Milano, 20 Novembre 2025
Márquez.
La rinascita di un campione
Una storia di successi... ma non solo
di Filippo Giuggioli-Busacca
Milano, 20 Novembre 2025
Márquez.
La rinascita di un campione
Una storia di successi... ma non solo
di Filippo Giuggioli-Busacca
Marc Márquez: alcuni lo amano, tanti lo odiano; tuttavia, chiunque segua il motorsport, può concordare sul fatto che sia uno dei piloti più forti della storia del motociclismo. La sua carriera non è soltanto un elenco di imprese al limite della fisica e vittorie memorabili, ma anche un percorso segnato da errori, cadute pesanti e scelte sbagliate. Eppure si è rialzato ogni volta più determinato, trasformando le sue sconfitte nei mattoni della sua rinascita.
Il punto più critico arriva, come spesso accade, proprio all’apice di un periodo brillante. La svolta è arrivata al Gran Premio di Jerez del 2020, all’inizio della stagione: Márquez arriva da quattro titoli mondiali consecutivi conquistati in modo dominante e sembra inarrestabile. I suoi rivali più pericolosi si sono già ritirati, stanno per farlo o non sono più competitivi come un tempo. Tutto lascia pensare che anche quel campionato seguirà la stessa traiettoria degli anni precedenti, con lui davanti a dettare il ritmo. E invece, in una sola curva, la sua carriera prende una piega completamente diversa.
Appena tocca terra dopo l’high-side si capisce subito che qualcosa non va. Non è il solito Márquez: l’allora otto volte campione del mondo, famoso per rimettersi in moto dopo cadute folli per attuare rimonte impossibili, questa volta non corre verso la sua Honda. Si toglie i guanti con l’aiuto dei marshall, poi il casco, e sul suo volto compare un’espressione che non lascia spazio ai dubbi. Viene portato prima al centro medico del circuito e poi trasferito d’urgenza all’ospedale di Barcellona, dove i medici decidono di intervenire subito applicando una placca per fissare la frattura dell’omero destro. Tutti nel paddock davano per scontato che avrebbe saltato alcune gare per recuperare: era la scelta più logica, la più prudente. Ma Márquez sceglie altro. Soltanto quattro giorni dopo è di nuovo in sella alla sua moto, in un rientro lampo che lui stesso, anni dopo, definirà senza esitazioni l’errore più grande della sua carriera.
Quella scelta avventata ebbe conseguenze pesantissime. Compromise non solo la frattura, ma anche il suo intero futuro sportivo. Il fenomeno di Cervera, dopo quel ritorno improvvisato, sembrava non riuscire più a rialzarsi davvero: operazioni su operazioni, ricadute, riabilitazioni interminabili. Ogni volta che provava a tornare, il corpo lo tradiva. E intanto, mentre passavano i mesi, cominciavano a farsi sentire anche gli scettici. Secondo molti il “vecchio Márquez” non sarebbe mai più tornato. Anche quando riusciva a mostrare lampi del suo talento purissimo — quei sorpassi impossibili, quelle traiettorie che solo lui vedeva — erano solo sprazzi isolati; troppo pochi per chi, per quasi un decennio, aveva dominato il MotoGP con autorità assoluta.
Ma lui è sempre stato consapevole della sua forza e determinato a riprendersi ciò che, fino a qualche anno prima, sembrava quasi dovuto.
Dentro di sé sa che il talento era rimasto intatto, anche se soffocato da un corpo che fatica a stargli dietro e da una moto che non gli permette più di esprimersi. La Honda, la moto con cui era diventato leggenda e a cui era legato da tutta la vita sportiva, non era più competitiva come un tempo. Marquez lo capisce, lo accetta ed è una delle decisioni più difficili della sua carriera.
Così sceglie la strada più rischiosa: lascia la “sua” Honda e passa a una Ducati più competitiva, ma non ufficiale, quella del team Gresini.
Una mossa che molti hanno definito folle: andare su una moto nuova dopo anni di infortuni, e farlo in un team privato invece che in una squadra factory. Ma per lui è l’unica via. Sa che restare dove era significava restare prigioniero del passato. Andare altrove, invece, significava aprire la porta alla possibilità di rinascere davvero.
Molti pensavano che sarebbe stato un flop totale, altri sostenevano che avrebbe potuto vincere il mondiale anche con una moto non ufficiale. In realtà, la Ducati GP23 a sua disposizione è inferiore alla GP24 di Bagnaia e Martín, ma la classe di Márquez è lampante: in molte gare si gioca le prime posizioni, andando talvolta a superare i favoriti. In definitiva: non abbastanza per lottare per il titolo, ma più che sufficiente per dimostrare che il campione è tornato.
Chiude il mondiale al terzo posto, davanti a piloti con moto superiori, raddoppiando i punti dei compagni con la stessa moto. È questo rendimento straordinario a valergli la tanto discussa promozione nel team ufficiale Ducati.
La stagione successiva va oltre ogni aspettativa: Márquez vince 11 gran premi su 17 che corre accompagnati da 14 vittorie nelle Sprint Race, e grazie a una costanza impressionante conquista il titolo mondiale con 5 gare di anticipo purtroppo non finisce la stagione per un infortunio subito durante la gara successiva alla vittoria mondiale. Firma anche il record di 10 doppiette (Sprint + GP) nella stessa stagione, chiudendo l’anno con il punteggio più alto mai registrato nella MotoGP.
La storia recente di Marc Márquez è la prova che neppure i più grandi sono immuni dagli errori, dalle cadute e dai periodi bui. Dimostra anche che il valore di un campione non si misura solo nei successi, ma si vede soprattutto da come reagisce quando tutto crolla. Márquez ha affrontato operazioni, dubbi e critiche che avrebbero potuto spezzare chiunque, e sono invece diventate il carburante della sua rinascita. La sua parabola insegna che la forza non sta nell’essere perfetti, ma nel sapersi rialzare, cambiare strada quando serve e continuare a credere in ciò che si è. Perché anche quando si finisce nel baratro, con determinazione e coraggio, si può tornare a vedere le stelle.