Disegno a cura di Marta Bertellini, V N
Di recente, in mezzo alle mille verifiche orali e scritte, all’ennesimo lavoro di gruppo, mi è stato chiesto di ragionare sul rapporto che esiste tra la scienza e la democrazia. Ammetto che all’inizio non ero molto entusiasta, ma poi, come accade con la maggior parte dei lavori di Educazione Civica, questi finiscono per essere interessanti, o almeno così è per me. Sta di fatto che io, la domanda del titolo, me la sono fatta e ho provato pure a dare una risposta. Queste sono le mie riflessioni.
Nell'ultimo periodo è stato particolarmente complicato non sentir parlare di scienza e ricerca: le amiamo e le odiamo a seconda delle convenienze e in tempi di emergenza ci aggrappiamo ad esse come unica speranza per l’umanità. A tal proposito la comunità scientifica è arrivata a porsi questa insolita domanda: la scienza è democratica? Per poter rispondere abbiamo bisogno di fare qualche ragionamento. Assumendo l’affermazione “la scienza non è democratica” in qualche modo stiamo dicendo che la scienza è priva delle caratteristiche che definiscono la democrazia. Quale sarebbe l’idea di democrazia che consideriamo in quell’affermazione? Il vocabolario Treccani, come primo significato di democrazia, recita: “forma di governo che si basa sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanze elettive”. Secondo questa concezione, la democrazia consisterebbe nella regola della maggioranza come criterio generale per prendere decisioni in una collettività. Se questa concezione di democrazia fosse esatta, la scienza non sarebbe democratica. Perchè è vero che essa, in quanto basata sui fatti e sulle evidenze, non può lasciare alcuno spazio al consenso popolare, solo che questo concetto è un po’ banale, perché la democrazia non si esaurisce nel mettere ai voti qualcosa e decidere a maggioranza.
Nel corso della storia la democrazia si è sviluppata fino ad arrivare, nell’età moderna, ad una linea di pensiero liberale che si identifica anche con un sistema di valori di riferimento. Secondo il "Dizionario di Filosofia" di Nicola Abbagnano, «il concetto di democrazia va oltre la configurazione di 'forma di governo', per presentarsi come un vero e proprio stile di vita individuale e sociale».
Passiamo ora alla parola “scienza”, della quale potremmo spiegare i significati in quattro punti.
La scienza è tutto ciò che noi sappiamo riguardo al mondo naturale e a come funziona. In sostanza, tutto ciò che studiamo sui libri di scuola.
La scienza è una visione del mondo che ha implicazioni filosofiche, etiche, sociali, come ad esempio l’evoluzione della specie di Darwin, che ha influenzato moltissimo l’età contemporanea.
La scienza è un metodo. Tutti sappiamo cos’è il “metodo scientifico”.
La scienza è una comunità di ricerca: se in passato le grandi scoperte erano il prodotto del “genio” di singoli scienziati, come quello dal quale la nostra scuola prende il nome, oggi sono il frutto del lavoro di ricercatori e gruppi sparsi nel mondo, la cosiddetta comunità scientifica.
Ecco, ci serve proprio quest’ultima voce. Ciò che deve essere messo a confronto con la democrazia è la scienza come comunità. L’accrescersi di conoscenza non è il risultato del lavoro individuale, bensì di una comunità, all’interno della quale la discussione ha un ruolo fondamentale ed è mirata al raggiungimento di un consenso scientifico basato sui fatti. Per questo motivo questa decisione non viene presa da un’assemblea che applica il metodo democratico, cioè dalla maggioranza, bensì è un processo di costruzione di un consenso al quale tutti possono partecipare con il loro lavoro.
La democrazia, come ho detto prima, porta con sé un sistema di valori. Esistono quindi dei “valori scientifici”? Robert K. Merton, fondatore della sociologia della scienza, individuò nel 1942 una “struttura normativa della scienza” basata su quattro norme: comunitarismo, universalismo, disinteresse e scetticismo organizzato. Il primo si basa sul fatto che le scoperte scientifiche sono patrimonio dell’intera comunità scientifica, poiché sono il frutto di un lavoro di squadra. Il secondo dice che le affermazioni, le tesi e i risultati non devono essere giudicati in base alle caratteristiche personali di chi le produce; il loro valore, infatti, non dipende dalla nazionalità, dalla religione o dalla classe sociale di appartenenza. Il terzo stabilisce che l’interesse primario dello scienziato dovrebbe essere sempre il progresso scientifico e non motivi politici o economici, come abbiamo visto accadere in passato. Infine il quarto obbliga lo scienziato a sottoporre le sue ricerche alla critica degli altri scienziati all'interno della comunità scientifica.
Queste norme in fondo sono valori democratici. Per questo la scienza non è democratica nel senso che i fatti possono essere messi ai voti, cioè non si vota sul fatto che la teoria dell'evoluzione sia vera o falsa, che gli OGM facciano bene o male, che le temperature si stiano alzando o meno; però è democratica, o meglio, ha a che fare con le democrazie poiché ha un posto rilevante nella società delle democrazie moderne e perché stabilisce un consenso razionale di opinione. Non solo, affinché la scienza e la ricerca possano continuare ad essere democratiche, è necessario che siano libere. E per continuare ad essere libere, e quindi incarnare un valore democratico, è necessario che la scienza e la ricerca siano pubbliche. Perché la scienza è un bene della comunità e quindi da tutta la comunità deve essere sostenuta.
Alissa Campanella, V M