Disegno a cura di Rim Tahiri, IV F
Quando eravamo piccoli i nostri genitori ci mettevano in guardia sui pericoli legati al mondo esterno: “non dare confidenza agli estranei”; avevano ragione.
Tuttavia, crescendo, alcune persone si sono rese conto che la minaccia più grande risiedeva dentro di loro. Ad oggi un mostro silenzioso si aggira tra moltissimi giovani, passando quasi inosservato rovina migliaia di vite : l’autolesionismo.
Spesso, purtroppo, viene etichettato come un semplice modo per attirare l’attenzione e mettersi in mostra, tuttavia la questione e più complessa di quanto sembri, poiché esso è la proiezione esteriore di un profondo disagio interiore a cui, apparentemente, non si riesce a trovare un possibile rimedio.
Diversi ragazzi sono in grado di nasconderlo per anni, cercando di spingere quelle emozioni sempre più a fondo, al sicuro dagli altri, lasciando però che esse li divorino dall’interno.
Una domanda che ci si pone spesso è: perché proprio il corpo se non per farsi notare?
Chi combatte contro la depressione o l’ansia vede la vita scivolare via dalle proprie mani con estrema semplicità; spesso ci si sente piccoli in confronto alle sfide quotidiane e tutto sembra muoversi troppo veloce, fuori controllo. Controllo, questa è la parola chiave per comprendere la natura del disturbo; inconsciamente queste persone percepiscono il corpo come l’unica cosa sotto il loro potere; possono vederlo, toccarlo, ferirlo, modificarlo, perciò il dolore diventa un’affermazione di possesso. “Io sono ancora padrone del mio corpo”. Per altri invece diventa un mezzo per tenersi con i piedi ancorati al suolo, rompere la sensazione di vuoto creato dalla depressione, sentire qualcosa li rende vivi, umani, un meccanismo di sopravvivenza per non perdere l'umanità e lasciarsi inghiottire. La sofferenza psicologica diventa pian piano soffocante, si nutre del ragazzo, il quale preferisce bruciarsi, tagliarsi e non solo, per lenire il dolore.
Una delle principali problematiche legate all'autolesionismo è la dipendenza provocata da esso: si entra in una spirale pericolosa da cui è sempre più difficile uscire, come tutte le droghe crea assuefazione, perciò si è indotti a farlo sempre più spesso, con crescente intensità, cercando l’ebbrezza di spingersi fino al limite senza toccare il fondo, non rendendosi conto di averlo già raggiunto da tempo. Un altro fattore che entra in gioco, soprattutto dopo aver compiuto il gesto, è il senso di colpa, nei confronti della famiglia, degli amici e in generale delle persone a cui si tiene.
Uno studio internazionale pubblicato su Journal of Child Psychology and Psychiatry rileva che in Europa oltre un quarto degli adolescenti (27,6%, età media 14 anni) mette in atto comportamenti autolesivi occasionali o ripetuti nel tempo. In Italia il fenomeno riguarda circa il 20% dei ragazzi.
Dati alla mano, secondo le indagini Istat, la tendenza al suicidio è in calo, ma cresce il fenomeno dell'autolesionismo tra gli adolescenti.
Stefano Vicari, direttore dell’unità operativa complessa di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma riporta: “da ottobre ad oggi, quindi dopo la prima ondata Covid, abbiamo registrato un aumento dei ricoveri del 30% circa. Fino ad ottobre avevamo il 70% dei posti letto occupati, oggi il 100%. Nel 2011 abbiamo avuto 12 ricoveri per attività autolesionistica, a scopo suicidario e non, mentre nel 2020 oltre 300, quindi quasi uno al giorno”. Questi numeri fanno paura, o perlomeno dovrebbero smuovere la coscienza di tutti noi, giovani e adulti, soprattutto perché, spesso, il passo successivo all’autolesionismo è il suicidio, da cui non si torna indietro.
La situazione italiana purtroppo non è delle migliori su questo fronte, lo stigma sociale che ruota attorno alla salute mentale è ancora troppo forte, impedendo alle famiglie di riconoscere i problemi dei figli e di conseguenza aiutarli; dall’altro lato per i ragazzi è difficile parlare apertamente senza essere giudicati. Nel nostro piccolo possiamo agire cercando di rimanere vicini ad amici in difficoltà, non lasciando che la malattia si prenda anni preziosi della loro vita e supportandoli, qualora decidessero di rivolgersi a professionisti.
Matilde Falsetti, V I