"Bikini" mi ha fatto pensare a quando, da piccola, guardavo con invidia e stupore tutte le ragazze più grandi che indossavano in spiaggia quei bikini colorati, aspettando il giorno in cui sarei stata abbastanza grande da indossarli anche io. Pensavo che fossero bellissime, che su di loro quei bikini stessero benissimo. Una volta diventata grande, però, ho compreso quanto, in realtà, il costume a due pezzi porti spesso disagio e imbarazzo e quanto lo sguardo altrui sia severo e intransigente. Specialmente oggi la società si aspetta che le donne debbano essere sempre appetibili. Per questo motivo, il costume è per molti qualcosa che fa paura, qualcosa per cui ci si prepara durante tutto l’anno attraverso dure diete dimagranti. Solo per due scarsi mesi d’estate.
Matilde Frenda 5^ Liceo classico europeo
Il racconto mi ha fatto riflettere sul pericolo che può rappresentare la distanza tra le donne e il loro corpo. Il testo prende spunto dal film Carrie, tratto dal romanzo di Stephen King, che ci fa avvicinare ad una visione molto cruda della realtà. Il ciclo mestruale è sempre stato visto come qualcosa di negativo, nella scena iniziale la protagonista si trova nelle docce della sua scuola, dopo l’ora di Educazione Fisica quando, improvvisamente, le arriva il ciclo: da subito è terrorizzata, pensa addirittura di stare morendo, e invece di essere aiutata viene presa in giro dalle sue compagne e in seguito viene punita dalla madre. Non è solo una scena forte, ma è proprio lo specchio di una mentalità che esiste da tantissimo tempo.
Il punto è che, storicamente, le mestruazioni sono state considerate impure, pericolose, quasi qualcosa da cui tenersi alla larga. Le donne venivano isolate, escluse, trattate come se contaminassero tutto quello che toccavano. E anche se oggi non siamo più a quei livelli, l’idea di fondo non è sparita del tutto: c’è ancora imbarazzo, ancora vergogna, ancora la tendenza a nascondere tutto.
Riprendendo una citazione di Simone de Beauvoir, la ragazza «diventa estranea a se stessa perché è estranea a tutti gli altri». In altre parole, se la società ti fa percepire qualcosa di naturale come qualcosa di sporco o sbagliato, finisci per interiorizzare quel giudizio. Non è più solo un problema esterno: diventa un modo di vedere te stessa. Si arriva dunque ad una vera e propria forma di alienazione in cui il tuo stesso corpo ti sembra qualcosa da ripudiare poiché la società stessa ti spinge a farlo. E questo è assurdo, perché significa essere messe in difficoltà, giudicate o anche solo fatte sentire a disagio per una condizione naturale e inevitabile.
La cosa un po’ amara è che il testo fa capire che questa mentalità è talmente radicata che forse non cambierà mai davvero. Magari cambiano le forme, cambiano le pubblicità, cambiano i prodotti, ma l’imbarazzo di fondo resta. È come se la società continuasse a trasmettere l’idea, anche senza dirlo esplicitamente, che il ciclo sia qualcosa di cui vergognarsi.
Dalila Lo Bosco 5^ Liceo classico europeo