Fotogrammi veneti

i giovani raccontano

Leonardo Sinisgalli e i bambini incisori.

Storia di un torchio, di un maestro (Gianni Faè), di una scuola (Piccola Europa)

e di un borgo (Sant'Andrea) negli anni Cinquanta.

Sabato 1 dicembre 2018

  • alle ore 11:00 nella Sala Farinati della Biblioteca civica di Verona in Via Cappello 43;
  • alle ore 18:30 nella Sala Faè (Casa di Peper-EcoLessinia) a Sant'Andrea di Badia Calavena.

Associazione Naturalisti Veronesi F. Zorzi

Martedì 16 ottobre 2018 - ore 17:30

Fotogrammi veneti.

I giovani raccontano la Lessinia orientale.

Relatore: dott.ssa Federica Candelato


Sala Conferenze, Museo civico di Storia Naturale - Verona

Giornata di festa, dedicata alla conclusione del progetto "Fotogrammi veneti. Lessinia making of" sostenuto dalla Regione del Veneto e dal Comune di Badia Calavena. Curato da Federica Candelato di 3A Ambiente Arte Archeologia soc. coop.

ore 11:00 breve saluto autorità; presentazione delle ricerche condotte da

Muriel Anselmi "Tra contrade, pitture murali e percorsi turistici"

Pietro Caporali "Fotogrammetria per il rilievo di stele e capitelli"

Lucia Fiorio "Economie e risorse tradizionali in un'ottica di innovazione"

Matteo Marangoni "Archeologia storia, tradizioni. Una rete attiva del territorio dell'Illasi".

cortometraggi realizzati da Cristian Truzzoli

mostra fotografica di Francesco Sorbini

ore 12:00 visita guidata alla mostra fotografica e ai contributi video del nuovo allestimento multimediale dell'ecomuseo.

ore 12:30 aperitivo offerto con Al Ristoro e il Caseificio Punto Verde


Dalle ore 12 stand gastronomici con specialità locali: bogoni, formaggi, salumi e arrosticini di pecora brogna.

E' consigliata la prenotazione al numero 0456510077


Per l'intera giornata saranno presenti artigiani e aziende locali tra cui:

Caseificio Punto Verde

Gadoi oli essenziali biologici e naturali

Sandro Milan cestaio (con attività gratuita per i bambini)

Cristina Ferrarini e Massimo Veneri dell'Associazione per la promozione e la tutela della Pecora Brogna.

La Ferraretta bianca Azienda agricola con alcuni prodotti naturali raccolti o coltivati (lavanda, erba catiorà...)


Presso #EcoLessinia nella Casa di Peper, a Sant'Andrea di Badia Calavena.

Contatti: 0456510077 - 3396189504

info@ecolessinia.it


responsabile scientifico: Federica Candelato, presidente 3A Ambiente Arte Archeologia e curatrice di EcoLessinia

responsabile amministrativo: Pietro Bottacini, Comune di Badia Calavena

responsabile istituzionale: Emanuele Anselmi, sindaco Comune di Badia Calavena

Progetto finanziato da Regione del Veneto e Comune di Badia Calavena; coordinamento 3A Ambiente Arte Archeologia soc. coop.

ERBE DELLA LESSINIA E TINTURE

Alcune erbe di campo, normalmente considerate selvatiche o erbacce, erano utilizzate prima dell’era del colore industriale per tingere le stoffe. Venivano certo impiegate per lo più per un uso domestico e non lasciavano dei colori particolarmente duraturi, soprattutto perché le attrezzature casalinghe, in quanto tali, non costituivano una garanzia di qualità. Tuttavia all’ epoca un risultato diverso dal nero o dal marrone scuro era comunque una novità: i vestiti della gente “comune” tendevano infatti ad essere piuttosto cupi e con scarsi accenti di tonalità. Per questa ragione ho pensato di illustrarvi tre erbe molto facili da riconoscere e presenti in gran quantità nella zona lessinica, con una caratteristica comune: tutte danno dei toni di giallo-verde e del rosa!



La prima è l’iperico, o sperunco, ma anche:E rba sbusa, Pilatro, Erba trona, Erba di San Giovanni, Cacciadiavoli. L’Hypericum perforatum L., questo il nome scientifico, è una pianta officinale. Durante i mesi estivi in Lessinia se ne trova in abbondanza e si riconosce dalle infiorescenze gialle sulla cima; la fioritura avviene verso la fine di giugno in prossimità della festa di San Giovanni Battista e proprio i fiori vengono usati per ricavare un oleolito dal colore rosso acceso. A noi tintori in erba interessano di più foglie e gambi che, da secchi e frammentati, daranno un bel giallo o verde a seconda del ph dell’acqua utilizzata durante il bagno colore.

La seconda erba con cui sperimentare il colore vegetale è il tarassaco, o pisacane, dente di leone, insalata matta o cicoria selvatica. Il nome scientifico è Taraxacum officinalis L. e a noi non interessano le foglie verdi, ma il fiore e le radici. Dal fiore si ricava un giallo più o meno pallido e brillante a seconda della concentrazione. Dalle radici invece si può estrarre una tonalità rosata.

L’ultima erba è l’equiseto, nome scientifico Equisetum arvense L., ma anche noto come coa de cavàl, cresce in luoghi umidi, vicino a corsi d’acqua ed è conosciuto sia per le sue proprietà mediche, sia per l’utilizzo in cucina come surrogato degli asparagi. In tintura l’equiseto si può utilizzare per ottenere un bel rosa delicato.

ALBERI DELLA LESSINIA E TINTURA NATURALE

Nel precedente articolo abbiamo incontrato un albero molto comune sui Monti Lessini: il Castagno. Abbiamo decantato i suoi frutti e torneremo a parlarne in futuro, ma oggi proseguiamo con il riconoscimento di altri alberi che abitano la Lessinia e lo faremo riprendendo il tema della colorazione naturale. Scendiamo un momento nel progno della Val d’Illasi: qui possiamo trovare un gran numero di salici. Eleganti e forse dall’aria un po’ malinconica, come abbiamo visto nel primo articolo di Fotogrammi veneti, le loro fronde sono da sempre impiegate in cesteria, ma a dire il vero hanno anche un impiego “tintoreo”: avreste mai detto che da un albero si può ottenere il rosa?

Risaliamo il progno e passeggiamo per le strade appena fuori paese da un qualsiasi paese della valle ed iniziamo a fare la conoscenza del noce. Di solito è un albero alto, maestoso e molto longevo. Ha un tronco lungo e abbastanza liscio ed un fogliame verde brillante che crea ombra e ristora in estate. ll suo nome scientifico è Juglans Regia, ma viene chiamato noce bianco, noce comune e noce reale. In tintura si possono ottenere diverse sfumature di marrone dal noce: una tonalità calda e ambrata proviene dalla macerazione delle foglie fresche; per un marrone scuro, fino al nero, invece, viene utilizzato il mallo ossia quell’involucro verde e carnoso che dopo la maturazione del frutto diventa nero e si stacca, rilasciando le noci ancora nel loro guscio. Il mallo, lasciato macerare per qualche notte in acqua, cede un colore molto scuro che era utilizzato in antichità anche per produrre l’inchiostro.

Altre sfumature di marrone si possono ottenere dal fogliame e dalla corteccia delle querce. Note per la loro longevità, la maestosità e le foglie dalla forma riconoscibile ed elaborata, le querce sono ricche in tannini e consentono quindi, non solo di colorare le stoffe o i filati, ma di garantire anche la durata del colore stesso nel tempo. I tannini presenti in gran quantità sia nella corteccia che nel fogliame aiutano a fissare il colore e renderlo più forte rispetto ai lavaggi e alla luce del sole. Fino ad ora abbiamo sempre parlato di bucce, foglie e cortecce, ma nel caso della quercia, esiste un’altra possibilità, forse meno nota, ma non meno importante e cioè la galla. Cos’è dunque una galla? Si tratta di un’ escrescenza provocata da insetti o altri organismi come batteri, funghi e acari; colpiscono le piante a vari livelli ( radici, fusto, rami, foglie e fiori) iniettando nei tessuti vegetali delle sostanze chimiche tossiche. A seconda della reazione le cellule della pianta tendono ad ingrandirsi e a riprodursi rapidamente, formando appunto le galle. Dalle galle si ottengono colori usati in tintura, nella produzione di inchiostri e in concia delle pelli e il loro utilizzo è testimoniato almeno sin dall’epoca Medievale.

La prossima volta che passeggerete per i boschi e vedrete delle querce, aguzzate gli occhi, potreste vederle, raccoglierne un po’ e sperimentare su stoffa o carta.

Buona esplorazione!

MARRONI E CASTAGNE

Autunno ed è tempo di verdure e frutta colorate, farinose e molto nutrienti: noci, zucche, patate dolci, cavoli rossi, nocciole e molto altro; ma per noi Veronesi è anche tempo di marroni!

Vediamo che differenza c’è tra castagna comune e marrone.

ll marrone è frutto di una varietà di castagno molto pregiata, la Castanea sativa domestica macrocarpa, la cui caratteristica è quella di dare castagne di dimensioni decisamente maggiori. Si tratta di un albero che vive tra i 250 e i 900 metri di altitudine e che predilige un clima temperato - umido; il suolo in cui si sviluppa al meglio è acido e pare che queste siano qualità tipiche delle zone Baldo - Garda e dei Monti Lessini, dato che proprio qui si registra un’elevata presenza di castagni da marroni. Sin dal Medioevo, la coltivazione di castagni è stata registrata come prospera e tipica della città di Verona.

La castagna era “un elemento base della dieta montana, da consumare fresca, lavorata come farina (per ricavarne pane o polenta), cotta (sotto la cenere, bollita o arrostita sulla brace)”. Un alimento che ha sostentato le popolazioni montane in momenti critici di grande carenza proteica e vitaminica, come i dopoguerra. “Non solo: le castagne fornivano anche un'importante risorsa per nutrire i maiali. A loro erano destinati i frutti di minor qualità, capaci però di trasmettere alle carni un gusto particolarissimo.”

Con che procedimento i frutti arrivavano e arrivano tutt’oggi al consumatore? Innanzitutto precisiamo che l’albero del castagno fiorisce in luglio per portare a maturazione i suoi frutti in autunno, periodo nel quale ha poi inizio la raccolta che è manuale.

Una volta selezionati i migliori, i marroni vengono sottoposti al trattamento della rissara o della novena.

Il primo consiste nel creare dei cumuli di frutti all’aperto che vengono lasciati riposare per 8-15 giorni. In questo modo il calore all’ interno dei mucchi, prodotto da una leggera fermentazione naturale, fa aprire i ricci.

Con la novena, invece, i marroni vengono immersi in acqua fredda, cambiata ogni due giorni, per conservare ed esaltare le caratteristiche gustative del prodotto. Per gustare questi frutti dolci e altamente nutrienti possiamo scegliere tra due pregiate qualità locali: il marrone di San Zeno DOP e il marrone di San Mauro di Saline.

Entrambi hanno delle feste dedicate durante il mese di ottobre.

Approfondimenti:

http://www.marronedisanzeno.it/

http://www.marronesanmauro.it/index.php

http://www.tourism.verona.it/it/cosa-fare/sapori-e-tradizioni/prodotti-tipici/marrone

CONTRADE E TRADIZIONI, PECORE E LAVORI ARTIGIANALI, COMUNITA', FAMIGLIE, STALLE...FILO'.

Il termine ”filò” deriva, presumibilmente, da “filare”, cioè dal lavoro che le donne facevano d’inverno nelle stalle per produrre fili da tessere e trasformare in vestiti. Nel tempo ha assunto la funzione di indicare gli incontri serali delle famiglie nelle stalle, sia di montagna come di pianura, durante la stagione più fredda, per stare al caldo e per passare il tempo stando in compagnia, recitare il Rosario, sentir le novità del paese o dei dintorni, procedere con piccoli lavori.

“Far filò” indica quindi anche parlare del più e del meno, tra vicini di casa, tra “contraenti”, cioè abitanti nello stesso gruppo di case, tra gruppetti di persone, tra parenti e amici; per cui il verbo filossàr indicava: stare insieme, chiacchierare, spettegolare, custodire e trasmettere le tradizioni.

Il luogo del filò erano le stalle perché un tempo erano i posti più caldi della casa: si radunava l’intera contrada, o la corte e in questo modo si trascorreva il tempo al caldo, evitando di congelare nelle abitazioni in cui i fuochi si facevano morire dopo la preparazione della cena, per non sprecare legna. Una volta spenti i focolari, la casa infatti diventava gelida e quindi invivibile: nella casa si tornava solo per infilarsi velocemente nel letto quando era ormai ora di dormire.

A questo punto, una domanda mi sorge spontanea: in questo mondo di adulti lavoratori, che a sera, stanchi ed affaticati si ritrovano per stemperare la durezza della vita,tra chiacchiere e piccoli lavori di manutenzione domestica, c’è posto per i bambini? Se sì, quale?

I bambini partecipavano ai filò, sino ad una certa ora e potevano giocare al caldo, aiutare in qualche piccolo lavoretto, ascoltare racconti di vita vera e imparare le “cose importanti” della vita in cui erano immersi attraverso le storie dei cantafole.

A volte le stalle diventavano un luogo sospeso tra realtà e magia, in cui i cantastorie o cantafole, custodi della tradizione orale, intrattenevano adulti e bambini con le loro narrazioni. Erano dei poeti che riproponevano fiabe della tradizione cantandole e interpretandole attraverso le loro abilità teatrali, accendendo la fantasia degli ascoltatori e ricreando sempre nuove varianti a seconda della situazione in cui si trovavano.

I cantafole erano analfabeti come il loro pubblico, ma erano dotati di qualità particolari per cui potevano ricordare moltissimo materiale culturale, esporlo ogni volta adattandolo alla situazione reale e empatizzando fortemente con il pubblico in modo da coinvolgerlo. In un certo senso erano come un’enciclopedia ambulante che dispensava insegnamenti sotto forma musicale e ludica in modo che insegnamenti e morale venissero trasmessi di generazione in generazione attraverso la fiabazione. Il filò diventava quindi una “scuola senza banchi”, la biblioteca vivente della memoria collettiva. Come esplicita Calvino nel suo saggio “Fiabe Italiane”, la fiaba: “qualunque origine abbia, è soggetta ad assorbire qualcosa del luogo in cui è narrata, un paesaggio, un costume, una moralità [...] che diventa carattere distintivo se non originale.”

La nostra bella Lessinia quindi, che figure di riferimento ci dona, attraverso le fiabe? Tra le figure mitologiche più importanti e note anche oggi troviamo le fade, gli orchi, il lupo e le streghe. Ognuno di questi personaggi è legato ad un luogo - si pensi ad esempio all’Orco di Giazza - e personifica dei vizi o comportamenti scorretti, inaccettabili agli occhi della società e quindi paradigmatici di ciò che non va fatto. E oggi, quali fiabe potremmo creare, per raccontare la nostra epoca, le trasformazioni dei luoghi e i valori della nostra cultura attuale?

Raccontateci!

Per saperne di più:

Cimbri dei Monti Lessini, Collettivo di autori, 2017

Leggende di streghe veronesi, G.Rama

L’altra cultura, sillabario della tradizione orale veneta,D.Coltro, a cura di Otello Perazzoli e

Vittorio Zambaldo, Cierre edizioni, 1998*

Fiabe italiane, I.Calvino, Einaudi, 1971

foto tratta dal libro *, rappresentazione teatrale, Oppeano 1979, scattata da Carlo Malacchini

LE CONTRADE

Tipiche dell' Alta Val d'Illasi e dell'area centro-orientale della Lessinia, dove è maggiore l'influsso cimbro, le contrade sono nuclei di edifici in pietra, per lo più case unifamiliari, disposte una accanto all'altra.

L'architettura delle contrade, apparentemente povera, è tuttavia ricca di elementi particolari: pitture, scritte, decorazioni che testimoniano una cultura e una tradizione molto forti. Inoltre molti elementi architettonici sono unici, come i bocaroi, fori di aerazione per gli ambienti rustici come i fienili.

contrada Fietta- Sant'Andrea

I punti di insediamento venivano scelti con attenzione da piccoli gruppi di famiglie per poter vivere in maniera autosufficiente e autonoma.

Si prendevano in considerazione i fattori ambientali, quali una buona esposizione al sole (la maggior parte infatti sono affacciate a mezzogiorno), la protezione dai venti freddi, la presenza di una sorgente nelle vicinanze e il tipo di terreno, meglio se favorevole allo sfruttamento per i pascoli e con terrazzamenti naturali o piccole vallette.

Proprio per questi motivi le contrade si adattavano alla morfologia del territorio, sfruttando la morfologia del terreno e dei sentieri. Poi a seconda delle necessità del nucleo familiare si trasformano pian piano.

Sebbene in parte siano state abbandonate, le contrade rimangono ancora oggi un esempio di piccoli nuclei ecosostenibili. Gli abitanti della Lessinia avevano nei secoli modificato il territorio per ricavarne le risorse necessarie per vivere: c'erano prati che fornivano il fieno per il bestiame, gli alberi da frutto, gli orti e i boschi attorno alle contrade da dove ricavare la legna.

tipico elemento architettonico delle contrade a contrada Pergari- Badia Calavena

A differenza di oggi, alla base c'era la volontà di conservare e non esaurire le risorse presenti nel territorio e di ricorrere a fonti rinnovabili, come la legna, e non inquinanti per non compromettere il legame tra uomo e ambiente. Si sfruttavano le risorse “a costo zero” come il latte, l'acqua, la legna... L'economia della montagna era un'economia di autosufficienza, cioè cercava di produrre sul territorio tutto quello che era necessario per vivere. Per tutte quelle merci che non erano reperibili in loco, si utilizzava il baratto.

All'interno delle contrade, strutture fondamentali per la trasformazione delle materie prime in prodotti finiti erano la casara, dove si faceva il formaggio e il burro, la giassara per la conservazione del ghiaccio e la carbonara.

Di queste attività tradizionali, un tempo molto diffuse in Lessinia, vi racconteremo qualcosa di più nei prossimi articoli...

LA PECORA BROGNA

Le pecore ai nostri giorni sono le nuvole in cielo che ti segnalano un cambiamento del tempo, oppure sono quelle che si contano se non si riesce a dormire; qualche volta sono quelle chiazze chiare che si vedono per i campi della nostra pianura e che ci fanno rallentare in macchina dicendo: “Ma...sono...PECORE! ...Qui?”. In effetti ormai le pecore, come forse molti altri animali domestici, sono più un’immagine mentale che una presenza quotidiana per le nostre famiglie e realtà.

Tuttavia non è sempre stato così, anzi un tempo la pecora contribuiva enormemente al sostentamento della famiglia.

Forniva latte, carne, ma soprattutto lana per confezionare abiti. La pecora infatti veniva tosata e il vello trattato dalle donne di casa per renderlo indossabile: si partiva con una scrematura delle fibre effettivamente utilizzabili, poi si procedeva ad una pulitura sommaria con pettini per eliminare lo sporco più importante. A questo punto la lana veniva cardata , cioè pettinata con delle speciali spazzole che lisciavano le fibre, portandole tutte nella stessa direzione: in questo modo la la lana era pronta per essere filata e cioè trasformata in filo, attraverso l’uso dell’ arcolaio . Dal filo naturalmente si procedeva poi con la colorazione, attraverso colori vegetali, infine si poteva tessere al telaio per renderla un tessuto, oppure il filo veniva lavorato a maglia, uncinetto e altre tecniche manuali per creare indumenti.

Si trattava di un lavoro lunghissimo, svolto per lo più durante il filò la sera, al caldo della stalla, mentre ci si teneva compagnia tra abitanti della stessa contrada nelle sere d’inverno. Pare però che non solo il ciclo di lavorazione della lana fosse affidato alle donne, ma anche la cura dell’animale stesso: il lavoro vero, cioè la vera fonte di reddito nell’800 erano le mucche con il loro latte, o la carne. Delle mucche si occupavano gli uomini, quindi le pecore erano considerate quasi come un animale di serie B, perché permetteva alla famiglia un sostentamento e non una vera e propria entrata economica. Queste informazioni interessanti mi sono state raccontate da Veronica Isalberti che vive a San Rocco, ha una coltivazione di fragole e un piccolo allevamento di capi di razza autoctona: la pecora Brogna.

Veronica inoltre fa parte di un’associazione, l’associazione per la promozione e la tutela della pecora Brogna e assieme ad un nutrito gruppo di altri allevatori ha deciso di favorire lo sviluppo di questa risorsa tradizionale locale impegnandosi quotidianamente in un’attività di allevamento sul territorio. L’associazione nasce nel Maggio 2012, riunendo allevatori, tecnici del settore, ristoratori e trasformatori, con lo scopo di evitare l’estinzione di una razza autoctona, patrimonio di biodiversità culturale della Lessinia. Il suo intento è quello di promuovere la valorizzazione dei prodotti ottenuti da questo prezioso animale, per consentire agli allevatori di continuare a presidiare il territorio, ritornando a dare così a questa zootecnia di montagna quel ruolo fondamentale di custode dell’ambiente che già ricopre da centinaia di anni.

Avete mai incontrato queste pecore? Sapevate che di questa pecora praticamente non si butta via niente? Della Pecora Brogna si utilizza il latte, la carne e da qualche anno si è scoperto che anche la sua lana è di ottima qualità: morbida e delicata per avvolgenti maglioni invernali.

articolo e foto: Lucia Fiorio

in foto pittura murale in contrada Pergari a Badia Calavena.

Le pitture murali:

Passeggiando tra le numerose contrade della Lessinia, è facile incontrare sulle pareti delle vecchie abitazioni numerose raffigurazioni di“ madonne e santi” , immagini frutto di secoli di storia e di tradizioni locali.

Troviamo infatti numerosi affreschi e tempere raffiguranti figure sacre, tutti modelli di comportamento ai quali ci si rivolgeva per trovare conforto o un valido aiuto nelle fatiche quotidiane.

Sono per lo più umili dipinti, immagini semplici, molto espressive, eseguite senza un'elevata maestria o tecnica da autori ancora oggi rimasti ignoti e che oggi, per l'incuria e il passare del tempo, sono destinati a scomparire.

I pittori, i cosidetti "madonari", viaggiavano di paese in paese, e in cambio di un pasto caldo e un luogo dove pernottare, si offrivano per dipingere le pareti delle abitazioni.

Al tempo, non importava tanto la qualità dell'immagine, ma il suo significato e l'immediatezza del messaggio, semplice e chiaro. I "madonari", infatti, erano quasi sempre privi di educazione artistica.

Le figure dipinte il più delle volte erano infatti piuttosto goffe e rispecchiavano la realtà locale: ad esempio la Madonna era raffigurata come una popolana, i Santi abitavano con la gente comune...

Il pittore si preoccupava di evidenziare pochi riferimenti essenziali. Dal punto di vista artistico e formale, poche opere raggiungono risultati elevati.

I luoghi prescelti per queste pitture erano principalmente i muri di stalle e fienili ma non mancavano decorazioni ad edicole, nicchie e ai capitèi.

Attualmente, secondo un recente censimento, sulle facciate delle abitazioni della Lessinia Orientale si possono contare circa quattrocento opere giunte fino a noi, realizzate tra la seconda metà del XVII e la prima metà del XX secolo, diffuse principalmente nei comuni di Selva di Progno, Badia Calavena, Tregnago, Velo Veronese e Vestenanova.

Non a caso, il noto autore e studioso Carlo Caporal denomina la Val d'Illasi “vallis picta”, visto l'alto numero di pitture murali che si trovano tra le sue contrade: un caso unico o comunque raro in Italia.

Nel comune di Badia Calavena, comprendente oltre al capoluogo, le frazioni di Santa Trinità, San Valentino, Sprea e Sant'Andrea, sono state catalogate ben 104 opere: 45 edicole, 13 croci, 32 pitture murali, 6 nicchie.

Purtroppo molte delle opere sono state abbandonate a se stesse, e rischiano di scomparire completamente.

Altre invece, più fortunate, si sono conservate e mantenute in buono stato e possono ancora essere ammirate nel luogo originario: le contrade diventano così un piccolo museo a cielo aperto da scoprire e valorizzare!

Se volete vedere dal vivo queste opere minori, passate ad EcoLessinia: vi consiglieremo un originale percorso attraverso le colline di Badia Calavena, tra antichi ricordi, pitture murali e natura...

in foto pittura murale in contrada Antonelli a Badia Calavena

E se vi capita di addentrarvi in qualche contrada, scattate qualche selfie con le opere che trovate e inviateci quella che a voi piace di più ad info@ecolessinia.it: le più belle le pubblicheremo sulla nostra pagina Facebook!

I gadoi:

Se siete stati in Lessinia Orientale, in particolare nella verdeggiante Val d’Illasi, avrete di certo notato che in primavera, lungo i muretti dei terrazzamenti, fioriscono gli Iris. Sono dei fiori blu - ma non solo - con delle lunghe foglie lanceolate che conferiscono alla pianta un aspetto dinamico ed elegante. A causa di questo aspetto formale, gli Iris sono chiamati anche Spadoni, tuttavia non è delle foglie che andremo ad occuparci e nemmeno dei fiori: parleremo invece delle radici.

Potrebbe sembrare controintuitivo, ma in effetti la parte più interessante, soprattutto economicamente, dell’Iris germanica, è proprio il rizoma. Quelle strane patate bitorzolute che danno vita alla pianta, sono state una preziosa fonte di guadagno per tante, tantissime famiglie lessiniche per quasi tutto il ‘900.

Increduli? Ora vi raccontiamo.

Dovete sapere che un tempo, già i nonni dei nonni di oggi, coltivavano gli Iris germanica nei loro campi, oppure lungo i terrazzamenti delle colture di vite, ciliegio e ulivo, a ridosso delle marogne (muretti tipici delle colline modellate a terrazzamento).

Era un’attività secondaria che permetteva alle famiglie di arrotondare integrando le entrate magre derivanti da allevamento e agricoltura. Sfiorita la pianta infatti, verso agosto - settembre, si sradicavano le piante e si ammassavano i tuberi in un luogo asciutto e ventilato per poi iniziare a pelarli con il coltellino pelagadoi: infine, una volta puliti da radici e buccia, venivano infilati in lunghissimi fili di canapa per essere appesi al soffitto, vicino al muro della casa, affinché si seccassero.

Quando i tuberi erano perfettamente essiccati, dopo mesi, venivano riposti in sacchi di juta e venduti al mediatore una figura di commerciante che prelevava i sacchi con i rizomi pelati ed essiccati e li smerciava nelle varie aziende interessate in altre città.

Ora vi starete domandando di sicuro che cosa se ne facessero alcune aziende con tutte queste patate bitorzolute. Ebbene, il rizoma dell’Iris era utilizzato allora come ora per produrre cosmetici e per fare da base ai profumi! Ciò che più stupisce forse, è che i coltivatori di iris non erano sempre al corrente di questo impiego cosmetico: molto spesso infatti si limitavano a coltivare, raccogliere e vendere senza conoscere la reale destinazione dei loro prodotti.

Raccontano infatti alcune signore incontrate nella casa di riposo di Illasi e di Badia Calavena, che: “Tutti! Tutti lo facevano qui, era un lavoro lungo e faticoso per pochi soldi e poi passava il mediatore a prendere i sacchi e si ripartiva da capo, però non so a cosa servissero.”

Alcune di loro ricordano che le radici avevano un uso farmaceutico, qualcuna parlava di un aiuto ai bambini durante il periodo della dentizione. Altre hanno raccontato delle ricette culinarie.

Insomma, l’iris non è solo un fiore ammantato di bellezza, ma anche di mistero: le informazioni certe che si hanno sono poche e al momento non siamo a conoscenza di documenti d’archivio specifici.

E oggi? Cosa resta oggi di questa tradizione?

Una splendida festa primaverile nella Valle d’Illasi - Iris festival a cura dell’Associazione Antiche Contrade-, un coltivatore di Iris che li esporta tutt’ora - Luigi Lucchi di Badia Calavena e il sogno di tornare a distillare il burro di iris di una giovane azienda di Badia Calavena -Gadoi.

Allora oggi vi lasciamo con queste foto di gadoi, e vi aspettiamo in Val d’Illasi a primavera, per le prime fioriture. Noi vi aspettiamo con le e-bike cariche e fiammanti, voi preparate le macchine fotografiche!

Spunti per saperne di più:

-I video della sala multimediale dell’Ecomuseo con interviste rilasciate da chi ha effettivamente lavorato gli Iris

-Lessinia Ieri Oggi Domani, n.20 anno 1997, Campiano: gli ultimi sbondareossi, pp. 157- 170

-IRIS, non solo un fiore, I gadoi della Val d’Illasi, documentario di Riccardo Filippini incollaborazione con IVRES

articolo di: Lucia Fiorio

Tinture naturali:

La​ ​natura​ ​ci​ ​aiuta​ ​a​ ​comprendere​ ​lo​ ​scorrere​ ​del​ ​tempo​ ​e​ ​con​ ​i​ ​suoi​ ​colori​ ​sempre mutevoli​ ​e​ ​variegati​ ​è​ ​un’incredibile​ ​fonte​ ​di​ ​ispirazione. Pensiamo​ ​ad​ ​esempio​ ​ai​ ​colori​ ​soffici​ ​e​ ​un​ ​po’​ ​polverosi​ ​di​ ​un​ ​tramonto​ ​estivo, oppure​ ​alle​ ​calde​ ​foglie​ ​autunnali​ ​che​ ​ammanteranno​ ​presto​ ​la​ ​bella​ ​Lessinia, oppure​ ​ai​ ​colori​ ​freddi​ ​e​ ​severi​ ​invernali​ ​che​ ​poi​ ​esploderanno​ ​in​ ​un​ ​trionfo​ ​di​ ​pastelli in​ ​primavera. Qualunque​ ​siano​ ​i​ ​vostri​ ​colori​ ​preferiti​ ​e​ ​le​ ​sensazioni​ ​che​ ​vi​ ​comunicano,​ ​sappiate che​ ​esiste​ ​un​ ​modo​ ​naturale​ ​e​ ​sicuro​ ​per​ ​rivestirvene. Come? Come​ ​si​ ​faceva​ ​oltre​ ​un​ ​secolo​ ​fa,​ ​prima​ ​dell’avvento​ ​del​ ​colore​ ​industriale!

Parti​ ​di​ ​pianta,​ ​minerali​ ​e​ ​terre​ ​costituivano​ ​le​ ​fonti​ ​principali​ ​di​ ​colorazione:​ ​vediamo un​ ​po’​ ​quali​ ​sono​ ​i​ ​principi​ ​di​ ​base​ ​per​ ​una​ ​colorazione​ ​dei​ ​tessuti​ ​all’antica. Per​ ​prima​ ​cosa​ ​consideriamo​ ​la​ ​stoffa:​ ​si​ ​trattava​ ​infatti​ ​di​ ​natura​ ​vegetale​ ​(lino, cotone,​ ​canapa)​ ​o​ ​animale​ ​(lana,​ ​seta)​ ​che​ ​veniva​ ​lavata​ ​e​ ​​mordenzata, cioè preparata​ ​a​ ​ricevere​ ​il​ ​colore​ ​attraverso​ ​una​ ​cottura​ ​in​ ​acqua​ ​e​ ​sali.

In​ ​seguito,​ ​sciacquata​ ​e​ ​lasciata​ ​asciugare​ ​all’aria,​ ​la​ ​stoffa​ ​era​ ​pronta​ ​per​ ​il​ ​​bagno colore. Bello,​ ​ma​ ​cosa​ ​sarebbe​ ​questo​ ​bagno​ ​di​ ​colore?! Si​ ​tratta​ ​del​ ​risultato​ ​di​ ​un​ ​procedimento​ ​di​ ​cottura​ ​delle​ ​piante​ ​coloranti:​ ​le​ ​parti​ ​utili a​ ​rilasciare​ ​il​ ​colore​ ​venivano​ ​immerse​ ​all’interno​ ​di​ ​contenitori​ ​pieni​ ​d’acqua​ ​e decotte,​ ​fino​ ​al​ ​rilascio​ ​totale​ ​del​ ​colorante. Terminata​ ​la​ ​fase​ ​della​ ​decozione,​ ​si​ ​poteva​ ​procedere​ ​al​ ​filtraggio​ ​del​ ​composto ottenuto​ ​per​ ​usare​ ​solo​ ​l’acqua​ ​colorata​ ​pura. A​ ​quel​ ​punto​ ​si​ ​potevano​ ​immergere​ ​le​ ​stoffe​ ​nel​ ​colore​ ​e​ ​fare​ ​un’altra​ ​operazione​ ​di cottura. Non​ ​restava​ ​poi​ ​che​ ​estrarre​ ​le​ ​stoffe,​ ​sciacquarle​ ​per​ ​bene​ ​dai​ ​residui​ ​superflui​ ​di colore​ ​e​ ​lasciarle​ ​asciugare​ ​all’ombra.

Anche​ ​in​ ​Lessinia​ ​i​ ​colori​ ​erano​ ​prodotti​ ​in​ ​questo​ ​modo:​ ​i​ ​marroni​ ​e​ ​i​ ​verdi​ ​erano​ ​i colori​ ​che​ ​andavano​ ​per​ ​la​ ​maggiore. La​ ​natura​ ​circostante​ ​forniva​ ​noce,​ ​foglie​ ​e​ ​malli,​ ​equiseto,​ ​cortecce,​ ​galle​ ​di​ ​quercia, bucce​ ​di​ ​frutta​ ​secca​ ​e​ ​tarassaco. Sabato​ ​9​ ​nel​ ​pomeriggio​ ​ci​ ​sarà​ ​un​ ​saggio​ ​di​ ​questo​ ​stile​ ​di​ ​colorazione​ ​dei​ ​tessuti proprio​ ​presso​ ​l’ecomuseo.

Curiosi?

Per​ ​un​ ​approfondimento: -​Cimbri​ ​tzimbar,​ ​​ ​Vita​ ​e​ ​cultura​ ​delle​ ​comunità​ ​cimbre,​ ​anno​ ​IX​ ​n.18​ ​luglio​ ​dicembre​ ​1997 Verona​ ​Edizioni​ ​Curatorium​ ​Cimbricum​ ​Veronense,​ ​P.Pettinari,​ ​Il​ ​vestito​ ​presso​ ​i​ ​Cimbri,​ ​pp 89​ ​114

articolo e foto: Lucia Fiorio

Le meridiane in Lessinia:

La meridiana è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole.

Il suo uso è nato in tempi antichissimi: era già conosciuta nell'antico Egitto e presso altre civiltà, e successivamente tra quella dei Greci e dei Romani. L'origine di questa scienza è tuttavia ancor più antica rispetto alla civiltà egizia e le prime testimonianze risalgono addirittura al Neolitico.

Ancora oggi è possibile incontrare questi antichi orologi solari, sparsi nelle contrade del nostro territorio.

Una meridiana costituisce un caratteristico motivo parietale, riprodotto soprattutto nelle ville signorili a partire dal sedicesimo secolo. Le meridiane misuravano le ore del lavoro in un tempo meno frenetico.

In Lessinia la maggior parte di queste opere risale alla fine dell'Ottocento, e hanno una struttura molto elementare.

Dipinte in riquadri sulle facciate delle abitazioni orientate a mezzogiorno, erano strumenti semplici che oltre alla loro funzione decorativa, nascevano per esigenze pratiche, poiché servivano un tempo per misurare “le ore della fatica”, ossia le ore di lavoro diurne e i tempi del riposo.

Spesso le meridiane riportavano scritte, dipinte sotto il quadrante: si tratta perlopiù di proverbi, motti che invitavano alla riflessione e alla preghiera, o semplici frasi di buon auspicio.

In una meridiana in contrada Trettene a Sant'Andrea, chi passava poteva leggervi il seguente detto, che lo ammoniva a seguire "la retta via":

Tutte le ore son di Dio

vivi giusto, sobrio e pio”

Oggi purtroppo questa scritta risulta stinta a causa del tempo e dell'incuria.

I quadranti con la suddivisione delle ore venivano dipinti all'interno di cornici colorate o d'arabeschi, e la numerazione era generalmente espressa in caratteri romani. In alcuni casi, anche se rari, i numeri sono scritti con caratteri arabi.

All'interno del quadrante spesso vi dipingevano elementi simbolici: un gallo, la chiesa, una campana oppure un uccello...

Alcuni begli esempi li possiamo trovare girando tra le contrade di Badia Calavena, sulle pareti di alcune vecchie abitazioni.

In contrada Pergari sulla facciata dell'edificio centrale nella seconda corte, spicca su un brillante sfondo giallo il disegno di un uccello, all'altezza dello gnomone (l'asticella verticale che proietta l'ombra). L'opera è datata 1895 ( nella foto in alto ).

Un'altro esempio ancora, dipinta probabilmente dallo stesso pittore, è in contrada Antonelli. Grazie ad un restauro è oggi in ottime condizioni: un uccello rosso con una coda azzurra sovrasta lo gnomone. Una campana segna mezzodì.

(nella fotografia a destra)

E tante altre sono le meridiane sparse nei nostri paesi: molto non più ritoccate sono scomparse, ma altre si sono salvate...

Girare tra le contrade alla scoperta di questi antichi orologi spesso dimenticati, potrebbe essere un'idea originale ed alternativa per escursioni in Alta Val d'Illasi e in Lessinia.

articolo e foto: Muriel Anselmi

Acqua e lavatoi

L’acqua è un bene prezioso, praticamente alla base della nostra esistenza: dall’inizio dei tempi l’umanità si raccoglie attorno ai corsi d’acqua per costruire insediamenti.

Osservando paesi, città e metropoli, in particolar modo di antica fondazione, ci accorgiamo di come siano sempre attraversati da vie d’acqua, che ne hanno determinato la struttura.

Così come a livello macroscopico lungo i fiumi si sono da sempre verificate antropizzazioni, anche ad una dimensione più umana, attorno a fontane e lavatoi la gente si è sempre riunita, fino a 60 anni fa, per raccontarsi storie di vita, lavarsi, bere e incontrarsi (qualche volta anche baruffare)


Semplici vasche, costruzioni architettoniche elementari o articolate, grandi, piccole, abbandonate o restaurate: fontane e lavatoi di cui è ricca la Valle d’Illasi, oggi silenziose, un tempo popolate dalle voci delle lavandaie, dei bambini e della popolazione, avrebbero molte storie da raccontare, per chi volesse ascoltare.

Andare al lavatoio all’epoca era come farsi un giro sulle bacheche facebook dei propri compaesani!

La immaginate? Una pagina facebook intitolata: “Il lavatoio di Marcenigo”: e giù pettegolezzi, scandali, notizie, forse canzoni condivise e qualche dolore scivolato dalle labbra a denti stretti.

Oggi di fontanelle se ne trovano in giro per la città oppure nei parchi, ma sono delle strutture molto più contenute, atte solo al recupero di acqua per bere e rinfrescarsi.

Le fontane e i lavatoi di un tempo, quelle rimaste tuttora in piedi invece, dimostrano una presenza più massiccia e importante: per lo più forme essenziali, dettate dai bisogni della popolazione e dalle mancanze del territorio. Internamente hanno più di una vasca di raccolta, ciascuna con forma e dimensione differente a seconda della funzione: abbeveraggio di animali, risciacquo di lenzuola e capi grandi, lavaggio di capi più piccoli. Altre caratteristiche comuni sono la prossimità con elementi religiosi - siano essi anche solo delle nicchie con statue sacre - e la posizione ai piedi di un colle con forte pendenza, al centro dell’incrocio delle strade direttrici dei paesi.

Ora che li conosciamo un po’ di più, proviamo ad immaginare di nuovo.

Un gruppo di donne provenienti da più parti del paese che si avvicinano e dopo i saluti, iniziano a fare il bucato: una si asciuga il sudore della fronte, altre due raccolgono i panni dalle brente mentre si raccontano chissà quale novità, altre intonano un canto e nel frattempo sbattono le lenzuola nella vasca grande per sfregarle e tirare via i residui della lissia, la liscivia, prodotto di cenere bollita nell’acqua: l’antenato del detersivo.

Sciàff, sciàfff, sciàfff…

Non vi sembra di sentirle?

articolo e foto: Lucia Fiorio

Focus sul territorio dell'Ecomuseo:

SPREA (878m)

Piccola frazione di Badia Calavena, da cui si può avere una bellissima panoramica sulla Val d'Illasi. Situata attorno al monte Castéche, toponimo cimbro che significa "strada del monte", dove ogni anno l'ultima domenica di luglio si celebra la suggestiva cerimonia religiosa in onore di San Rocco, la cui statua è custodita nella piccola chiesa e che negli ultimi anni porta a Sprea una folla sempre più numerosa di fedeli. L' Avoto di Sprea si celebra dal 1855: al Santo viene attribuita la fine della terribile pestilenza di colera che colpì il paese (alcuni raccontano che il voto risalga addirittura alla peste del 1630).

Sebbene poco conosciuta in passato, Sprea non è un paese privo di di storia: il nome Sprea cum Progno appare già nei documenti intorno all'anno Mille e così anche i cognomi tipici di alcuni suoi abitanti come Anselmi, Ferrari e Vinco. Fu comune cimbro del Vicariato delle montagne e anche territorio del Monastero di San Pietro di Badia Calavena. La chiesa attuale, costruita sui resti di una precedente del XIII sec,. risale al 1850.

Il paesino è famoso per la figura di don Luigi Zocca, meglio noto come “él prete da Sprea”. Don Zocca, originario di Bussolengo, visse a Sprea per 33 anni, dedicandosi all'erboristeria e creandosi la fama di guaritore, tanto da richiamare malati e pazienti da tutta Italia ed Europa. Infatti, le conoscenze botaniche gli consentirono di usare le erbe officinali di Sprea per alleviare o curare varie malattie. Oggi la sua antica tradizione è portata avanti dall' Erbecedario, che tutte le domeniche apre ai visitatori il suo magnifico giardino botanico.

Proprio sulla facciata dell'ex canonica adiacente la chiesetta, e oggi sede dell'erboristeria si trova il busto di bronzo creato da Berto da Cogollo, noto artista del ferro battuto, raffigurante il parroco.

A 5 minuti di auto, ma facilmente raggiungibile a piedi o in bicicletta, si trova Bolca, noto sito paleontologico.

Per gli appassionati del trekking e delle gite all'aria aperta, dalla piazza del paese parte un bell'itinerario alla scoperta delle contrade di Sprea, da fare preferibilmente a piedi a causa dei sentieri non sempre in ottime condizioni. I più temerari ed esperti lo possono provare in mountain-bike.

Qui trovate la descrizione del percorso, che si snoda tra boschetti e piacevoli pascoli. Per ulteriori indicazioni o se volete conoscere altri sentieri nella zona, passate pure da noi di EcoLessinia e saremo ben felici di aiutarvi.

Buona passeggiata!



articolo e foto: Muriel Anselmi


Le erbe spontanee

Quando si decide che una pianta è un’erbaccia e perchè?

Ad un certo punto una pianta spontanea da utile e benefica diventa una ribelle erbaccia, oppure un’erba come un’altra: cioè invisibile ai nostri occhi; eppure c’è stato un tempo in cui chiunque riusciva a riconoscere le piante locali. Non tanto per erudizione, quanto per necessità. Le erbe spontanee, raccolte in giro per i prati, oppure addomesticate e coltivate nel proprio orto, erano fonte di cibo e di cura.

A testimonianza restano numerose ricette culinarie (conoscete il Buon Enrico, lo spinacio selvatico? Prendete sotto braccio una nonna e chiedetele di mostrarvelo!) e le mitiche ricette mediche di Don Zocca, il prete botanico da Sprea. Se passerete dall’Erbecedario, vi narreranno la sua storia.

Gli usi delle piante però, non finiscono qui.

Innumerevoli tipi di flessuosi rami servivano ad intrecciare cesti: ciascun cesto con la sua misura e tipologia legate all’utilizzo. Caio il cestaio e la moglie Elis non solo ve lo potrebbero raccontare con dovizia di particolari, ma potrebbero anche mostrarvi come si faceva con la pazienza e la passione che li contraddistinguono. Infine non dimentichiamo che alcune piante si possono intrecciare, una volta trasformate in filo, per creare dei tessuti: pensiamo ad esempio la canapa.

Una pianta di cui si stanno riscoprendo proprietà e utilizzi, soprattutto in Emilia Romagna, e che veniva coltivata e trasformata anche nelle zone della Lessinia, a livello familiare. Con canapa e lana si tesseva il medolan un tessuto tipico che rivela i fili di lana in verticale a formare l’ordito e quelli di canapa in orizzontale per la trama.

E oggi, tutta questa ricchezza è quindi dimenticata e sprecata?

Non esattamente. Se volete assaggiare piatti tipici con erbe locali potete andare a trovare Giorgio, a Giazza, nella sua Osteria Ljetzan: piatti genuini e racconti sempre pronti. Inoltre esistono delle realtà in Val d’Illasi che si impegnano in progetti territoriali, puntando sul recupero di saperi e l’utilizzo di erbe locali per scopi fitoterapici e cosmetici.

Sono realtà nate da poco, ma con obiettivi molto chiari. Un esempio affascinante è l’azienda Gadoi che prende il nome dall’Iris o Ireos, un fiore molto comune e ben noto in Lessinia orientale. Nella loro sede Marco, Martin e Fabrizio ricavano olii essenziali e acque aromatiche da piante che raccolgono spontanee o coltivate da contadini della zona. Un pomeriggio Giulia, una delle coltivatrici che collabora con Gadoi, mi ha anche raccontato che tra le varie erbe della tradizione ne esiste una, davvero popolare, che si trova per i prati in gran quantità e che si chiama catiorà.

Cosa si faceva con la catiorà (Stachys Recta)? Ci si faceva passare lo spavento, ma anche le sinusiti, i sintomi da raffreddamento e la congiuntivite.

Come? Con suffumigi e rituali con formule annesse. La signora Carmela, una degli ultimi abitanti dei Rancani, ci ha raccontato l’uso di questa e di altre erbe locali, mimando i gesti e recitando le parole che rinforzavano il potere curativo delle pozioni.

Un ringraziamento alla signora Carmela della contrada Rancani, a Giulia Signorini di Base Terra, a Caio il Cestaio, Marco Valussi di Gadoi e Giorgio Boschi dell’Osteria Ljetzan: per i racconti, il tempo, la disponibilità e la pazienza.

articolo e foto: Lucia Fiorio

Apriamo questa pagina, “Fotogrammi veneti, i giovani raccontano”, per illustrarvi un progetto in corso e invitarvi a restare sintonizzati con le attività dell’ecomuseo!

Di cosa si tratta?

Il progetto è pensato come un’opportunità per raccontare la Lessinia est dal nostro punto di vista, mettendo in luce alcune caratteristiche che ci hanno colpito ed entusiasmato.

Usando lo strumento multimediale come “voce narrante”, vorremmo valorizzare le tradizioni storico-culturali, promuovere le piccole realtà artigiane e le bellezze paesaggistiche della Lessinia Orientale.

Come?

Raccogliamo memorie storiche, fotografiamo scorci poetici, andiamo ad incontrare artigiani, allevatori, coltivatori e nuove realtà economiche montane, sperimentiamo sentieri per realizzare media e materiali da offrire alla curiosità collettiva.

Una vera e propria ricerca del Genius loci, non solo per custodirne le radici, ma anche per individuarne i pattern di criticità per una prospettiva futura.

Un progetto che racconta della passione per una terra in cui si vive per provenienza o per scelta, concretizzato da dei media consultabili nella sala multimediale dell’Ecomuseo e sul sito.

Cosa ci auguriamo?

Innanzitutto vi auguriamo di passare a trovarci all’Ecomuseo e poi ci auguriamo che questo viaggio nelle alte valli della Lessinia Orientale vi affascini e invogli voi e sempre più persone ad esplorare questa terra che offre la possibilità di praticare un turismo sostenibile ed esperienziale.

Infine il nostro desiderio è di gettare le prime basi per una rete tra ecomuseo e attività della zona, per fornire servizi sempre più interessanti e al passo con le nuove tendenze turistiche: rispettose dell’ambiente, dei tempi lenti, che inducono naturalmente il turista a voler fare esperienza di attività tipiche della zona.

Vorreste partecipare? Siete curiose/i?

Restate in contatto con la rubrica dedicata al progetto sul sito e sui canali social!

Oppure se avete qualche spunto, volete raccontarci qualcosa o semplicemente mettere il naso nel museo..siete i benvenuti!

Piazza Sant'Andrea 8, 37030 Badia Calavena (VR) e-mail: info@ecolessinia.it - tel. 045 6510077