Disegno a cura di Marta Bertellini, V N
Sono ormai due anni che scrivo per la rubrica di Attualità de “Il Saggiatore” e ho sempre cercato di mantenere una certa professionalità in quello che facevo, ho sempre considerato questa attività come estremamente seria, importante. Ho sempre cercato di non focalizzarmi sulla notizia in sé ma su qualche ragionamento, qualche logica che potesse dare un senso al mondo.
I miei articoli sono sempre stati scritti in terza persona per questa mia convinzione che l’idea, l’argomentazione o il pensiero dovessero essere più importanti dell’autore, ma questo è il mio ultimo articolo, il mio finale.
Per chi non lo sapesse, in Myanmar, uno Stato al confine con la Thailandia, è in corso una cruenta guerra civile scoppiata in seguito al golpe dell’esercito che ha preso il controllo della Nazione. Nel Paese sono in atto numerose proteste che, purtroppo, spesso sfociano in scontri tra i militari e i civili. Di recente sono diventate frequenti delle spedizioni punitive nei confronti della popolazione, che non fanno distinzione tra le vittime, coinvolgendo anche bambini, come testimoniato da varie immagini dal carattere macabro.
Non c’è molto su cui riflettere che riguardi il conflitto in sé, è ancora in corso e difficilmente si concluderà a breve. Ciò su cui si potrebbe focalizzare l’attenzione è un altro tipo di lotta che è in corso, diversa da quella armata ma egualmente pericolosa: la lotta dell’informazione. Spesso, quando si legge un articolo, non si pensa mai a come questo possa nascere; io stesso do per scontata l’esistenza di alcune notizie; la realtà, come è ormai chiaro a tutti, non è così semplice e dietro una singola notizia può esserci una terrificante lotta tra la vita e la morte.
I giornalisti indipendenti non possono rischiare di essere rintracciati dalle forze governative, altrimenti verrebbero identificati come criminali. Per evitare l’incarcerazione o peggio, sono costretti a muoversi spesso, sperando di incontrare qualcuno pronto a fornire accesso ad internet per caricare video, foto o articoli. Infatti è divenuto una consuetudine leggere di uno Stato che “spegne internet” o ne limita il traffico per rendere più complicata l’organizzazione di gruppi avversi al governo o di proteste.
Tutto ciò accade anche in Myanmar, ma oltre ad ostacolare l’organizzazione di gruppi di civili, ciò che viene controllato dalla giunta militare è l'informazione. In uno Stato con una popolazione di oltre 50 milioni di persone è molto importante gestire una guerra anche dal punto di vista propagandistico: i giornali statali, quindi vicini alla giunta, non descriveranno mai il governo con accezioni criminali o mai scriveranno di atti di violenza nei confronti della popolazione; dall’altra parte, le testate indipendenti difficilmente tratteranno delle malefatte dei combattenti civili. Durante questo tipo di eventi è necessario descrivere una situazione ben definita tra buoni e cattivi, alleati e avversari ed è inevitabile schierarsi.
Tutto questo per ribadire quanto, nonostante i social media e tutto il resto, la stampa giochi un ruolo ancora fondamentale nella vita di tutti quanti. Questo potere che noi attribuiamo ai giornali è però una lama a doppio taglio perché può essere utilizzata contro i lettori stessi per qualsiasi scopo: politico, economico, di influenza o solamente per il gusto di creare caos.
Un caso recente di questo uso improprio del potere della stampa lo possiamo riscontrare nel “caso Biancaneve”, ovvero una polemica inventata da un piccolo giornale di città (San Francisco GATE) che ha raggiunto in fretta l’informazione italiana creando il citato “caso”. Ora, evitando di parlare di come la notizia sia stata sfruttata da alcuni partiti per scopi propagandistici, qual è il punto di questa faccenda e del discorso sul Myanmar? Che non ci si può fidare dei giornali perché “sono di parte”? Perché ci raccontano solo quello che vogliono loro omettendo la verità? O perché diffondono bufale inquinando il dibattito pubblico? Nessuno di questi. Il punto di questo articolo, come tutti gli altri, è quello di promuovere un dialogo partendo da argomenti di cronaca, che la pensiate come me o no. Quello che ho sempre cercato di fare con questi articoli è tentare di evitare di fossilizzarmi sulle mie certezze mettendo in discussione ciò che credo, nella speranza di aver smosso qualcosa nella mente di chi legge.
Un grazie a tutta la squadra de “Il Saggiatore”.
Il mio finale.
Mattia Ghidone, V I