Disegno a cura di Anna Teresa Margaritelli, III H
Un’immagine che forse potrebbe esservi familiare: siete seduti, pensierosi, con lo sguardo fisso nell vuoto, oppure fermo su qualcosa che inizia ad apparirvi sfuocato; vi sentite tristi, giù di morale, abbattuti, ma non c’è un motivo in particolare, o, se c’è, non lo comprendete a pieno.
Quella che state provando è malinconia, un sentimento misterioso, pieno di diverse sfaccettature, a cui è complesso dare forma e vita attraverso le parole, persino in termini medici.
Dato l’incomprensibile fascino che scaturisce da tale emozione, numerosi poeti, artisti e cantanti si sono susseguiti nel tentare di spiegarla in una forma scritta, visibile, quasi percepibile al tatto.
Una definizione spiazzante, ma al tempo stesso stupefacente è quella di Victor Hugo, autore della celebre opera “I miserabili”: “La malinconia è la gioia di essere tristi”. A una prima lettura l’ossimoro e il legame tra felicità e tristezza possono risultare inconcepibili, eppure, riflettendoci, questa affermazione nasconde una verità di fondo: ci sono occasioni in cui l’uomo pare aver bisogno di sentirsi imperfetto, infelice o perfino depresso, affinché possa apprezzare maggiormente i momenti di allegria o anche di minima serenità di una vita colma di problemi, difficoltà e sventure implacabili. D’altro canto, la malinconia ci ricorda di essere vivi e, di conseguenza, ci permette di riflettere sulla nostra comune natura umana e sul concetto stesso di vita. Senza soffermarsi troppo su tale affermazione, credo sia utile fare un po’ di chiarezza sulla distinzione labile, sottile, ma essenziale tra malinconia e depressione, due estremi nel cui mezzo si trova una terza condizione, la melanconia (o depressione melanconica). Tutte e tre sono state studiate scientificamente, ma la malinconia è quella che è stata presa in considerazione da maggior tempo. La parola stessa nasce dai Greci, i quali ritenevano che questo sentimento fosse in realtà un liquido, precisamente la bile nera, uno dei quattro umori del corpo che potevano essere guariti attraverso una dieta. Focalizzandoci su studi più recenti, invece, si crede che a causa della malinconia i nostri antenati siano riusciti a stringere legami con altre persone, creando poi comunità e l’unità fondamentale per sopravvivere.
La melanconia, invece, è una forma di depressione particolarmente grave, in cui si percepisce principalmente anedonia, ovvero la perdita di piacere in attività solitamente gratificanti. Altre caratteristiche sono la mancanza di motivazione nelle più semplici azioni quotidiane, rallentamenti psicomotori, disperazione, vuotezza, difficoltà nel prendere decisioni o nell’essere concentrati e mancato gusto per la vita. Da questi sintomi ci si accorge sia del dolore, della sofferenza che certe persone provano ogni giorno, sia di quanto possa essere complicato riuscire a comprendere come stia veramente un’altra persona. (Colgo l’occasione per ricordare che nella nostra scuola esiste fortunatamente il SAP, uno sportello di ascolto per ricevere un supporto concreto ed affidabile in caso di necessità).
Infine, troviamo la depressione, un grave disturbo della salute che influenza negativamente le capacità di lavorare, dormire e persino amare. Ne conseguono cambiamenti nell’appetito, umore notevolmente basso, perdita di piacere, eccessivi ed estremi sensi di colpa, irrequietezza, perdita di energia ed altri cambiamenti che si verificano nel sistema nervoso. Ciò non deve allarmarvi, se qualche volta vi sentite o vi siete sentiti depressi, in quanto questa è una sensazione al pari delle altre, che si presenta semplicemente per pochi giorni e può capitare a tutti. Ad ogni modo, tengo a sottolineare che non bisogna sottovalutare la depressione e dire con nonchalance di essere depressi in una tipica giornata no, dato che esserlo significa avere un disturbo psichico vero e proprio, che fa duramente e seriamente soffrire dal 10% al 15% della popolazione mondiale.
Detto ciò, la malinconia può essere rivalutata e si può giudicare evitando di basarsi unicamente sulla sua accezione negativa. Sicuramente quando si è malinconici non si fanno salti di gioia, ma al tempo stesso si tratta di un momento costruttivo, edificante, necessario per il processo di sviluppo di ognuno. Cogliamo dunque l’attimo per crescere, cambiare e magari dare vita a meravigliose e straordinarie opere d’arte, come la “Notte Stellata” di Van Gogh, poesie, come “L’infinito” di Giacomo Leopardi (erroneamente e banalmente definito un depresso), o canzoni, ispirandoci al genere blues o all’autoesplicativo componimento “Melancholia” di Duke Ellington.
Nel 1985 Italo Calvino, in una delle sei conferenze tenute all’università di Harvard, diceva: “La malinconia è la tristezza diventata leggera”. È con la medesima leggerezza che spero tentiate di accogliere la malinconia, così da farne tesoro, per poi accennare un sospiro di sollievo ed andare avanti come se nulla fosse accaduto.
Giacomo Marini, V F