SENTIERI NARRANTI – PERCORSO VERDE
LUOGHI DI GUERRA,
VIE DI RESISTENZA [vol. 2]
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SENTIERI NARRANTI – PERCORSO VERDE
LUOGHI DI GUERRA,
VIE DI RESISTENZA [vol. 2]
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TAPPA 3 DI 6
La scomparsa di Roberto
Roberto Farsi, il maggiore tra i suoi fratelli ma il più piccolo tra i partigiani, entrò nella Resistenza neanche diciottenne. Il giorno prima di lasciare casa e addentrarsi nei boschi si disperò e pianse incessantemente, spaventato da cosa potesse riservargli il futuro. Le sue sensazioni non furono affatto errate, poiché non fece mai più ritorno a casa: in questi boschi, probabilmente nei pressi della rocca di Monterotondo, sacrificò la propria vita per la libertà. Sul suo destino cadde un velo di mistero e tutt’oggi la verità non è venuta a galla.
Roberto, il figlio maggiore della famiglia Farsi a neanche diciotto anni lasciò la propria casa, gli affetti, la sicurezza fragile ma pur sempre familiare, per contribuire a liberare l'Italia dagli invasori e dare il proprio contributo all'interno della Resistenza.
La sera prima della partenza non ebbe il comportamento tipico e spavaldo degli eroi ma fu semplicemente un ragazzo, carico di insicurezza e paura verso l'ignoto cui stava andando incontro. Pianse a lungo, senza riuscire a fermarsi. Le lacrime gli scendevano ostinate, come se il cuore volesse trattenerlo lì, tra quelle mura che conosceva da sempre. Aveva paura, una paura lucida, concreta, che non aveva nulla di codardo. Il giorno dopo partì.
I boschi lo accolsero in silenzio, con quella loro indifferenza antica che sa custodire e nascondere allo stesso tempo. Tra sentieri impervi, rifugi improvvisati e notti cariche di tensione, Roberto divenne uno dei tanti volti senza nome della lotta partigiana.
Poi venne lo scontro. Non ci sono racconti certi, solo frammenti, voci spezzate, ricordi confusi. Si dice che durante un combattimento nei boschi che da Polcanto salgono verso Montegiovi, forse nei pressi della Rocca di Monterotondo, qualcosa sia andato storto. Il fuoco, il caos, la fuga. E Roberto, rimasto indietro. Da quel momento, il silenzio.
Quando la guerra finì e i partigiani tornarono a casa, la sua famiglia attese. Ogni passo sulla strada sembrava poter essere il suo. Ogni volto che appariva all’orizzonte portava con sé una speranza che si accendeva e subito si spegneva. Ma Roberto non tornò. Chiesero ai compagni, cercarono risposte, si aggrapparono a ogni possibile dettaglio. Ma nessuno seppe dire davvero cosa fosse accaduto. Solo ipotesi, supposizioni: forse ferito, forse catturato, forse caduto in quei boschi che ancora oggi custodiscono il suo segreto. E allora iniziarono le ricerche.
Parenti e amici tornarono più volte tra quegli alberi, battendo sentieri, scavando nella terra, inseguendo tracce ormai consumate dal tempo. Dissotterrarono altri corpi, altri giovani che come lui avevano scelto e pagato. Ogni volta con la speranza e il timore di riconoscerlo. Ma Roberto non fu mai trovato.
Così la sua storia rimase sospesa, avvolta da un velo di mistero che il tempo non ha mai dissolto. Non c’è una tomba su cui piangerlo, né una certezza che chiuda il racconto. Solo il ricordo di un ragazzo che, la notte prima di partire, aveva avuto paura e proprio per questo, forse, aveva avuto anche il coraggio più grande.