Disegno a cura di Anna Santocchia, IV F
Fight Club è un film incentrato su un narratore anonimo, giovane deluso dalla società americana arrivista e superficiale di fine anni ’90, che incontra in aereo, seduto accanto a sé, Tyler, un libero professionista nel campo dei saponi che vanta competenze e materiali per fabbricare anche esplosivi. Il narratore, invece di allarmarsi perché il suo compagno di viaggio sembra una persona pericolosa, fa invece amicizia con Tyler e i due, collaborando, aprono il primo di una serie di circoli nascosti, i “fight club”, in cui altri uomini con le stesse inclinazioni alla violenza e filofascisti possano scaricare la loro aggressività repressa facendo sputare i denti l’uno all’altro. Gradualmente questi circoli diventano associazioni terroristiche finalizzate al disordine e al rovesciamento della corrotta civiltà occidentale. I temi della virilità come obiettivo ultimo e la femminilità vista come quanto di peggio possa affliggere un uomo ricorrono in maniera ossessiva. Il protagonista non sembra nutrire interesse particolari nei confronti delle donne, non ha una famiglia da mantenere, né una figura paterna o maschile di riferimento; non ha nemmeno un lavoro di successo. Sembrerebbe a tutti gli effetti la rappresentazione dell’uomo “fallito” della classe media americana, in una condizione di stallo e di frustrazione da cui sembra non poter uscire se non tramite la proiezione di questi sentimenti sugli altri, a loro discapito. Palahniuk, nello scrivere Fight Club, ha concepito il romanzo dal quale è tratto il film come una satira, non solo verso la società occidentale, ma verso gli orrori che abitano il maschio bianco, considerato che le figure femminili sono praticamente assenti. Per Tyler, Dio è un uomo e la femmina non è minimamente presa in considerazione nella sua idea di redenzione-liberazione. L’unica presente è Marla Singer, una donna che vive in funzione del sesso, e che ha frequenti e violenti rapporti con Tyler e il protagonista, la cui forza aiuta lo spettatore a vivere il film come un racconto di predominio maschile che lavora per soggiogare le donne. Marla raffigura la diseguaglianza della società patriarcale in tutta la sua brutalità. Alla fine si scopre che Tyler non era altro che frutto dell’immaginazione del protagonista, il quale ha proiettato nella figura di un altro tutto ciò che lui non poteva essere. Ciononostante lo spettatore viene indotto a provare pena per questi uomini, rabbiosi e sfiduciati, abitati dal malessere, che si sentono vivi solo quando provano dolore e lo infliggono. Questo breve excursus cinematografico ci conduce al tema fondamentale dell’articolo: la mascolinità tossica. Vediamo innanzitutto che cosa si intende con il concetto di mascolinità tossica. Secondo un articolo del New York Times del 2019 «un insieme di comportamenti e credenze che comprendono il sopprimere le emozioni, mascherare il disagio o la tristezza, il mantenere un’apparenza di stoicismo, e la violenza come indicatore di potere (pensate al comportamento da ‘uomo duro’)». Insomma, quell'insieme di regole non scritte, sì, proprio come in Fight Club, che spingono ogni uomo a mantenere determinati atteggiamenti tendenti alla repressione della sensibilità, leggerezza e fragilità. In altre parole un uomo, per essere ritenuto tale dalla società, non può rivelarsi vulnerabile: per emergere, deve mostrarsi sempre all'altezza di qualsiasi situazione, senza paure o remore. Si assiste ad una vera e propria distruzione del lato umano piuttosto che di quello “femminile”; se anche le emozioni più naturali vengono soffocate, possono far scaturire problemi di natura psichica, i quali si riversano sul corpo attraverso l’autolesionismo o l’assunzione di sostanze stupefacenti. Uniformarsi in modo completo alla tossicità delle condotte considerate erroneamente “virili”, altro non comporta che demolire lentamente l’essenza dell’uomo, disgregando il proprio tessuto sociale. Se ci pensiamo bene, una certa dose di mascolinità tossica sorge sin dai primi anni d’età, inconsciamente indotta da genitori, e in alcuni casi educatori: il piccolo uomo deve sembrare forte e piangere meno possibile, cosa che alle compagne bambine è concessa. I suoi interessi devono concernere gli sport indicati come “maschili”: le auto da corsa, il calcio e le figure violente e virili. In particolar modo, nei primi anni d’età viene insegnato il concetto di anti-femminilità, ossia l’obbligo di allontanare da sé tutti gli atteggiamenti socialmente reputati “femminili”, schernendo chi non rientra in questo schema pre stabilito; basti pensare alla comunissima quanto triste frase “non fare la femminuccia”, che scommetto la maggior parte dei lettori maschi di questo giornale si sono sentiti dire almeno una volta da piccoli come rimprovero. È provato che le espressioni facciali dei bambini e delle bambine nei primi mesi d’età non presentino differenze, ma con l’educazione impartita dagli adulti si assiste ad una differenziazione inevitabile, così che i maschi vengono educati per non diventare femmine, stereotipando entrambi i generi attraverso norme di comportamento privato e pubblico. Il ragazzo deve rigidamente controllare i muscoli del proprio viso, facendo molta attenzione a non lasciar trapelare troppe informazioni sul suo reale stato d’animo, soprattutto se negativo, tranne la rabbia, quella gli è concessa, poiché lo fa apparire più forte, più potente. La mascolinità tossica lo diviene realmente quando la società si aspetta che il soggetto in questione faccia o non faccia determinate cose, tra cui chiedere aiuto, poiché un individuo che soffre è percepito come debole, sicché, come abbiamo visto prima, la tristezza, il semplicissimo atto del pianto sono concessi solo alle ragazze, ma l’associazione al genere femminile è pericolosa, in quanto ritenuto “sesso debole”. Da ciò purtroppo si genera il fenomeno della misoginia e conseguente violenza di genere, si instilla sin dall’infanzia un sentimento di avversione nei bambini nei confronti delle bambine: a loro sono concesse emozioni che ai maschietti vengono negate e le uniche che possono mostrare sono violente. Il “duro” si spezza lentamente ed inesorabilmente, si dimena nella “gabbia di genere” che egli stesso ha contribuito a costruire, rendendola più solida nel corso degli anni e trasformandola in un’ansia sociale. Il problema più grande è che la possibilità di chiedere aiuto non viene vista di buon occhio nemmeno quando è il fisico a richiederlo, poiché la “virilità” verrebbe compromessa. In questo modo, va a formarsi il senso di invincibilità che l’uomo deve mantenere nel corso della sua vita, mostrandosi sempre coraggioso e disinteressato di fronte a quelle problematiche che potrebbero portarlo ad un rapido deterioramento anche di natura fisica. Crescendo l’uomo apprende altre modalità per sentirsi tale, ed entra nel vasto mondo della sessualità. L’eterosessualità è un dovere primario dell’uomo definito “duro” e qualsivoglia forma di avvicinamento all’omosessualità verrà giudicato negativamente. Scivolare in questi meccanismi distruttivi e autodistruttivi è molto facile e di conseguenza pericoloso, perché è piuttosto complesso rendersi conto di essere intrappolati in quella “bolla” di genere. E’ facile comprendere quanto questa tossicità venga promossa pubblicamente da leader politici, film, pubblicità e programmi televisivi. Si possono trovare diversi esempi di propaganda basata sulla mascolinità tossica in diversi libri di psicologia sociale. Tra questi, vi sono le campagne elettorali di Trump, da sempre definitosi come un super-uomo dominatore, sia con le donne che con gli altri maschi. Egli ha spesso deriso in modo sessista numerose giornaliste, facendo lo stesso e generalizzando nel parlare di donne. Un aspetto interessante è anche lo scontro con gli avversari politici maschi, con i quali ha dimostrato di saper utilizzare egregiamente termini stereotipicamente de-virilizzanti come “debole” o “perdente”. In conclusione una pellicola come Fight Club porta alla luce, estremizzandola, la mascolinità tossica che affligge l’uomo moderno da decenni, rendendolo schiavo di se stesso. Tuttavia è possibile uscirne cercando di sensibilizzare il più possibile genitori, educatori, ma soprattutto bambini, portando l’educazione all’affettività nelle scuole sin dalle elementari. “È fatale essere un uomo o una donna puri e semplici: si deve essere una donna virile, o un uomo femmineo.” Virginia Woolf.
Matilde Falsetti, IV I