IL DOPOGUERRA INGLESE
L’IMPERO PERDUTO
Quando nell’immediato secondo dopoguerra Clement Attlee - leader del Partito Laburista - fu chiamato a guidare il nuovo governo, la Gran Bretagna era un Paese profondamente cambiato dagli orrori della seconda guerra mondiale.
Stati Uniti e Unione Sovietica, in qualità di superpotenze, dominavano ora lo scacchiere internazionale mentre, sul piano domestico la situazione economica era disastrosa, la middle class inglese rimpiangeva i tempi pre-bellici in cui l’imposizione fiscale poteva ritenersi ragionevole, gli stipendi ben retribuiti e i prezzi dei beni di consumo accessibili, nonostante la Gran Bretagna beneficiasse degli aiuti economici previsti dal Piano Marshall.
A ciò si aggiungevano la svalutazione della sterlina, la mostruosa spesa pubblica (si pensi soltanto che nel 1946 la Gran Bretagna aveva truppe in Germania, Grecia, Persia, India, Egitto, Palestina ed estremo oriente) e le spese relative alla corsa per la dotazione di armi atomiche. Quest’ultima era conseguenza del “McMahon Act” passato negli USA, una legge americana che proibiva ogni condivisione di informazioni concernenti l’energia atomica. In sostanza, gli inglesi avrebbero dovuto sviluppare un proprio programma nucleare, sebbene gli USA rimanessero un fedele alleato, che ora però si considerava superiore a chiunque altro.
Insomma, la Gran Bretagna del dopoguerra era sì una potenza mondiale indiscussa ma reggeva su un equilibrio piuttosto precario ed economicamente insostenibile.
Gli effetti più evidenti del declino politico ed economico dell’Impero britannico si manifestarono nelle colonie, in particolar modo in India e in Palestina.
Riguardo l’India, i governi inglese e statunitense erano in accordo: la Gran Bretagna avrebbe lasciato il paese il prima possibile. Il problema era “come”.
Il partito laburista simpatizzava per gli hindu, mentre i conservatori per i musulmani. Alla fine si optò per una soluzione dalle conseguenze nefaste: la creazione dell’India e del Pakistan. Tuttavia, da una prospettiva meramente inglese fu un congedo a lieto fine, rimanendo la Gran Bretagna in buoni rapporti con entrambi i nuovi Paesi che però, solo poche settimane dopo l’indipendenza, presero a guerreggiarsi reciprocamente.
Altrettanto problematica fu la situazione in Palestina, dove nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, il governo britannico si disse favorevole alla creazione di un focolare ebraico. Al tempo, la Palestina era abitata quasi esclusivamente da arabi, che videro la prima ondata migratoria ebraica negli anni ‘20 e una seconda, più intensa, dopo il 1933, anno della presa al potere di Hitler in Germania. Basti pensare che nel 1922 solo l’11% della popolazione palestinese era di origine ebraica, mentre nel 1939 gli ebrei costituivano ben il 29% della popolazione palestinese. Gli inglesi tentarono di contenere la collera araba, ma ormai era troppo tardi. L’immigrazione ebraica in Palestina, ora sostenuta fortemente dagli USA, era incontrollabile e il movimento sionista era ormai un’organizzazione consolidata. Le autorità inglesi si interposero vanamente, lasciando una Palestina in guerra e affidando alle Nazioni Unite la gestione della più grande crisi mediorientale tutt’ora irrisolta.
Il Mandato britannico in Palestina si concluse infatti nel maggio 1948, al quale seguì la creazione dello Stato d’Israele e nefaste vicissitudini di cui, USA e Gran Bretagna ne sono le madri.
Così come la Palestina e l’India, anche la Birmania dichiarava l’indipendenza e lasciava il Commonwealth; ad essa seguiva il Canada acquisendo il diritto di emendare la propria Costituzione. Nel 1950, anche l’India espresse la volontà di adottare la forma repubblicana e lasciare, di fatto, il Commonwealth britannico innescando un effetto domino tra i Paesi di fresca indipendenza.
Nel giro di vent’anni, il grandioso impero britannico era ormai un ricordo.