Fonte dell’immagine: https://www.articolo21.org/2024/01/pippo-fava-la-meraviglia-del-coraggio/
Dal sito di «Articolo 21»
di Roberto Bertoni
«A Fava dobbiamo tanto. Per il suo entusiasmo, per la sua passione civile, per il suo costante impegno contro ogni stortura e per la sua prosa, ficcante e mai banale, che ha contribuito a illuminare i tanti lati oscuri di una regione letteralmente appaltata a un potere marcio che non ha fatto altro che depredarla».
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Pippo Fava, la meraviglia del coraggio
di Roberto Bertoni
Quarant’anni senza Pippo Fava, fondatore de «I Siciliani», assassinato dalla mafia il 5 gennaio 1984. Una settimana prima era stato ospite di Enzo Biagi: fu la sua ultima apparizione, un momento di televisione altissimo, un grido e una denuncia, l’ennesima, contro la piovra che infestava la sua terra.
A Fava dobbiamo tanto. Per il suo entusiasmo, per la sua passione civile, per il suo costante impegno contro ogni stortura e per la sua prosa, ficcante e mai banale, che ha contribuito a illuminare i tanti lati oscuri di una regione letteralmente appaltata a un potere marcio che non ha fatto altro che depredarla.
Brillava in lui la meraviglia del coraggio: quella disperazione che ti spinge ad andare avanti, a non arrenderti mai, a metterci l’anima sempre e comunque, a dire la tua anche quando tanti ti consigliano di tacere, a parlare perché si deve, anche se ne conosci le conseguenze e sai già che il prezzo da pagare sarà altissimo, e infine a lottare senza paura e, spesso, persino senza speranza, come ci aveva insegnato a fare Sandro Pertini, il presidente partigiano di allora.
Fava non ha mai smesso di compiere denunce e di risultare scomodo. Dal giornalismo alla narrativa, passando per il cinema e per il teatro, ha combattuto a mani nude con un gruppo di ragazzi eroici, disposti a seguirlo in nome di una certa idea di giornalismo e di società.
Era limpida la visione sociale di questo giornalista sui generis: schiena dritta e testa alta. Quando ancora dirigeva il «Giornale del Sud», l’11 ottobre 1981, ebbe il coraggio di firmare un ediroeiale che divenne il suo manifesto esistenziale. Si intitolava Lo spirito di un giornale e in un passaggio recitava: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”.
Il suo aspetto più nobile era la determinazione, condita da un ottimismo sincero e inscalfibile che non significava negazione della realtà e, meno che mai, ingenuità ma volontà di credere che le cose potessero comunque cambiare, che il buon giornalismo potesse fornire un contributo in tal senso, che la società si sarebbe, prima o poi, risvegliata e che la Sicilia onesta avrebbe trovato, in qualche modo, la forza di ribellarsi e produrre una piccola rivoluzione. Per questo si circondò di giovani e, quando si trovò disoccupato, anziché piangersi addosso, prese la sua banda di ragazzotti e fondò con loro un mensile destinato a rivoluzionare il panorama informativo dell’epoca: «I Siciliani», per l’appunto. Mise in piedi la cooperativa Radar, avendo a disposizione a malapena due rotative Roland acquistate grazie alle cambiali, e compì un miracolo. Di quella redazione, solo per citare alcuni nomi, facevano infatti parte cronisti come Riccardo Orioles, Michele Gambino e Antonio Roccuzzo, oltre al figlio Claudio, che ne ha onorato degnamente la memoria e portato avanti l’impegno politico e civile.
Ben pochi furono gli esponenti politici che si presentarono ai funerali. Il desiderio diffuso era di archiviare il caso, magari facendolo passare per un delitto a sfondo passionale e gettando fango su una persona integerrima, al fine di screditarne l’operato e le battaglie.
Fava morì perché era stato lasciato solo, perché era un bersaglio facile da colpire, perché dava fastidio a molti. Troppo libero, troppo umano, troppo intelligente: aveva capito alla perfezione che la vera mafia non era più quella con la coppola e la lupara che girava per le campagne a vessare i contadini ma quella affaristica, collusa con il potere e pronta a finanziarlo per raggiungere i propri scopi. Lo disse espressamente a Biagi: “Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione che si fa sul problema della mafia. […] I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. […] Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico e più importante, è un problema di vertice nella gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale e definitivo l’Italia”.
Uno così faceva paura e ne era consapevole. Non a caso, in uno dei suoi lucidissimi sfoghi, affermò: “Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa…”.
Eppure, aveva ragione lui a essere ottimista. Perché dopo il Maxi-processo, dopo l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi e dopo le stragi in cui morirono Falcone e Borsellino, qualcosa è cambiato per sempre in Sicilia. È nata una coscienza anti-mafia, si è diffusa la battaglia per la legalità e oggi possiamo dire che sia diventata patrimonio comune. Le giovani generazioni non tacciono più, non si nascondono, parlano apertamente di mafia e la definiscono nel modo corretto: una “montagna di merda”, seguendo l’esempio di un altro grande intellettuale come Peppino Impastato, che in comune con Fava aveva soprattutto la passione per il giornalismo indipendente e per l’irriverenza.
Quarant’anni non sono pochi ma i suoi ragazzi non hanno smesso di crederci e altri hanno seguito il loro esempio. Per questo, lo ricordiamo con un sorriso, con la consapevolezza che la sua lotta non sia stata vana e con la promessa, piu importante di mille celebrazioni, che continueremo ad avere la stessa visione etica del giornalismo. Perché è vero che un’informazione autonoma e nemica di ogni bavaglio può incidere nella carne viva del Paese, fino a modificarne costumi e modo di pensare. Lo sa benissimo anche chi non la vuole e fa di tutto per contrastarla: ce ne rendiamo conto ogni giorno ma, proprio come Fava, non siamo disposti a chinare la testa.
Roberto Bertoni
(Tratto da: https://www.articolo21.org/2024/01/pippo-fava-la-meraviglia-del-coraggio/).
Inserito il 29/11/2025.
Mauro Rostagno (1942-1988).
Fonte della foto: https://www.articolo21.org/2025/09/rostagno-e-quel-pensiero-vero-di-liberta/
Dal sito di «Articolo 21»
di Rino Giacalone
Mauro Rostagno, sociologo, giornalista ed ex militante di Lotta Continua, fu ucciso da Cosa Nostra il 26 settembre 1988.
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Rostagno e quel pensiero vero di libertà
di Rino Giacalone
“A cu’ apparteni chisto? A Trapani questo interrogativo è ricorrente, soprattutto quando davanti c’è chi mostra di poter avere un certo credito, una determinata presa, capace di attirare attenzione. Per forza deve avere un’appartenenza, una etichetta: appunto (tradotto), “a chi appartiene”.
La Trapani nel 1988 che ci dicono, è vero, essere stata incollata agli schermi tv in attesa del telegiornale delle 14 della tv privata Radio Tele Cine, Rtc, per ascoltare gli interventi di Mauro Rostagno, nonostante l’attenzione, interessata, non lo ha esonerato da questa illogica domanda. Ovviamente mai posta direttamente, ma era facile ascoltare che in tanti ponevano questo interrogativo, lo sentivi in giro per la città, negli uffici, tra i politici, in quel Consiglio comunale (che a causa degli scandali appellava Palazzo D’Alì e dei 40 ladroni) per la strada o nei bar, o anche a scuola. La gente commentava e poi reciprocamente si chiedeva, ” a cu’ apparteni chisto”, a chi appartiene questo. Svaniva di colpo l’autenticità e la sincerità del personaggio, Rostagno in questo caso, del giornalista Mauro Rostagno. Ecco, la storia del suo omicidio dovrebbe partire da questo punto. Lui conosceva la domanda che si faceva sulla sua persona, ma non mollava la presa, diventando all’orecchio e agli occhi dei mafiosi (borghesi) una “camurria” da togliere di mezzo. È il suo delitto, un omicidio che continua a pesare sulla società trapanese. Pochi possono dire di non essere stati complici.
Mauro Rostagno era diventato un capo popolo, di quel popolo però che dice “armati e parti”. La gente stava zitta ad ascoltarlo, aspettando lo scoop del giorno, e lui dalla tv all’ora di pranzo parlava, raccontava, infieriva sulle malefatte di politici e criminali, intervistava la mamma di Roberto Antiochia, il poliziotto ucciso a Palermo con il suo dirigente, Ninni Cassarà, oppure portava il microfono davanti a Paolo Borsellino o Leonardo Sciascia, o ancora faceva lunghe chiacchierate televisive con lo scrittore Michele Cimino o con l’avvocato Salvatore Maria Cusenza. Raccontava della mafia borghese, quella senza coppole e lupare che però i killer li conosceva bene, quella mafia che partoriva i veri boss, che andava in banca a riciclare denaro. Lui portava tutto in tv, tanto che dalla gabbia degli imputati durante la pausa di un processo, il boss di Mazara del Vallo, Mariano Agate, gli mandò a dire di non scrivere… minchiate. La gente lo ascoltava… ma a causa della cultura predominante, “a megghio parola è chidda chi un si rice” (la miglior parola è quella che non si dice), non nascondeva di sapere come sarebbe andata a finire.
La sera del 26 settembre 1988 quando fu ammazzato nelle campagne valdericine di Lenzi, quell’interrogativo sull’appartenenza servì subito ad alimentare le false piste sul suo omicidio: subito, la prima, come sempre per i delitti di mafia, delitto d’onore, la vendetta di un marito tradito, o anche la vendetta di un gruppo di quei giovani che lui curava dentro la comunità Saman, depistaggi conditi con storie di dollari trovati nella sua borsa, di cassette sparite, o di piste che portavano al delitto del commissario Luigi Calabresi, addirittura per ultimo saltò fuori il delitto tra amici, maturato dentro la comunità; fu quello il momento degli arresti, a finire con altri a San Vittore a Milano fu la sua compagna, Chicca Roveri, accusata di favoreggiamento, una bestemmia della giustizia.
A Trapani lo dicevano in giro e lo sapeva anche lui, “a chisso un ‘gghiorno o n’autro l’ammazzano”, un giorno o l’altro l’ammazzano, ma non sarebbe stata la mafia, perché a Trapani, si sosteneva in città, la mafia non esisteva, pensate, lo diceva anche il procuratore della Repubblica, Antonio Coci, “sul mio tavolo non c’è un rapporto dove si denuncia la mafia”. I rapporti investigativi invece c’erano, ed erano finiti negli armadi dell’archivio. Li avrebbe tirati fuori un gruppo di giovani magistrati, quelli che Cossiga chiamava “giudici ragazzini”: c’era tra loro anche l’attuale procuratore, Gabriele Paci. Nel 1992 a Trapani noi cronisti abbiamo potuto seguire i processi contro conclamati mafiosi, politici corrotti, imprenditori collusi, gli stessi dei quali parlava nei suoi editoriali Rostagno, molti anni prima. Ma fuori dai contesti giudiziari la città continuava a farsi sempre le stesse domande, a chi appartenevano ora i magistrati e i giudici, o ancora i giornalisti che scrivevano, o ancora quelle vittime che denunciavano l’asservimento; pensate che un giorno a Margherita Asta, familiare delle vittime della strage di Pizzolungo del 1985, venne detto che “strumentalizzava il suo dolore”. Una città – ieri come oggi e speriamo di no nel futuro – con nessuna voglia di assumere consapevolezza.
Oggi è ancora la consapevolezza ad essere assente in larga parte degli strati sociali. È vero, il Consiglio comunale ha votato all’unanimità la cittadinanza onoraria (post mortem) a Mauro Rostagno, ma se fosse stato vivo, se la mafia non l’avesse ucciso, a Trapani, a cominciare da certa politica (trasversale), ancora oggi si sentirebbe girare la domanda “a cu’ apparteni chisso”. Altro che cittadino onorario, un giornalista che racconta continua a non avere meriti da reclamare. Non solo a Trapani, un po’ dappertutto. Le mafie non sparano più, per fortuna, ci pensa certa politica, con i bavagli, le leggi che impongono il silenzio , le querele temerarie. Non stiamo messi bene, ma non dobbiamo fermare le nostre penne, non dobbiamo smettere di far scorrere le mani sulle moderne tastiere di un pc, se il ricordo dei morti ammazzati non deve essere retorica.
Tanti, tutti a Trapani sapevano a chi apparteneva Mauro Rostagno: apparteneva a se stesso, alla voglia di fare, come raccontò in aula davanti agli imputati la figlia Maddalena, il terapeuta della città, il suo era il desiderio antico di riscattare la società dalla sottomissione mafiosa. Cosa nostra impedì a Rostagno di far nascere “L’Altra Trapani”.
Cosa nostra c’era ed è ancora ben radicata, Trapani la terra della mafia economica, la città delle logge segrete della massoneria, impregnata dalla cultura grazie alla quale il sistema illegale divenne legale, e così sarebbe stato per tanti anni ancora. E forse in certi ambienti lo è ancora oggi. Oggi si sente dire che la mafia è stata sconfitta, grazie alla cattura del latitante Matteo Messina Denaro, ed è come ribadire il concetto della sua inesistenza.
Mauro Rostagno aveva ben chiaro questo scenario, non sapremo mai se sapesse, come Peppino Impastato che a Cinisi abitava a 100 passi dalla casa di don Tano Badalamenti, che lui a Rtc lavorava, senza saperlo, in una stanza a dieci passi da quella del suo editore che frattanto riceveva Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina. Era il 1988, l’anno della trasformazione di Cosa nostra, che metteva piede nell’economia con i suoi uomini dentro le banche, o nell’imprenditoria con le sue imprese, non più con i prestanome. Per Cosa nostra era diventato una “camurria”, parole del patriarca mafioso di Castelvetrano Ciccio Messina Denaro. Puccio Bulgarella, l’editore di Rtc, con un pizzico di coraggio, forse anche per mettere il bello in vetrina, nascondendo dietro i suoi affarucci, aveva messo la tv in mano a Rostagno, ma si racconta che Bulgarella era meno spavaldo dopo che parlava con Siino ed entrava in redazione a consigliare prudenza, ad abbassare i toni. Ricordi che però in alcuni testimoni si sono accesi fuori tempo massimo, quando oramai Bulgarella non c’era più. Lui, Rostagno, però lasciò traccia di quegli inviti. Tra i suoi editoriali ce n’è uno emblematico: «qualche mio caro amico mi ha consigliato di abbassare i toni perché questo lavoro rischia di fare male alla Sicilia e alla comunità, io continuo a pensare e a dire che la migliore pubblicità che si può fare alla Sicilia è quella di affermare che la mafia va abbattuta». Quando fu ucciso Rostagno ci furono sindaci che non ne volevano sapere di occuparsi dei funerali, la sera del 26 settembre 1988 il Consiglio comunale di Trapani era riunito e il delitto non fermò i lavori. Solo la Chiesa, con padre Adragna, fu coraggiosa: aprì la Cattedrale e pronunziò una omelia di fuoco contro i mafiosi e i soci dei boss. Ma morto Rostagno la città tornò ad essere serena, pacifica, niente domande e niente risposte. Trapani continuò ad essere la città dove la mafia economica primeggiava, arrivando a portare in Parlamento e al Governo uno dei suoi uomini più osannati, il banchiere Tonino D’Alì, il datore di lavoro dei mafiosi Messina Denaro. Venne annientata dalla seconda Repubblica la vecchia classe politica, ma il rinnovamento risultò essere cosa peggiore.
Quando finalmente le indagini grazie all’allora capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares furono indirizzate contro i vertici di Cosa nostra trapanese, proprio Linares sintetizzò quell’inchiesta nell’affermazione che poi la sentenza di condanna del boss Vincenzo Virga confermerà: Rostagno era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato a morte. Oggi molti di quei lupi, o i loro figli o nipoti, sono in circolazione, sono diventati manager, dirigenti, professionisti, gestiscono la nuova Cosa nostra, quella che ha esportato i suoi modelli in Europa, fin dentro le city finanziarie, anche a Londra, dove ci sono strane società e tante scatole… cinesi e arabe che si riempiono o svuotano con un solo click.
Gli anni trapanesi per Mauro Rostagno furono successivi di un decennio dall’esperienza palermitana. A Palermo dirigeva Lotta Continua, portò i senza casa ad occupare la Cattedrale, riuniva il gruppo dirigente e sul tavolo portava gli atti della Commissione parlamentare Antimafia. E poi chiedeva a tutti di leggerle, scoprite, diceva loro, quale nome manca. Tutti rispondevano di non sapere e lui rispondeva, l’avvocato Vito Guarrasi, il consigliori e forse qualcosa di più di Cosa nostra. Non si sbaglia quindi quando si lega il nome di Rostagno a quello di Mauro De Mauro. In tutti e due i racconti del loro impegno incontriamo la figura oscura dell’avvocato Guarrasi.
Uno scenario presente in tanti delitti. La Giustizia che arriva in ritardo, distratta, è provato per Rostagno, dai depistaggi. Ci sono voluti 22 anni per vedere avviato, in Corte di Assise a Trapani, il processo per l’omicidio del sociologo e giornalista (senza tessera) Mauro Rostagno. Ci sono voluti “anni”, come cantava Paolo Conte, per giungere alla verità, scritta in 4 mila pagine di una sentenza “monumentale”, scritta dai giudici Angelo Pellino e Samuele Corso, che dovrebbe essere pubblicamente letta. Lì si racconta della Trapani che fu e della Trapani che oggi è diventata, dove il marcio è dietro l’angolo e dove qualcuno vuol portare indietro gli orologi della storia.
Mauro Rostagno non è morto, è vivo (una volta su di un muro dalle parti della sede di Rtc c’era questa scritta, poi cancellata e forse non solo dal passar del tempo), Rostagno resta vivo con chi vuole vedere la mafia sbattuta nelle galere e l’emarginazione sociale sconfitta, le povertà annientate, l’informazione libera e la democrazia e la libertà restare inviolate.
Mauro Rostagno nel 2025, a quasi 40 anni dal suo omicidio, non è il protagonista di una storia ma dell’ attualità: I lupi sono sempre in mezzo a noi; è vero, un pezzo di società civile si è organizzata, ci sono le associazioni, i movimenti per la Giustizia, per la Pace, ma c’è tanta inquietudine sociale, quella della quale le mafie sanno approfittare.
Cosa ci resta da fare. Sfuggire alle cerimonie, ricordarsi di Mauro Rostagno ogni giorno e non solo nel giorno del suo barbaro omicidio. Non smettere mai di fare i giornalisti, curiosare, di sporcarsi le mani tentando di potere scrivere una notizia, “la notizia”, essere e restare fedeli all’articolo 21 della Costituzione. Operare per poter vivere in una società non più complice ma nemica del malaffare, se non adesso magari domani.
Sapendo soprattutto che nessuno potrà mai mettere sullo stesso piano Mauro Rostagno e Charlie Kirk, per il sol fatto che tutti e due sono stati vilmente uccisi. Rostagno raccontava la libertà, l’altro aveva un’idea del mondo decisamente opposta.
25 settembre 2025
Rino Giacalone
(Tratto da: https://www.articolo21.org/2025/09/rostagno-e-quel-pensiero-vero-di-liberta/).
Inserito il 09/10/2025.
Calogero Tramuta (1951-1996).
Fonte della foto: https://www.articolo21.org/2017/03/calogero-tramuta-e-il-sogno-delle-arance-di-sicilia-libere-dalloppressione-mafiosa/
Dal sito di «Articolo 21»
di Marcello Contento
«[…] A qualcuno il lavoro onesto di Calogero non andava proprio bene. E i diretti concorrenti dell’ex finanziere non erano tipi qualunque, erano i boss del triangolo della morte, tra Villafranca, Lucca e Burgio. Ed erano proprio loro che avevano il monopolio del commercio delle arance sul territorio. E lu maresciallo, così veniva chiamato Calogero, non solo aveva conquistato una fetta importante del mercato locale ma era anche riuscito a pagare onestamente i contadini, senza imporgli i prezzi condizionati delle mafie. Insomma, era una figura scomoda che offriva una valida alternativa all’egemonia mafiosa del territorio […]».
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Calogero Tramuta e il sogno delle arance di Sicilia libere dall’oppressione mafiosa
di Marcello Contento
Il 31 Agosto del 1951, all’interno di una piccola casa siciliana a Villafranca Sicula, come si era soliti fare a quei tempi, nasceva Calogero Tramuta. Una terra in cui l’odore degli agrumi e della terra bruciacchiata dal sole si mescola con un caldo vento di scirocco che ti accompagna, in modo indelebile, per tutto il resto della tua vita. Calogero è il secondogenito dei tre fratelli, prima di lui Nino, il fratello maggiore, e poi Piera, la più piccolina. Un’infanzia tranquilla, vissuta nel piccolo comune agrigentino, circondato dagli affetti dei familiari, degli amici e dei villafranchesi. In fin dei conti, a Villafranca ci si conosce tutti, è un paese tranquillo.
Eppure a Calogero quel paese stava stretto, sebbene fortemente legato alle sue origini, lui era uno spirito libero che non poteva pensare minimamente di vivere esclusivamente per tutta la vita relegato in un piccolo comune. Per questi motivi nel 1967, a soli sedici anni, decide di trasferirsi a Campi Bisenzio, in Toscana, ospitato da un cugino, per cominciare il lavoro di apprendista meccanico e guadagnarsi da vivere autonomamente. Esperienza che si arresta qualche anno dopo, nel 1972, per via di una chiamata ad arruolarsi nella Guardia di Finanza. Divisa che indosserà per più di vent’anni, prestando servizio tra Roma e Firenze.
Ma la svolta più importante della sua vita arriva nel 1993, dopo il congedo dal servizio, quando decide di ritornare nella sua terra natia e di inseguire il suo sogno di sempre: “commercializzare i frutti delle terre siciliane”. E ci stava riuscendo e anche bene: aveva iniziato in piccolo, comprando le arance direttamente dagli alberi dei contadini per poi rivenderli nei mercati ortofrutticoli. E poi Calogero, oltre a rifornire i mercati di Ribera e Agrigento, aveva anche mosso i primi contatti in Toscana, regione che non solo conosceva bene ma in cui poteva trovare l’appoggio della sorella che viveva da quelle parti. Negli anni a cavallo tra il 94-95 avvia degli accordi per accedere all’importante Mercato Ortofrutticolo di Novoli a Firenze. Un colpaccio che avrebbe fatto la sua fortuna e quella di tanti contadini siciliani.
Ma a qualcuno il lavoro onesto di Calogero non andava proprio bene. E i diretti concorrenti dell’ex finanziere non erano tipi qualunque, erano i boss del triangolo della morte, tra Villafranca, Lucca e Burgio. Ed erano proprio loro che avevano il monopolio del commercio delle arance sul territorio. E lu maresciallo, così veniva chiamato Calogero, non solo aveva conquistato una fetta importante del mercato locale ma era anche riuscito a pagare onestamente i contadini, senza imporgli i prezzi condizionati delle mafie. Insomma, era una figura scomoda che offriva una valida alternativa all’egemonia mafiosa del territorio.
Quello che tollerava meno di tutti l’attività di Calogero era certamente Emanuele Radosta, figlio d’arte dell’anziano boss Stefano Radosta. Il boss gestiva il commercio ortofrutticolo locale e Calogero si era allargato troppo. Bisognava dargli qualche lezione. E i segnali non tardarono ad arrivare, tra il 1994 e il 1995 diversi “ignoti”, armati di tavole chiodate, entrarono nei giardini del Tramuta danneggiandogli tutte le arance. E qualora l’ex finanziere non avesse colto il segnale, ce n’erano pronti degli altri.
Ed ecco che poco tempo dopo si presentano: distrutte tutte le pompe di irrigazione dei giardini e sabotati i freni dell’auto. Intimidazioni che non fermano l’attività di Calogero, anche se iniziano ad innervosirlo parecchio. La situazione, però precipita nell’aprile del 1996, quando il solito autocarro pieno d’arance di proprietà del Tramuta e destinato alla Toscana, viene sostituito misteriosamente con un altro carico d’arance di pessima qualità. Calogero aveva capito tutto, la mafia aveva deciso di fermarlo con ogni mezzo. Avevano deciso di togliergli quella libertà conquistata, per la quale aveva così tanto faticato sin da quando aveva sedici e andò a vivere lontano da casa. Calogero questo non poteva proprio accettarlo.
Il 26 aprile del 1996, carico di rabbia per le ritorsioni subite, sfida direttamente il boss Emanuele Radosta, intimandogli pubblicamente di risarcirgli i danni altrimenti l’avrebbe denunciato. Un affronto che la mafia non poteva accettare. Lo stesso giorno Radosta ordina di eliminare Calogero. Aveva osato troppo, aveva sfidato la mafia. E il prezzo che dovrà pagare sarà altissimo e non tarderà ad arrivare. La condanna a morte è stata emessa lo stesso giorno nella notte tra il 26 e 27 Aprile all’uscita della pizzeria “Charleston”, in una sottilissima linea di confine tra Villafranca e Lucca Sicula. La mafia voleva la sua vendetta. Un uomo armato di una mitraglietta, probabilmente con l’aiuto di diversi complici, scarica una raffica di colpi all’interno della sua auto, uccidendolo sul colpo.
Per Calogero non c’era più nulla da fare. Villafranca aveva perso uno dei suoi uomini più solari e liberi. Quando arriva Calogero arriva il sole, commentavano in accezione positiva le persone a lui care. Dall’altra parte il boss Emanuele Radosta che esclamò pubblicamente all’indomani dell’omicidio “Cu tocca a mia s’abbrucia”, nel tentativo di ripristinare il suo ruolo di Boss. Ma a Radosta era sfuggito un particolare. Non avevano tenuto conto della forza dei familiari e delle persone del luogo che non avrebbero mai abbandonato Calogero anche dopo la morte. Nel giorno dei suoi funerali si racconta che a rendergli omaggio erano presenti tutti e tre i paesini dell’agrigentino al completo.
Pochi mesi dopo arrivano i primi arresti e, dopo una battaglia coraggiosa dei familiari, nel 1997 arrivano anche le condanne: 28 anni di carcere, per Emanuele Radosta, mandante dell’omicidio, e Choub Said, esecutore materiale dell’omicidio. A questa condanna Radosta sommerà anche i 30 anni per l’omicidio dei Borsellino di Lucca Sicula.
Oggi, a distanza di ventun’anni, Calogero non è stato dimenticato. E difficilmente la sua storia finirà nel dimenticatoio. Nel 2016 Don Luigi Ciotti l’ha voluto ricordare direttamente nel suo paese natale, davanti ad una folla di giovani e adulti, stretti in un abbraccio simbolico e pieno di commozione attorno al loro concittadino. Ma se è vero che questo è un Paese unito, la conferma arriva anche dall’altra Regione a cui era legato Calogero: la Toscana. Il gruppo di Libera Prato, infatti, ha deciso di intitolare a lui il coordinamento provinciale. Ma la cosa che più di tutti terrà in vita la memoria e il coraggio di Calogero sarà la speranza che la Sicilia e l’Italia tutta possano continuare a produrre i propri frutti sempre alla luce del sole.
22 Marzo 2017
Marcello Contento
(Tratto da: https://www.articolo21.org/2017/03/calogero-tramuta-e-il-sogno-delle-arance-di-sicilia-libere-dalloppressione-mafiosa/).
Inserito il 06/10/2025.