Disegno a cura di Marta Bertellini, V N
Neanche due settimane dopo la Giornata della Memoria, molti, quasi tutti, si sono scordati del dottor Li Wenliang. Chi era, mi chiedete? Partiamo dal principio.
Il dottor Li, un giovane oculista di Wuhan, un giorno si accorge che in alcuni casi di polmonite qualcosa non quadra. Facendo qualche ricerca capisce che potrebbe trattarsi di un nuovo coronavirus, simile a SARS, e condivide i suoi timori con alcuni colleghi. La notizia si diffonde rapidamente, arrivando presto alle autorità cinesi: il 31 dicembre 2019, Li viene convocato da alcuni funzionari sanitari. Tre giorni dopo, costretto dalla polizia, dichiara di essersi comportato in maniera «illegale» e di aver diffuso notizie false.
Nei giorni seguenti la commissione sanitaria di Wuhan segnala ventisette casi di polmonite grave determinata da cause sconosciute. In pochi giorni i casi di polmonite raddoppiano, triplicano, e il resto lo sapete. Il 20 gennaio verrà dichiarata l’emergenza nazionale.
Nel frattempo Li era stato riabilitato, era tornato all’ospedale e stava visitando un paziente, come di consueto. C’era solo un problema: quel paziente aveva il virus. Pochi giorni dopo Li Wenliang accusa dei sintomi, prima leggeri, poi sempre più gravi, viene messo in terapia intensiva, poi il tampone conferma: ha il nuovo coronavirus di Wuhan. Li capisce cosa lo aspetta e decide allora di raccontare la sua storia su Weibo, il Twitter cinese. In pochi giorni i suoi video fanno il giro del mondo.
La sera del 6 febbraio 2020, a cinque giorni dal suo ultimo post, il dottor Li si spegne, su un triste letto d’ospedale, con un respiratore nella trachea. La notizia della sua morte viene annunciata, poi smentita e poi riconfermata. Il 26 marzo, a quarantanove giorni dalla sua scomparsa, il tempo che nella la cultura cinese l’anima impiega ad uscire dal corpo e reincarnarsi, migliaia di commenti inondano i suoi post, rimasti lì come ultimo baluardo di dolcezza nell’inferno di quei giorni.
Questa storia che ho appena raccontato è solo una tra le oltre due milioni di storie che non verranno mai raccontate. A un anno dall’inizio di questo inferno, che non può essere chiamato altrimenti, ricordiamoci che siamo qui, che poteva andarci peggio. Ce lo diceva dottor Li.
Emil Negri, III D