Si divide in due parti. Nella prima parte è riportata la trascrizione di un manoscritto del 600, da cui Manzoni dirà in seguito di aver tratto la storia del suo romanzo. Nel manoscritto leggiamo che l'autore dichiara che solitamente la storia ha come protagonisti personaggi illustri e importanti mentre questa volta lui ha deciso di dedicare la propria lezione a personaggi umili. L'anonimo autore prosegue dichiarando di trovare assurdo il fatto che sotto il governo spagnolo si siano potuti verificare degli eventi di tale nefandezza e si spiega la loro esistenza attribuendogli l'intervento del diavolo. Infine l'autore dichiara di non voler rivelare i nomi dei personaggi e dei luoghi. Nella seconda parte dell'introduzione Manzoni interrompe la trascrizione del manoscritto dicendo che la sua lingua è troppo difficile. Infatti era tipica della prosa seicentesca. Inoltre anche lo stile non era adatto. Quindi Manzoni decide riscrivere la storia del manoscritto poiché nonostante lo stile e la scrittura siano pessimi la storia è davvero molto bella e merita di essere raccontata.
Il capitolo si apre con una descrizione dettagliata dei luoghi in cui avverrà la storia. Quest'ultima comincia dal lago di Como, si sofferma sul territorio di Lecco e poi si focalizza su uno dei suoi Borghi. Lungo una strada del quale sta passeggiando Don Abbondio che durante la sua camminata abitudinaria si imbatte con due figure losche, i bravi. Questi gli impongono di non sposare Renzo e Lucia in quanto Don Rodrigo non vuole che matrimonio si celebri. Poco prima di questo dialogo c'è una digressione storica da parte di Manzoni sulle cosiddette grida ovvero dei bandi che venivano letti a voce arte in cui erano scritte le leggi da rispettare. L'autore per fare capire che nell'arco di 44 anni se queste grida si ripetono è segno che la minaccia dei bravi non è stata ancora debellata. Subito dopo il dialogo tra i bravi e Don Abbondio c'è un'altra digressione storica che riguarda il contesto storico e sociale in cui avviene la vicenda dove Manzoni descrive la società dell'epoca e le varie classi che la compongono, è una società in cui più forte prevale sul più debole.
L'ultima parte del capitolo vede Don Abbondio sconvolto che torna a casa dove decide di rivelare tutto alla sua governante, Perpetua.
Il capitolo si apre con la notte trascorsa da Don Abbondio. Una notte passata in preda ad angosce e paure e dopo tanto pensare decide di posticipare le nozze di almeno 5 giorni. La mattina seguente quando giunge Renzo, felice e vestito a festa, Don Abbondio riesce a trovare l'escamotage di alcuni brogli burocratici. Renzo non prende bene la notizia lascia la casa del curato. Mentre sta camminando vede da lontano Perpetua e la raggiunge. La domestica di Don Abbondio, che conosce benissimo il motivo del rinvio delle nozze, lascia intendere che c'è qualcuno di troppo.
Renzo, torna immediatamente indietro, entra nella casa di Don Abbondio e lo minaccia. Il curato, in preda al timore, dice che l'inconveniente è Don Rodrigo. Renzo se ne va con mille pensieri, tra cui la sua vendetta immaginaria da compiere nei confronti di don Rodrigo. La camminata di Renzo si conclude nei pressi della casa di Lucia dove manda Bettina a chiamare Lucia. La sposa scende da Renzo che le comunica tutto quello successo. La risposta di Lucia ("fino quel punto") lascia intendere che lei sapeva già qualcosa. Infine Lucia manda via gli invitati dicendo che Don Abbondio sta molto male. Le amiche in preda alla voglia di pettegolezzo vanno a casa del curato dove Perpetua dice che Don Abbondio ha una gran febbre.
Il capitolo si apre con la confessione di Lucia che racconta, in preda alle lacrime, alla madre Agnese e Renzo quello accaduto con Don Rodrigo. Un giorno mentre la giovane stava rientrando a casa s'imbatte in Don Rodrigo e in Don Attilio (suo cugino), che le rivolge le sue attenzioni. Lucia scappa a casa e racconta tutto a Fra Cristoforo. Agnese è arrabbiata perché la figlia non le abbia detto tutto ma lei si giustifica dicendo che non voleva farla preoccupare. A questo punto Agnese suggerisce a Renzo di recarsi dell'avvocato Azzeccagarbugli.
Renzo parte insieme a quattro Capponi. Durante la sua passeggiata, per il nervosismo, sbatte in continuazione i capponi. Arrivato allo studio viene accolto dalla serva. All'inizio l'avvocato pensa che sia un criminale in quanto lui è solito trattare e tirare fuori dai guai malviventi. Ma quanto scopre che in realtà Renzo è la vittima di Don Rodrigo lo sbatte fuori di casa e gli restituisce i capponi. Nel frattempo, nella casa di Lucia e Agnese c'è Fra Galdino che inizia a raccontare il miracolo delle noci: "Padre Macario mentre passeggiava vide il proprietario di un noce intento ad abbattere la pianta ma lo ferma dicendogli che quell'anno la pianta avrebbe dato tantissime noci. Il proprietario dice che avrebbe dato metà delle noci al convento. Purtroppo il proprietario muore quanto la pianta fiorisce. Il figlio dell'uomo non mantiene la promessa. Un giorno scopre che tutte le noci si sono trasformate in foglie secche. Appena terminato il racconto Lucia torna con tante noci questo modo Fra Galdino può andare direttamente a chiamare Fra Cristoforo. Appena ritorna a casa Renzo racconta la tua disavventura a Lucia e Agnese e dice di volersi fare giustizia da solo. Le due donne lo tranquillizzano dicendogli che l'indomani sarebbe giunto Fra Cristoforo
Il capitolo si apre introducendo ai lettori una nuova dimensione spaziale in quanto ci si ritrova sulla strada che congiunge Pescarenico, dov'è situato il convento dei frati cappuccini, al paesello degli sposi. È la mattina del 9 novembre 1628.
Fra Cristoforo dopo essersi svegliato molto presto si dirige verso la casa di Lucia e Agnese mentre fra Cristoforo cammina, Manzoni ci descrive il paesaggio, ovvero una natura malinconica, calma e serena su cui però gravano i segni della carestia. A questo punto Manzoni si rivolge al lettore ed introduce la figura di Fra Cristoforo, ossia parla del suo passato e della sua storia. Fra Cristoforo non si è sempre chiamato così ma il suo vero nome di battesimo era Lodovico ed era il figlio di un ricco mercante, il quale una volta raggiunto l’agiatezza si vergognava di essere stato un mercante e voleva essere considerato a tutti i costi un nobile. Per questo motivo fece educare come un nobile il proprio figlio.
Lodovico, quando raggiunse l'età dell'adolescenza, si sentiva a tutti gli effetti un nobile e voleva trascorrere insieme po’ di tempo con i suoi pari, ma da quest'ultimi veniva respinto per via delle sue origini. Per via di questo motivo Lodovico inizia a soffrire e comincia a gareggiare con i nobili della città nel lusso, nei vestiti, nel modo di vivere e, allo stesso tempo, inizia a difendere con grande energia tutti gli oppressi dei nobili prepotenti. Per difendere queste vittime, cioè per fare del bene, Lodovico doveva fare il male, infatti per vincere ogni scontro si doveva circondare dei bravi della peggior specie. Quindi già da questo momento Lodovico iniziava a sentire un conflitto interiore e nel corso della propria giovinezza aveva già pensato all'idea di farsi frate. Un giorno Lodovico mentre passeggiava in compagnia di due bravi e un servo, Cristoforo, si imbatte dall'altra parte della strada con un altro nobile altezzoso e prepotente, accompagnato da 4 bravi. Entrambi camminavano costeggiando il lato del muro. Lodovico costeggiava la parte destra mentre nobile la parte sinistra. Secondo la consuetudine del tempo Lodovico aveva la precedenza, in quando la sua parte destra del corpo era rasente al muro; invece il nobile, secondo un'altra consuetudine del tempo, aveva la precedenza in base alla sua nobile origine. In questo modo i due gruppi vennero allo scontro. Appena termino, i bravi delle due parti scapparono e restò solamente Lodovico di fronte ai due cadaveri. Il popolo, che aveva assistito alla scena, carico di peso Ludovico e lo portò in un convento di Cappuccini, in generale al loro interno né la polizia e né i parenti del nobile ucciso che volevano vendetta avevano diritto di entrare. Appena si svegliò Lodovico apprese la notizia della morte del suo servo Cristoforo e dell'altro Nobile. L'omicidio di quest'ultimo (commesso da lui) lo sconvolse e lo portò alla definitiva maturazione dell'idea di farsi frate. Dunque dopo essersi convertito, prese il nome di Fra Cristoforo, e ottenne il perdono da parte del fratello del nobile ucciso. A questo punto la narrazione torna a presente e ci dice che il frate è arrivato di fronte alla casa di Lucia e Agnese
Fra Cristoforo si trova a casa di Lucia e Agnese dove apprende il motivo del mancato matrimonio. Inizialmente ipotizza di far paura a Don Abbondio e di farlo vergognare, ma sa benissimo che ciò non funzionerebbe. In un secondo momento pensa di chiedere l'aiuto al Cardinale, ma sa che ciò richiederebbe molto tempo. Passa l'idea di chiedere aiuto ai frati Cappuccini, ma dal momento che don Rodrigo è in buoni rapporti con loro, sa che anche questa idea non funzionerebbe. Dunque alla fine decide di dirigersi a casa di don Rodrigo e parlare con lui della faccenda. Giunge Renzo che, come al solito, è arrabbiato e vuole vendetta ma Fra Cristoforo lo tranquillizza promettendogli il suo aiuto e dicendogli di confidare in Dio. A questo punto Fra Cristoforo torna al suo convento dove pranza e si dirige al palazzotto di Don Rodrigo. Prima di entrare attraversa un villaggio abitato da ex bravi che riflettono nei loro tratti, nei loro visi e nei loro comportamenti la malvagità e la prepotenza dei loro padrone. Di fronte al palazzo Fra Cristoforo vede due bravi sdraiati su delle panche e due cadaveri di avvoltoi inchiodati al portone. Il frate è trattato con rispetto e riverenza dai due bravi poiché i frati cappuccini erano soliti a dare rifugio alle persone come loro. Entrato nel Palazzotto di don Rodrigo, Fra Cristoforo giunge alla sala dove si sta tenendo il banchetto. All'inizio vorrebbe parlare immediatamente con Don Rodrigo ma lui lo invita a prendere parte al banchetto. I partecipanti sono: il cugino Attilio, il Podestà, l'azzeccagarbugli e una serie di nobili. Il frate è costretto a prendere parte al banchetto in attesa di parlare con Don Rodrigo. Durante quest'ultimo ci sono varie discussioni. La prima riguarda una questione di cavalleria dove un cavaliere spagnolo ha sfidato un cavaliere milanese, e ha invito l’invito tramite un messaggero. Il quale però non trovando l'interessato ha consegnato la sfida al fratello, quest'ultimo come risposta ha bastonato il messaggero. Il conte Attilio è dalla parte del fratello del cavaliere Milanese mentre il Podestà lo ritiene un atto villano. I due si scontrano in maniera accesa, facendo riferimento ai codici cavallereschi e tirando in ballo il tasso, una sorta di guida delle leggi della Cavalleria. Per risolvere la discussione Don Rodrigo elegge come giudice Fra Cristoforo che sostiene che per lui non devono esserci nel né messaggeri e né bastonature, questa risposta, ovviamente, non piacque a nessuno dei commensali. A questo punto con Rodrigo porta come prossima discussione la lotta di successione che stava avvenendo nei Mantova. Attilio sostiene che tale lotta si stia per risolvere grazie all’intervento del Papa. Il Podestà dice che, da quello che le sue fonti vicine gli hanno riferito, il secondo pretendente al ducato di Mantova sta per essere il successore grazie all’appoggio della corona spagnola e del Conte Olivares. Ancora una volta i due si scontrarono ma Don Rodrigo con un'occhiata intima al cugino di stare zitto perché ha bisogno dell’appoggio politico Podestà.
Tutti decidono di brindare alla corona spagnola con del vino fatto portare apposta da Don Rodrigo. Durante il banchetto l'Azzeccagarbugli elogia il vino e la ricchezza di don Rodrigo e fa un infelice riferimento alla carestia che si trova fuori dalle mura. Tutti i commensali sostengono che la carestia non esista è che sia provocata dai fornai e per alzare il prezzo dei loro prodotti nascondano il pane. Di nuovo Attilio si scontra con Podestà: il primo sostiene che che questi fornai andrebbero impiccati immediatamente senza processo mentre l’altro sostiene che è giusto che vengano condannati ma con dei processi. A questo punto Don Rodrigo invita Fra Cristoforo a seguirlo in un'altra sala per parlare
Con tono arrogante, Don Rodrigo chiese a fra Cristoforo in che cosa potesse essergli utile. Fra Cristoforo scelse le parole con cura, per non danneggiare Renzo e Lucia, e disse che qualcuno aveva compiuto una prepotenza in suo nome, nei confronti di due innocenti. Don Rodrigo lo interrompette, ma fra Cristoforo continuò e lo invitò a ristabilire la giustizia; don Rodrigo si irritò. Infine, disse al frate di consigliare alla vittima di questa prepotenza, si intende Lucia, di recarsi sotto la sua protezione. Questo indignò fra Cristoforo, che maledì la casa. Don Rodrigo, sentitosi minacciato dal frate, lo interruppe e lo cacciò di casa insultandolo. Mentre andava via, il frate riconobbe un vecchio servo di Don Rodrigo. Il servo gli si avvicinò e disse che sarebbe andato al convento. Fra Cristoforo se ne andò di fretta per avvisare Renzo e Lucia e tornare al convento prima di notte.
Intanto, Renzo, Lucia e Agnese pensavano a un possibile modo per risolvere tutto. Agnese trovò un modo: aveva sentito dire che per sposarsi non era necessario che il prete fosse d’accordo. Bastava sorprendere il prete e pronunciare la formula di rito davanti a due testimoni e il matrimonio sarebbe stato.
Questo si poteva effettivamente fare, ma i religiosi non approvavano questo metodo. Per questo Lucia disse che un matrimonio così non si sarebbe dovuto fare. Mentre Agnese cercava di convincere Lucia, Renzo uscì per cercare i due testimoni.
Renzo andò a trovare un suo amico, Tonio. Lo trovò in casa intento a preparare la polenta per la sua famiglia e sapeva che, essendo la sua una famiglia numerosa, la polenta non avrebbe potuto saziare tutti.
Renzo lo invitò all’osteria, dove gli spiegò la sua situazione e gli chiese di fare da testimone al matrimonio a sorpresa. Tonio acconsentì e disse che avrebbe portato suo fratello Gervaso come secondo testimone. Quando Renzo tornò a casa trovò Agnese che ancora stava provando a convincere Lucia. Renzo spiegò tutto e Agnese si offrì per distrarre Perpetua. Mentre Lucia (non ancora convinta) esprimeva il suo disappunto sentirono fra Cristoforo arrivare.
Fra Cristoforo entrò in casa e disse subito che non ci si poteva aspettare nulla da don Rodrigo. Renzo si arrabbiò e chiese perché mai don Rodrigo non voleva che Lucia fosse sua moglie, ma fra Cristoforo rispose che i prepotenti non danno mai spiegazioni. Poi chiese a Renzo di andare al convento l’indomani o di mandare un ragazzo di fiducia e se ne andò.
Renzo si infuriò e cominciò a dire che avrebbe sistemato lui la situazione e che, dopo aver fatto giustizia, sarebbe scappato a Bergamo. Lucia provò a calmarlo, dicendo che voleva sposare un uomo onesto e non un criminale, ma Renzo non si calmò e si arrabbiò con Lucia, che non voleva accettare l’idea del matrimonio a sorpresa. Lucia, spaventata dal tono di Renzo, accettò finalmente il matrimonio a sorpresa. Il mattino dopo, Renzo tornò dalle donne e disse che non sarebbe andato al convento, quindi Agnese andò a cercare Menico, un ragazzino suo parente, e lo manda al convento. Durante la mattinata un mendicante dall’aria minacciosa entrò e chiese la carità; si guardò intorno e fece molte domande. Per tutto il resto della mattinata, le due donne videro molte persone passare davanti alla casa.
Dopo la partenza di fra Cristoforo dal suo palazzo, don Rodrigo camminava in una sala dove erano appesi i ritratti di molti suoi antenati, figure che, come definisce il narratore, avevano terrorizzato e che incutevano timore anche nei loro quadri. Più li guardava, più cresceva la frustrazione di don Rodrigo per essere stato rimproverato e minacciato dal frate. Chiamò un servo e gli ordinò di preparare gli uomini per la passeggiata. Tornato al palazzo a notte fonda, cenò con il conte Attilio, che gli ricordò che la scommessa scadeva l’11 novembre. La scommessa in questione riguardava Lucia. Don Rodrigo era convinto che sarebbe riuscita a sedurla entro l’11 novembre, e infatti disse al conte Attilio che era pronto a raddoppiare la cifra. Il giorno dopo fece preparare il Griso e i suoi bravi e gli ordinò di rapire Lucia e portarla a palazzo. Il mattino dopo, il Griso e i suoi bravi andarono in paese e mentre i bravi esploravano i luoghi il Griso entrò nella casa di Lucia e Agnese nelle vesti di un mendicante. Quando i bravi tornarono al palazzo, il vecchio servitore capì che stavano progettando qualcosa e con una scusa andò subito ad avvertire fra Cristoforo. Il Griso mandò tre bravi all’osteria per controllare il paese.
Quando Renzo, Tonio e Gervaso arrivarono all’osteria, videro un uomo minaccioso davanti alla porta. Dentro c’erano altri due bravi che giocavano alla morra. Insospettito, Renzo chiese all’oste chi fossero quegli uomini, ma l’oste rispose che la prima regola del suo mestiere era che non poteva farsi i fatti altrui; disse poi che non conosceva bene quegli uomini, ma sapeva che erano galantuomini. Lo stesso oste fu poi avvicinato da uno dei bravi, che gli chiese di Renzo e dei compagni e l’oste rivelò la loro identità. Una volta usciti, Renzo si sentì seguito e si fermò; i bravi, per non insospettirlo, tornarono indietro.
Renzo, Tonio e Gervaso arrivarono a casa di Agnese e Lucia, ancora terrorizzata per il piano. Insieme, partirono e andarono alla casa di don Abbondio e, mentre Renzo e Lucia si nascosero, Tonio e Gervaso bussarono alla porta e Perpetua chiese chi fosse a quell’ora. I due fratelli dissero che avevano i soldi per saldare il debito che avevano con il prete e mentre Perpetua andò a riferire tutto al curato, Agnese si avvicinò e cominciò a parlare con loro come se fosse lì per caso.
Il capitolo si apre con Don Abbondio che viene interrotto nella sua lettura da Perpetua, la quale gli dice che Tonio è venuto per ripagare il suo debito. Perpetua scende al piano terra, fa entrare Tonio e Gervaso e intanto vede Agnese, che riesce a convincere Perpetua ad allontanarsi dalla casa dicendo di aver sentito dei pettegolezzi sulla vita sentimentale di quest’ultima. Grazie ad Agnese, Renzo e Lucia riescono ad entrare in casa e salgono il più silenziosamente possibile al piano di sopra. Tonio e Gervaso, dopo aver distratto Don Abbondio con la faccenda dei soldi, fanno entrare Renzo e Lucia nella stanza. Renzo dice subito la sua formula per il matrimonio e Lucia sta per dire la sua, ma viene interrotta da Don Abbondio che le lancia una tovaglia in testa, spegne il lume e si rifugia nella stanza accanto. Si affaccia alla finestra e chiede aiuto. Ambrogio il sagrestano viene svegliato dalle urla e comincia a suonare le campane a martello.
Mentre in paese accadeva questo, il Griso guidava i suoi bravi alla casa di Lucia e Agnese. Il Griso bussa alla porta fingendosi un pellegrino smarrito. Non riceve risposta. Dopo diversi tentativi entra in casa e lascia due bravi a fare la guardia. Mentre il Griso ispezionava la casa e scopriva che era vuota, Menico corre verso la casa di Agnese per avvertire lei e Lucia del pericolo che correvano. Menico viene sorpreso dai bravi e caccia un urlo, ma nello stesso istante le campane cominciano a suonare. I bravi, pensando di essere stati scoperti, fuggono dalla casa e lasciano Menico, che corre in paese.
Intanto, Agnese e Perpetua parlano e sentono prima le urla di Don Abbondio e poi quelle di Menico. Le due donne corrono verso la casa del curato. Perpetua raggiunge Don Abbondio; Agnese, Renzo e Lucia decidono di scappare a casa, ma incontrano Menico che dice che non è sicuro tornare a casa e racconta tutto. Si dirigono dunque verso il convento di Fra Cristoforo.
Al suono delle campane, gli abitanti del paese scendono in piazza, Ambrogio dice loro che qualcuno ha provato a entrare a casa del Curato. La folla dunque si dirige a casa di Don Abbondio, che dice loro che il pericolo è scampato. A questo punto sopraggiunge un uomo che urla alla folla di aver visto degli uomini armati entrare casa di Agnese e Lucia. La folla si agita e chiede al console cosa fare, ma un altro uomo dice di aver visto le stesse persone armate per strada. La folla allora decide di precipitarsi a casa delle donne per vedere se era tutto apposto. Però corre voce che le due donne si siano messe in salvo, quindi la folla torna a casa.
Qui il narratore con un flashforward dice che due bravi hanno raggiunto il console la mattina dopo e gli hanno intimato di non denunciare l’accaduto alle autorità.
Renzo, Lucia e Agnese, dopo aver mandato Menico in paese, si dirigono al convento dove trovano Fra Cristoforo e Fra Fazio ad aspettarli. I tre non raccontano a Fra Cristoforo del matrimonio a sorpresa, e Lucia in particolare si sente in colpa per questo. Fra Cristoforo ha concepito un piano di fuga: Renzo andrà a Milano mentre Agnese e Lucia andranno in un convento di un paese di cui il narratore dice che il manoscritto non riporta il nome. Fra Cristoforo prega che Dio tocchi il cuore di Don Rodrigo. I tre percorreranno un tratto in barca per poi proseguire su un carro. Durante il tragitto in barca Renzo, Lucia e Agnese guardano con malinconia il paese che stanno lasciando. E con il celebre “Addio ai monti”, in cui leggiamo i pensieri di Lucia mentre lascia il suo paese, si conclude il capitolo e la sezione borghigiana del romanzo.
Renzo, Lucia e Agnese sono giunti dall’altra parte del lago dove li attende il carro. Il barrocciaio li porta in un’osteria in cui i tre si possono riposare un po’. Il mattino dopo Renzo si separa dalle due donne e si incammina verso Milano. Lucia e Agnese vengono accompagnate al convento di un paese che possiamo affermare con sicurezza essere Monza. Qui consegnano una lettera di Fra Cristoforo al Padre guardiano, che dice loro che si possono salvare solo se sotto la protezione della Signora, una monaca potente di Monza. Il Padre Guardiano porta Lucia e Agnese in questo convento. Qui entrano nel parlatorio e incontrano la Signora che intima a Lucia di raccontare tutto, dopo che ha congedato Agnese e il padre guardiano.
Qui cominciamo ad apprendere la vita della Signora, conosciuta anche come la Monaca di Monza (tramite un flashback). Si chiama Gertrude ed è la figlia di una famiglia molto potente. Il padre voleva lasciare tutta l’eredità al primogenito maschio, quindi decise di instradare tutti gli altri figli alla vita religiosa. Gertrude entra in convento all’età di sei anni per ricevere un’educazione e fin da subito riceve molti privilegi dalle monache, spinte dal padre della bambina. Gertrude si sente felice e orgogliosa ma quando sente le fantasie delle amiche, non destinate a diventare monache, comincia a essere gelosa; non aveva mai avuto la prospettiva di un futuro diverso da quello che le avevano imposto i genitori, ossia diventare una monaca. La ragazza, dopo un consulto con un’amica, scrive una lettera al padre dicendogli che non vuole diventare monaca. Non riceverà mai risposta. Qualche giorno dopo, la badessa dice a Gertrude che il padre è in collera con lei, quindi le fa scrivere la supplica al Vicario, parte della formalità necessaria per diventare monaca. Dopo aver inviato la lettera, la prassi prevedeva di stare un mese fuori dal convento e poi sottoporsi a un interrogatorio del vicario. Gertrude sarebbe tornata a casa per il mese fuori dal convento. Il fatidico giorno arriva, e Gertrude torna a casa. Qui i genitori non le parlano e viene condannata a vivere isolata dal mondo esterno. L’unico che le parla e che le mostra un minimo di affetto è un giovane paggio. Un giorno Gertrude scrive un biglietto a questo paggio, ma una serva lo prende e lo consegna al padre, che rinchiude la figlia in camera. Dopo qualche giorno Gertrude si arrende e scrive una lettera al padre in cui dice che è disposta a seguire la sua volontà.
Gertrude chiede il perdono al padre, ma lui risponde che il perdono va meritato e che la vita laica si è rivelata troppo pericolosa. Gertrude dice di sì, e il padre interpreta questo sì come la decisione di Gertrude di farsi monaca. Gertrude se ne pente, ma non osa ritrattare quello che ha detto. La sera, Gertrude, ora nelle grazie del padre, sfrutta l’occasione e si lamenta della cameriera che le ha trovato il bigliettino e la fa licenziare. La mattina successiva lei e il padre arrivano al convento per comunicare alla badessa la decisione di Gertrude. Questa è una formalità necessaria per diventare monaca. Gertrude, sollecitata dal padre, dice alla madre badessa che vuole diventare monaca. La badessa prende in disparte il padre di Gertrude e gli dice che se la volontà della figlia è forzata dai genitori si dovrà ricorrere alla scomunica. Dopo aver rassicurato la badessa che non era quello il caso, il padre e Gertrude tornano a casa. Il giorno dopo ci sarebbe stato l’esame del vicario. Il padre dice a Gertrude che se avesse mostrato un minimo di esitazione durante il colloquio lui avrebbe perso il suo onore, dato che si sarebbe capito che era il padre a forzarla, e che sarebbe costretto a rivelare perché Gertrude non voleva diventare monaca. Arrivato il Vicario, il padre lo lasciò da solo con Gertrude. Il vicario le chiede se vuole diventare monaca per sua volontà e lei mente dicendo che sì, era stata sempre sua intenzione. I giorni dopo l’esame trascorrono tra feste e ricevimenti, che rendevano l’idea del monastero e che stava abbandonando una bella vita. Rientrata al monastero, vestì l’abito e dopo dodici mesi di noviziato ripeté un sì ripetuto tante volte, e fu monaca per sempre.
In monastero, Gertrude era diventata maestra delle educande. A volte giocava con loro e altre volte diventava severissima. Inoltre odiava sempre di più le monache che l’avevano attirata lì e, per vendicarsi, faceva loro dei dispetti. La finestra della stanza in cui alloggiava Gertrude dava sul giardino della casa di un giovane scellerato chiamato Egidio. Lui, vedendola passare davanti alla finestra e decide di parlarle; la giovane risponde e nasce una relazione clandestina tra i due. Un giorno, Gertrude litiga con una monaca che la minaccia di sapere un suo segreto e che l’avrebbe presto divulgato. Il giorno dopo questa monaca scompare e il narratore dice che se avessero scavato lì vicino, avrebbero saputo di più sulla sua fine, facendo capire che Gertrude a partecipato al suo assassinio.
Un’anno dopo questo evento Lucia e Agnese entrano nel convento e parlano con la monaca di Monza. Una volta sola con Lucia, Gertrude fa domande maliziose su Renzo e Don Rodrigo. Lucia, turbata dal colloquio, si confida con Agnese, che la tranquillizza. La monaca di Monza, un po’ spinta dalla simpatia che prova per Lucia, un po’ provare del piacere nel fare del bene, concede alle donne la protezione del monastero.
I bravi tornarono da don Rodrigo umiliati. Quest’ultimo ordinò ai bravi di intimare al console di non riferire nulla dell’accaduto alle autorità (fine cap 8), di fare la ronda intorno alla casa e di capire che cosa fosse successo in paese la stessa notte. Don Rodrigo si confidò con il conte Attilio, che gli rispose che fra Cristoforo aveva a che fare con tutta la faccenda e che con l’aiuto del conte zio si sarebbe occupato del frate. Attilio uscì e il Griso tornò a fare rapporto. La sparizione di tre persone era un fatto così insolito in un paesino che tutti avevano la propria versione dei fatti. Perpetua, anche se don Abbondio gli raccomandò di tacere, parlò dell’inganno subito dal suo padrone, Gervaso si vantò di aver partecipato a un’impresa criminale, Tonio raccontò solo alla moglie i fatti, ma lei era una pettegola, Menico fu quello che parlò di meno perché i genitori lo tennero chiuso in casa. Alla fine don Rodrigo venne a sapere che Renzo, Lucia e Agnese erano scappati e che le due donne erano state portate a Monza, mentre Renzo si era separato dalle due donne, don Rodrigo ordinò al Griso di andare a Monza per prendere informazioni su Lucia. A don Rodrigo interessava pure trovare la maniera di non far tornare più insieme i due promessi sposi, quindi decide di chiedere aiuto all’avvocato Azzeccagarbugli per far allontanare Renzo dallo stato con un mandato di cattura.
Renzo, dopo la separazione dalle donne, camminava verso Milano, mentre rimuginava ancora su come aveva perso la casa, il lavoro e Lucia per colpa di don Rodrigo. Quando arrivò vicino a Milano chiese a un viandante la strada per raggiungere il convento dei cappuccini. Il viandante rispose e Renzo fu stupito dalla gentilezza del cittadino, ma non sapeva che era una giornata fuori dal comune. Arrivato in città, vide le strade vuote e coperte di farina, quindi Renzo pensò che lì in città non ci fosse la carestia, poco dopo a terra vide il pane e decise di prenderlo per poi pagarlo se avesse trovato il padrone. Vide poi un uomo, una donna e un ragazzo che portavano moltissima farina e un cesto di pane. Poco dopo arrivò altra gente, e Renzo capì che c’era una rivolta e ne era contento perché, come i rivoltosi, pensava che la carestia fosse causata dai fornai. Tuttavia decise di rimanere fuori dal tumulto. Una volta arrivato al convento, chiese di padre Bonaventura, come gli aveva detto fra Cristoforo. Il padre non c’era, quindi Renzo decise di andare ad aspettare in chiesa; prima però volle dare un’altra occhiata a ciò che avveniva in città.
Per il secondo anno, nel milanese, c’era stato uno scarso raccolto perché a causa della guerra molti campi non erano coltivati. Le truppe avevano anche bisogno di molto cibo, quindi questo aggravò la carestia. Il prezzo del pane aumentava e i milanesi davano la colpa ai proprietari terrieri e ai fornai, accusandoli di non vendere il pane per farne aumentare il prezzo. I provvedimenti presi inizialmente dai magistrati non cambiarono molto la situazione, ma il gran cancelliere Antonio Ferrer decise di imporre un prezzo limite per il pane, che però era troppo basso e non permetteva il sostentamento dei fornai, che dovevano lavorare sempre, dato che c’era moltissima richiesta di pane. Quando la situazione non fu più sostenibile per i fornai, il governo decise di aumentare il prezzo del pane, e il popolo si infuriò.
La sera prima dell’arrivo di Renzo, i milanesi discutevano su cosa fare l’indomani. All’alba il popolo cominciò ad assalire i garzoni e prendevano il pane dalle loro ceste. Quelli rimasti a mani vuote puntarono verso il “Forno delle grucce”.
Quando al forno si sentirono le prime urla della folla, si chiusero le porte e fu fatto chiamare il capitano di giustizia, che arrivò poco dopo accompagnato dagli alabardieri. La folla fu invitata a stare calma. Le guardie entrarono nel forno per difenderlo mentre il capitano andò alla finestra del primo piano e cercò di convincere la folla ad andarsene. Ma la gente era infuriata e voleva il pane. Qualcuno tirò una pietra in testa al capitano.
Alla fine il popolo riuscì a sfondare la porta del forno e rubarono il pane, i soldi e svuotarono i sacchi di farina. Anche gli altri forni erano in pericolo.
Inconsapevolmente, Renzo camminava verso il centro della rivolta e arrivato alle rovine del forno delle grucce pensò che non aveva senso distruggere i forni dato che solo lì facevano il pane. Renzo seguì i rivoltosi fino alla piazza del duomo, dove i mobili e gli attrezzi dei fornai venivano bruciati; anche questo non aveva senso per Renzo. Poco dopo la folla si diresse verso un altro forno. Renzo li seguì ma si tenne a distanza. Il forno era chiuso e pieno di guardie armate, quindi la folla decise di andare alla casa del vicario di provvisione.
Il vicario stava digerendo a fatica un pasto appena mangiato quando cominciò a sentire la folla inferocita venire verso casa sua. Il vicario si nascose in soffitta e i servi sigillarono porte e finestre. Anche se Renzo pensava che la causa principale della carestia, decise di aiutare il vicario perché terrorizzato dall’idea dell’omicidio. Ma quando disse che se si fosse ucciso il vicario, Dio non avrebbe mandato pane. Da alcuni fu accusato di essere un traditore. Qualcuno cercò di proteggere Renzo, che riuscì ad allontanarsi approfittando della confusione che si era creata.
All’improvviso arrivò Ferrer, adorato dal popolo. Appena Renzo seppe che era Ferrer l'artefice dell'abbassamento del prezzo del pane decise di aiutarlo e cercò di far passare la carrozza su cui viaggiava attraverso la folla.
Intanto Ferrer tentava di far calmare la folla dicendo le parole giuste e dicendo che era venuto per imprigionare il vicario, mentre la sua vera intenzione era salvarlo. Una volta arrivato davanti alla porta, Ferrer fece uscire il vicario di provvisione rassicurandolo in spagnolo per non farsi capire dal popolo. Mentre andava via urlava al popolo che il vicario l'avrebbe pagata, ma allo stesso momento rassicurava quest’ultimo in spagnolo dicendo che era solo per tenerli buoni.
La folla si calmò, ma le strade erano ancora piene di gente che parlava. Renzo, in cerca di un’osteria, si trovò in mezzo a un gruppetto di persone e dopo aver sentito quello che dicevano decise di esprimere la sua opinione. Disse che le leggi per punire i potenti c’erano, ma non venivano applicate perché i potenti erano alleati tra loro. Propose poi di andare da Ferrer il giorno dopo per dirgli come stavano le cose, per chiedergli di fare giustizia e per avvisarlo che se i prepotenti non avessero abbassato la testa, il popolo avrebbe protestato ancora.
Dopo, Renzo, chiese se qualcuno sapesse indicargli un’osteria. Uno sconosciuto disse che ne conosceva una non troppo distante e si avviò con Renzo. Mentre camminavano, l’uomo gli fece alcune domande, ma il giovane riuscì a dare risposte vaghe e a non rivelare la sua identità, come fra Cristoforo gli aveva consigliato. Poco dopo arrivarono all’osteria e Renzo invitò lo sconosciuto a bere con lui. L’oste si avvicinò e riconobbe l’accompagnatore, ma quando vide l'accompagnatore di Renzo pensò subito che avrebbe capito se Renzo era un altro cacciatore di taglie o una preda.
Infatti l’accompagnatore di Renzo era una spia della polizia che si era infiltrata nella folla per avvicinare e catturare i responsabili della rivolta, e dopo aver sentito i discorsi di Renzo aveva pensato che fosse uno dei capi della rivolta.
L’oste portò vino e stufato, ma pane non ne aveva. Renzo tirò fuori il pezzo di pane raccolto in strada e cominciò a mangiarselo.
Renzo chiese una stanza per la notte, l’oste gli chiese nome e cognome e gli disse che faceva il suo dovere come diceva la legge. Renzo si rifiutò e rispose che dirà il suo nome solo quando la legge permetterà a due giovani onesti di sposarsi. L’oste lasciò stare e fece portare altro vino al tavolo.
Il falso accompagnatore disse poi a Renzo come avrebbe voluto che fosse la società e gli propose un sistema per dare la giusta quantità di pane a tutti. Secondo lui, bisognava dare un biglietto a tutti con i nomi dei genitori e dei figli. Poi per fare un esempio chiese come si chiamasse Renzo che, affascinato dall’idea, gli rivelò nome e cognome. La spia, ottenuto quello che voleva si congedò e Renzo continuò a bere.
Il vino cominciò a dargli alla testa e cominciò a dire cose senza senso, ma riuscì a non rivelare il nome di Lucia e le peripezie che lo avevano colpito.
L’oste aiutò Renzo ad alzarsi e lo portò in camera. Tentò un’ultima volta di fargli dire nome e cognome, ma Renzo si rifiutò ancora. Dopo avergli buttato addosso la coperta, l’oste decise di andare a denunciare Renzo perché la legge diceva che se l’oste non chiedeva nome e cognome ai clienti c’era una multa salata e, se non si aveva la cifra richiesta, cinque anni di galera. Ma quando l’oste arrivò al palazzo di giustizia, sapevano già il nome di Renzo grazie alla spia.
Renzo dormiva quando sentì una voce urlare il suo nome. Aprì gli occhi e vide tre uomini davanti a lui che lo alzarono. Quando fu completamente vestito, gli legarono i polsi e lo portarono fuori per portarlo al palazzo di giustizia. Lungo la via Renzo vide tre persone che si avvicinavano, quindi per farsi aiutare cominciò a tossire; per fermarlo, i poliziotti gli strinsero i polsi e Renzo urlò per il dolore e altra gente si avvicinò. Sapendo che era la sua ultima occasione, gridò alla folla che veniva portato in carcere solo perché aveva gridato pane e giustizia. La folla cominciò a spingere sempre di più e i poliziotti furono costretti ad allontanarsi.
La Gente invitava Renzo a scappare, ma lui aveva già deciso di voler andare nel paese dove viveva suo cugino Bortolo, ma non sapeva da quale porta doveva uscire per andare verso Bergamo. Non chiese a nessuno della folla perché non si fidava. Si allontanò dalla gente e quando pensò di essersi allontanato abbastanza cominciò a cercare una persona a cui chiedere informazioni. Scelse una persona che andava di fretta, pensando fosse quella giusta. Renzo gli chiese la strada e l’uomo gli indicò la via. Renzo andò in fretta in quella direzione. Arrivato alla porta orientale vide che c’erano delle guardie, ma riuscì comunque a passare dato che le guardie stavano attente solo alle persone che venivano da fuori. Decise poi di rimanere vicino alla strada maestra ma senza mettervi piede. Pensò anche di prendere informazioni su un paese vicino al confine; dopo aver camminato di paese in paese raggiunse Gorgonzola poco prima di sera.
Renzo si fermò in un’osteria del paese e chiese all’oste cibo e vino. Nel locale la gente parlava della rivolta di Milano. A un certo punto arrivò un mercante di Milano diretto nei pressi di Bergamo. Dato che la gente dell’osteria lo conosceva, al mercante furono fatte un sacco di domande sulla rivolta di Milano. Il mercante raccontò tutto sulla rivolta del giorno prima e disse anche che alcuni capi erano stati catturati. Aggiunse anche che uno era stato catturato davanti a un’osteria, ma mentre lo portavano via i compagni lo avevano liberato. Renzo sobbalzò, ma nessuno se ne accorse. Voleva andarsene subito, ma per non destare sospetto rimase seduto fino a quando il mercante finì il suo racconto. Dopo aver pagato il conto uscì e si mise in cammino.
Uscito da Gorgonzola, Renzo prese la strada maestra in cerca dell’Adda, il confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Una volta superato il confine, poteva dirigersi verso il paese del cugino Bortolo, non troppo distante da Bergamo. Con il calare della notte, la solitudine, la stanchezza, il freddo, e il vagare senza conoscere la strada giusta resero il cammino difficile.
Camminando, raggiunse un terreno incolto. Si fermò ad ascoltare per sentire i rumori dell’Adda, ma non sentì niente, quindi continuò a camminare ed entrò in un bosco. Aveva paura, e più si inoltrava più la paura dentro di lui cresceva. Stava per tornare indietro quando finalmente sentì il rumore dell’acqua: aveva trovato l’Adda!
Arrivò su una riva e in lontananza vide Bergamo. Sul fiume non c’erano barche e decise di tornare indietro per riposare in una capanna abbandonata che aveva visto vicino al bosco.
Arrivato nella capanna, trovò un po’ di paglia; si inginocchiò e ringraziò la Provvidenza. Appena chiuse gli occhi però, tornarono alla mente le persone care. Renzo passò una brutta notte e non riuscì a dormire. Alle quattro e mezza si alzò e ritornò all’Adda.
Giunto sulla riva vide la barca di un pescatore che si avvicinava. Il giovane chiese all’uomo di portarlo sull’altra riva. Diede al pescatore una moneta e poi si incamminò verso il paese del cugino.
Si fermò a mangiare in un’osteria e lì finì i suoi soldi. Arrivato al paese, Renzo vide Bortolo e gli si avvicinò. Dopo essersi salutati Renzo gli raccontò tutto quello che gli era successo. Bortolo gli disse che di lui si poteva fidare e gli garantì accoglienza e lavoro.
Lo stesso giorno, al podestà di Lecco arrivò una lettera con l’ordine di arrestare Renzo, di perquisire la sua casa e di prendergli tutto. A poco a poco si venne a sapere della fuga di Renzo a Milano, ma in paese, dato che tutti lo conoscevano e sapevano che era una brava persona, pensarono che era tutto causato da don Rodrigo. Quest’ultimo non era responsabile della fuga di Renzo, ma ne fu comunque contento. Il conte Attilio partì per Milano per far allontanare fra Cristoforo. Don Rodrigo stava per rinunciare all’impresa contro Lucia quando il Griso tornò da Monza e gli riferì che Lucia si era rifugiata nel Monastero. Questo inquietò don Rodrigo perché un monastero era un luogo troppo sicuro per essere espugnato, anche per lui. Ma non era disposto a rinunciare alla sua impresa quindi pensò di chiedere l’aiuto di un famoso criminale.
Lucia e Agnese si erano appena sistemate nel convento quando arrivò la notizia della rivolta di Milano; alle donne fu comunicato che hanno preso i rivoltosi e che uno di Lecco era scappato, uno il cui cognome era Tramaglino. Le donne si preoccuparono, dato che il cognome di Renzo era appunto Tramaglino. Qualche giorno dopo un pescatore chiese di Agnese; era mandato da fra Cristoforo per dire che le avrebbe tenute al corrente di ogni novità e che Renzo si era messo in salvo. Nel frattempo Gertrude si era affezionata a Lucia e le aveva raccontato tutto quello che le era capitato, ma Lucia ancora non si voleva confidare con lei. Gertrude era infastidita da questo.
La seconda settimana il pescatore tornò, ma non aveva novità. La terza settimana il pescatore non tornò e le donne si preoccuparono. Agnese decise di tornare al suo paese. Il giorno dopo incontrò il pescatore sulla strada e la donna gli chiese un passaggio. Il giorno dopo si fermò al convento di Pescarenico in cerca di fra Cristoforo, ma le fu comunicato da fra Galdino che fra Cristoforo era stato mandato a predicare a Rimini e che non si sapeva quando sarebbe tornato. Aggiunse che c’erano altri bravi frati con cui si poteva confidare, ma Agnese si rifiutò perché solo fra Cristoforo conosceva i suoi problemi. Sconsolata, si incamminò verso il paese.
Arrivato a Milano, il conte Attilio era andato a fare visita allo zio, un anziano del Consiglio Segreto. Il conte si lamentò di fra Cristoforo. Dopo queste parole i due decisero che era meglio allontanare questo frate (fra Cristoforo) da Lecco.
L'unico modo per allontanare fra Cristoforo era rivolgersi al padre provinciale. Il conte zio e il padre provinciale si conoscevano da molto e si rispettavano a vicenda. Il conte lo invitò a pranzo.
Il conte zio invitò il padre provinciale in un’altra stanza per parlare, qui il conte riferì tutto su fra Cristoforo. Il padre capì che questo era uno dei soliti casi in cui un povero frate dava fastidio ai potenti e lui doveva allontanarlo. I due poi concordarono di mandare fra Cristoforo a Rimini, dove il padre provinciale sapeva che serviva un predicatore. La sera dopo arrivò a fra Cristoforo l’ordine di allontanamento. Il frate non esitò a partire e affidò Renzo, Lucia e Agnese alla protezione di Dio.
Don Rodrigo decise di chiedere aiuto al famoso criminale, di cui non si sa né nome né cognome e che quindi chiameremo Innominato. Era nobile e viveva in un castello vicino al confine e conduceva una vita scellerata. Era temuto da tutti. Fin da giovane aveva sfidato i potenti e a loro ora era superiore per ricchezza e coraggio. Dopo essere stato bandito da Milano andò a vivere nel castello sul confine con la Repubblica di Venezia, dove ospitava assassini e fuggiaschi. Chi provava a resistergli finiva male. La fama di quest’uomo era diffusa in tutto il territorio milanese.
Don Rodrigo gli era divenuto amico rendendogli dei servizi. Questa amicizia però la teneva nascosta perché la complicità con questo criminale l’avrebbe compromesso. Una mattina don Rodrigo si avviò verso il castello dell'Innominato accompagnato da una piccola scorta.