Resoconto del seminario
“Guerra mondiale a pezzi. Mafie, tratta degli esseri umani”
A cura di Laura Cucchiara e Francesca Serraino
Lunedì 13 aprile 2026 si è svolto, presso l’IISS “A. Volta” di Palermo, il seminario di formazione rivolto a Dirigenti e docenti delle Istituzioni scolastiche aderenti alla Rete per la Cultura Antimafia, dal titolo “Guerra mondiale a pezzi. Mafie, tratta degli esseri umani”.
I lavori sono stati aperti dalla DS Tumbarello (IISS “A. Volta”) e dal DS Giusto Catania, in rappresentanza dell’I.C. “G. Falcone” di Carini, scuola capofila della Rete.
Gli interventi sono stati coordinati dalla DS Giovanna Genco (I.C. De Amicis-Da Vinci), la quale ha introdotto la tematica oggetto dell’iniziativa seminariale: come la "guerra mondiale a pezzi", profetizzata da Papa Francesco nel 2013, alimenti il potere economico delle mafie attraverso il controllo dei territori e dei traffici illeciti di droghe, di armi e di esseri umani, in riferimento al fenomeno migratorio.
Gli interventi dei relatori hanno offerto un'analisi multidimensionale del legame tra conflitti, dinamiche mafiose e crisi dell’osservanza del diritto internazionale e in generale dei diritti umani, ponendo inoltre l’accento sul ruolo della scuola, chiamata ad educare alla responsabilità a fronte dell’indifferenza e dell’ingiustizia dilaganti.
Don Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, ha aperto la sua riflessione asserendo con forza che la scuola deve assolvere ad una missione formativa altissima: fornire alle nuove generazioni le chiavi di lettura ermeneutiche necessarie per interpretare i fatti e le dinamiche della storia contemporanea. A tal proposito, l'Arcivescovo ha affermato che siamo già pienamente immersi in una "terza guerra mondiale a pezzi". La radice di questo scenario bellico, orchestrato da figure definibili come “narcisisti deliranti”, risiede in una scelta precisa: l'assoggettamento di ogni aspetto della vita all’economia del profitto, all’estremizzazione del capitalismo. L'intervento ha messo in luce come l'ingiustizia umana — di cui povertà, crisi climatiche e guerre sono solo alcune manifestazioni — sia spesso indotta dall’Occidente e subita dal resto del mondo. Per quanto infatti l’Occidente possa professarsi ateo o agnostico, in realtà si rivela profondamente idolatra nei riguardi del “Dio Denaro” e, per bocca di uomini sedicenti religiosi, si giunge a strumentalizzare il nome di Dio per giustificare le guerre. Ciò conduce inevitabilmente ad una destrutturazione antropologica della persona e della famiglia umana, alimentando una deriva individualistica e violenta che non ci consente di guardare in faccia l’Altro, tanto più l’Altro che porta segni della fragilità e delle conseguenze dell'ingiustizia.
Il richiamo all'empatia come strumento pratico di cittadinanza attiva, in grado di scardinare le barriere dell'indifferenza che ci riducono a spettatori passivi di fronte alla normalizzazione di massacri e uccisioni, è stato espresso dal giornalista Lorenzo Tondo. Nella sua analisi, maturata sul campo come corrispondente del The Guardian nei principali scenari di crisi (Ucraina, Medio Oriente e Gaza), egli ha evidenziato come la geopolitica mondiale segua dinamiche sovrapponibili a quelle della criminalità organizzata. L'imperialismo viene identificato come il tratto distintivo di questa mentalità, in cui i soggetti più forti rivendicano il diritto di decidere arbitrariamente del destino dei più deboli, agendo con la medesima logica di prevaricazione dei boss mafiosi. Tondo ha inoltre rilevato come i 68 conflitti attualmente attivi a livello mondiale non si configurino come crisi isolate, ma come frammenti di un puzzle che si stanno via via saldando. Le cifre distintive di questa fase storica sono l’interdipendenza e l'efferatezza senza precedenti. L’impatto della guerra viene analizzato oltre la distruzione immediata; Tondo infatti avverte che i conflitti producono traumi profondi, come depressione e alcolismo, capaci di trasmettersi di generazione in generazione, colpendo anche chi non ha vissuto direttamente i combattimenti. In questa prospettiva, i trattati di pace formali si rivelano drammaticamente insufficienti, poiché non consentono di sanare le perdite umane e le ferite psicologiche ereditarie.
La disamina della professoressa Alessandra Sciurba, che da molti anni si occupa di migrazioni, frontiere e diritti umani come attivista e come docente di filosofia del diritto presso l’Università di Palermo, ha offerto una prospettiva critica e rigorosa sul legame profondo tra migrazioni e guerra e, per questa via, sulla crisi del diritto internazionale. Sciurba ha denunciato un fallimento sistemico che attraversa gli ultimi trent'anni di storia italiana ed europea. Nessun governo, indipendentemente dal colore politico, è stato ritenuto esente da colpe nel "massacro del diritto" nel Mediterraneo, identificato come il "cuore di una sperimentazione" legata alla sospensione dei diritti umani fondamentali. Le attuali politiche sono viste come il culmine di un processo di delegittimazione delle norme internazionali a favore di accordi bilaterali (come quelli con Libia e Tunisia) che declassano gli esseri umani a merce di scambio. Citando il rapporto congiunto UNSMIL-OHCHR di febbraio 2026, "Business as Usual", la docente ha descritto un sistema in cui la violazione dei diritti umani è strutturata come un asset economico.
In questo scenario, lo sfruttamento dei migranti è integrato sistematicamente nel traffico di petrolio, armi e droga, con la complicità delle autorità europee che facilitano i respingimenti verso questi contesti di abuso. Va inoltre rilevato che, a differenza delle dinamiche migratorie del passato, i conflitti contemporanei in aree come Palestina, Iran e Libano agiscono come vere e proprie "trappole", impedendo fisicamente la fuga e trasformando interi territori in prigioni a cielo aperto.
Come strumento concreto per contrastare la tratta, Sciurba ha citato la Direttiva Europea sulla protezione temporanea (Direttiva 2001/55/CE). Tale norma consentirebbe di concedere permessi di soggiorno immediati (rinnovabili ogni 6 mesi) a chi fugge dai conflitti, sottraendo i profughi alle reti criminali e garantendo loro accesso al lavoro e all'assistenza senza le lunghe attese delle procedure d'asilo ordinarie. Tuttavia, piuttosto che garantire l’effettiva applicazione di questa norma di protezione, le autorità preferiscono mutare il diritto sovranazionale pur di legittimare le proprie violazioni, adottando condotte definibili da "Stati banditi", aggirando le norme internazionali e utilizzando la propaganda per manipolare la percezione pubblica. Questa sistematica distorsione della realtà conduce alla criminalizzazione della solidarietà e a un paradossale ribaltamento dei ruoli: chi fugge dai conflitti viene dipinto come un carnefice anziché come una vittima, erodendo così il principio fondamentale dell'universalità dei diritti umani. In conclusione, è stato ribadito un principio etico e giuridico fondamentale: i diritti non sono un "gioco a somma zero". La libertà e la dignità non possono essere ottenute negandole agli altri; al contrario, la sospensione del diritto per i migranti rappresenta un precedente pericoloso che compromette inevitabilmente la libertà di ogni cittadino.
Alla luce di quanto emerso, la scuola intesa come comunità educante è chiamata a sostenere e alimentare il giudizio critico degli studenti, guidandoli non solo a comprendere la realtà, ma anche a maturare la capacità di indignarsidi fronte all'ingiustizia per contribuire attivamente ad un'umanità più solidale. Questa responsabilità educativa può essere paragonata all'antica arte giapponese del kintsugi, che consiste nel riparare ceramiche rotte evidenziando le fratture con polvere d'oro o d'argento: tale tecnica non nasconde le crepe, ma le valorizza, trasformando l'oggetto in un pezzo unico e prezioso, simbolo di resilienza e bellezza dell'imperfezione. Allo stesso modo, gli educatori devono aver cura delle fragilità del nostro tempo, affinché i giovani possano ripensarsi secondo nuove categorie e nuovi valori, primo fra tutti quello della pace, intesa non come semplice assenza di conflitto, ma come pienezza di vita, restituendo così al mondo un'umanità più autentica e consapevole.