso, che abbiamo di fronte.
I problemi della scuola sono annosi, trascurati, cronicizzati; ma non per questo irrisolvibili. È un momento triste, forse il peggiore che noi studenti abbiamo mai vissuto, e lo stesso vale per i professori (non smetterò di ricordarlo). Ma è per questo che non possiamo aspettare oltre. Non possiamo aspettare che la situazione torni come prima, perché il problema è qui e adesso, guardiamoci negli occhi e ammettiamo che non sappiamo quando finirà. Se le idee che ho proposto prima vi sembrano utopiche, visionarie, impossibili, non posso che rispondere così: è molto probabile che abbiate ragione, ma vale la pena tentare, parlarci tra studenti e professori e dirigente, collaboratori scolastici e segreteria, cercare insieme una soluzione. Allora forse quelle idee diventeranno possibili, probabili, realtà.
Chi lo sa, magari quando quest’articolo verrà pubblicato saremo già tornati a scuola, c’è da augurarselo, ma in tal caso non liquidate il messaggio come appartenente ad una situazione passata, perché i problemi della Dad sono i problemi che la scuola ha sempre avuto. Non abituiamoci.
Emil Negri, III D