Disegno a cura di Valentina Gaggia, III BS
“Quis custodiet ipsos custodes?” (Chi controllerà i controllori stessi?) Satira IV, Giovenale
Questa citazione è stata ripresa in massa in seguito al ban dell’account personale di Donald Trump da Twitter successivamente all’assalto di Capitol Hill. L’utilizzo di questa frase è da ricondurre all’opinione di alcuni secondo i quali le piattaforme social sono paladini della giustizia e di altri, per i quali sono invece censuratori al servizio dei poteri forti.
Dov’è la verità? Le piattaforme private dovrebbero astenersi e non interferire con la vita politica degli Stati? Oppure è giusto che qualcuno controlli che non si sorpassi il limite? C’è poi da chiedersi chi decida quale sia questo limite; comunque, come spesso accade, la ragione, la correttezza non sono facilmente identificabili o riconducibili ad una semplice valutazione d’istinto.
Dopo l’assalto a Capitol Hill, Twitter ha deciso di chiudere a tempo indeterminato il profilo di Trump, in quanto i suoi ultimi post sono stati interpretati come un incoraggiamento alle proteste. In seguito a questo provvedimento, moltissimi sostenitori dell’ex Presidente hanno iniziato ad accusare le piattaforme di censura, poiché queste avrebbero ostacolato la libertà di espressione. Non dovrebbe esserlo, ma è doveroso ricordare che il concetto di libertà di espressione, o in generale di libertà, non ha mai contemplato la totale assenza di regole. Sarebbe un mondo catastrofico, caotico se ognuno facesse quello che vuole.
Quindi, è giusto che le piattaforme attuino delle limitazioni su quello che viene pubblicato? Se da una parte è difficile immaginare una situazione in cui non vengano inserite limitazioni di alcun tipo, visti i recenti avvenimenti negli Stati Uniti, è anche doveroso riflettere se la società sia realmente disposta a conferire a delle piattaforme private, quindi a chiunque sia riuscito a creare un social che in quel dato momento cattura l’attenzione di una buona percentuale della popolazione, un potere così grande, tanto da essere superiore allo Stato stesso. Se non è la piattaforma che controlla i propri contenuti, ora come ora è estremamente difficile decretare un organo che sia altrettanto veloce, efficace, ma soprattutto imparziale come lo sono queste aziende private.
Una possibile alternativa viene proposta dal governo turco che, l’estate scorsa, ha promosso una legge anti-social. Questa impone alle piattaforme, che vogliono agire all’interno del territorio, di aprire una sede in Turchia che si occupi di gestire il controllo del materiale pubblicato. La nuova legge è criticata da molti, come Amnesty International e Human Rights Watch, perché molto probabilmente incrementerà la censura da parte dello Stato, il quale non sarebbe nuovo a limitare la libertà di espressione dei propri oppositori.
Il ruolo di controllori che è stato, volente o nolente, assegnato ai social nasce in realtà dalla propria utenza: per una qualsiasi piattaforma è controproducente impedire o limitare il traffico a qualcuno ma, se l’opinione pubblica si indigna o si lamenta nei confronti di un utente, le piattaforme si trovano costrette ad effettuare queste operazioni, di fatto antieconomiche.
Fino a poco tempo fa questi controlli si erano limitati agli utenti comuni e difficilmente personaggi istituzionali ne sarebbero stati influenzati. La situazione però sta cambiando e forse si è entrati in un processo irrefrenabile che si estenderà globalmente; forse ora i social inizieranno ad applicare le regole anche per le figure istituzionali; forse si comprenderà che una presenza nel mondo dei social network non è fondamentale per fare politica e forse un Presidente non ha bisogno di Twitter.
Mattia Ghidone, V I