Disegno a cura di Alessia Centi, II M
L’adolescenza è una delle fasi più importanti della vita di una persona, il momento in cui inizia a svilupparsi la personalità di un soggetto; può risultare quindi difficile, soprattutto per chi fa parte della comunità LGBT+. L’omotransfobia sociale incombe sulla vita di questi giovani portando con sé delle conseguenze pericolose a livello psicologico; una delle più frequenti è l’omotransfobia interiorizzata, la quale sfocia spesso e volentieri in depressione, pensieri o addirittura tentativi di suicidio. L’omotransfobia interiorizzata si caratterizza come un insieme di sentimenti, perlopiù rabbia, ansia, senso di colpa verso se stessi, a causa della mancata accettazione del proprio orientamento per via di pressioni sociali esterne. Il suo sviluppo è presente nella maggior parte delle persone LGBT+, poiché purtroppo sin dall’infanzia si è sottoposti al giudizio di una comunità prevalentemente eterosessuale, il che di per sé non rappresenta un fattore negativo, ma nel momento in cui subentra il pregiudizio nei confronti del diverso, la mente dei bambini, facilmente plasmabile, impara a riconoscere come sbagliato il dissimile e quindi a rifiutarlo. Quasi tutte le persone non eterosessuali, quindi, hanno sperimentato, nel corso della loro crescita, comportamenti ed emozioni negative verso se stesse. Uomini e donne gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e non solo possono essere sottoposti quotidianamente a gravi condizioni di stress dovute alla difficoltà di poter venire allo scoperto senza subirne le conseguenze peggiori. Per questo motivo, sono più propensi a sviluppare disturbi d’ansia, depressione, abuso di sostanze e alcool, disturbi post-traumatici, alimentari, visione distorta del corpo; inoltre, molti di loro sperimentano comportamenti autolesivi, secondo uno studio dell’American Psychological Association, e sono soggetti ad un elevato rischio di suicidio. Una ricerca dell’American Journal of Public Health dimostra che ogni vessazione, abuso, aggressione verbale o fisica verso persone LGBT+ aumenta di 2,5 volte la loro probabilità di tradursi in autolesionismo. Un altro dato estremamente allarmante ci viene fornito da uno studio del Family Acceptance Project del 2009: le famiglie che rifiutano l’orientamento sessuale delle persone LGBT+ aumentano di 8,4 volte il tentativo di suicidio dei propri figli rispetto a famiglie che supportano i ragazzi. Situazione ancor più critica è quella delle persone transgender. Un’ indagine del National Center for Transgender Equality sottolinea che il 90% delle persone trans ha pensato al suicidio sotto i 25 anni. La salute mentale della comunità LGBT+ è dunque costantemente a rischio e necessita di tutele dal punto di vista sociale, sanitario ed economico. L’omosessualità, la bisessualità, la transessualità e tutte le altre sfumature della sessualità umana non sono una malattia e dichiarare il contrario è profondamente errato dal punto di vista medico; per questo motivo l’intolleranza verso esse è ingiustificabile, specialmente perché va a ledere profondamente la sensibilità e può rovinare la vita del prossimo. Il sostegno da parte dei genitori o dei fratelli e sorelle, oltre a quello degli amici, è un grande aiuto per far sentire accettata e amata una persona LGBT+, particolarmente nel momento del coming out. In conclusione il disagio psichico non dipende strettamente dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale, ma dalle condizioni ambientali che generalmente si creano intorno alle persone LGBT. La cura? Essere rispettosi nei confronti degli altri, soprattutto se non li conosciamo; certe battute e commenti sono davvero necessari? No, possiamo ritenerli facilmente evitabili. Trattare le persone con gentilezza non costa nulla e paga molto, una società civile è più serena.
Matilde Falsetti, IV I