Direttissima Pizzo Deta per il Vallone di Peschiomacello
anello per la direttissima al Pizzo Deta da Roccavivi e ritorno dal Vado della Rocca
anello per la direttissima al Pizzo Deta da Roccavivi e ritorno dal Vado della Rocca
Il Pizzo Deta è la seconda cima più elevata della catena dei monti Ernici. La montagna, la cui altezza raggiunge 2.041 m s.l.m., segna il confine tra le regioni Abruzzo e Lazio, sulla linea spartiacque principale. La vetta di Pizzo Deta è caratterizzata da un profilo aguzzo e roccioso su tre quarti dei lati di forma piramidale, escluso il versante meridionale che digrada con un pendio ripido e uniforme. Per quanto modeste e concentrate negli ultimi 300 metri di dislivello, le pareti rocciose separate da profondi e selvaggi canaloni danno al Pizzo Deta un aspetto inconfondibile e un carattere superiore a quello di molte cime appenniniche più elevate. Il versante nord si presenta con un ripido pendio digradante sulla sottostante valle Roveto, caratterizzato proprio sotto la cima da un antico circo glaciale che dà inizio al vallone di Peschiomacello, sopra San Vincenzo Valle Roveto. Questo percorso sfrutta proprio il selvaggio Vallone di Peschiomacello (o Peschio Macello), una via di risalita tanto bella e tanto massacrante con i suoi 1570 metri di dislivello, da oscurare quasi il primato d'interesse escursionistico alla stessa cima su cui conduce. Di certo questo ripido vallone è tra i luoghi più selvaggi dell'intero gruppo degli Ernici. Un tempo era abitualmente risalito dai giovani di Roccavivi, oggi è diventata una salita immancabile per l’escursionista appenninico più fanatico. La prima salita invernale del vallone è del gennaio 1974 (Tollis, Pellegrini, Petrozzi, Prosperi, Coraggio e Tomei, ved. C. Iurisci, 2012, p. 342; cf. C. Tomassi, L'Appennino, 1998, p.36-39). Secondo gli anziani di Roccavivi sembra che il nome "Peschio Macello" derivi proprio dal toponimo originale 'A Valle 'o Maciello (La Valle del Macello), che stava a indicare proprio la "morìa" o la “carneficina” di animali che il vallone provocava, soprattutto quando era ghiacciato. Alla base dei salti del vallone, infatti, si rinvenivano sovente le carcasse di animali selvatici precipitati. Il toponimo "Pizzo Deta" deriva notoriamente dalla forma a dito.
Si raggiunge in auto il piccolo paese di Roccavivi (“La Rocca” in dialetto locale), Frazione di San Vincenzo Valle Roveto (AQ), posto proprio alle pendici del Pizzo Deta sul versante abruzzese. A Roccavivi si può trovare eventualmente parcheggio in via Cesena o comunque al centro del paese. Il tracciato segue per qualche centinaio di metri Via della Circonvallazione in direzione nord, per poi girare subito a sinistra presso una scalinata (segni biancorossi) e iniziare a salire la campagna verso la montagna fino ad incrociare la strada sterrata a quota 650 m. All’inizio può risultare di fatto difficile trovare il percorso di salita per raggiungere la strada forestale, a cause sia delle varie alternative presenti che delle ostruzioni della bassa vegetazione. Il tracciato, dopo aver raggiunto la sterrata sopra il paese con direzione nord-est a quota 650m, la lascia dopo pochi metri, per un sentierino che risale tra le località Fuori la Porta e Carpineto sotto le rupi del Mt. Casella, puntando a est. Il percorso raggiunge in ripida salita dapprima un grosso spiazzo, per poi entrare in un boschetto ceduo di fusti esili, lungo una stretta traccia scavata nella terra. Il terreno è costituito da macchie spinose, sterpi e vegetazione ingombrante, dove l'afa nella stagione calda risulta ai limiti della sopportazione e toglie costantemente il respiro. In questo contesto neppure l'ombra apporta il benché minimo conforto. Le tracce di sentiero toccano in un primo tempo la Fonte Matté, assolutamente asciutta, poi proseguono fino ad una zona di tagli, lungo una ripida scarpata di sassi e terra. Le tracce raggiungono finalmente il ripiano erboso di Colle Po, girando verso destra. Il Colle risulta desolante per la siccità, mentre la posizione sulla valle Roveto è dominante. Fortunatamente, più in alto, ci si addentra in un bosco sufficientemente fresco, sempre seguendo una traccia piuttosto evidente. In breve, dopo un'ampia curva nel bosco verso sinistra, il tracciato raggiunge il luogo di sfogo di recenti slavine. Qui il selciato è costituito da cumuli contorti di frasche, rami e tronchi che si piegano sotto i nostri passi. In breve si raggiunge la base di una poderosa parete calcarea, nella quasi oscurità dell'ombra proiettata dai grossi faggi addossati alle rocce. Questo rappresenta l'ingresso del vallone di Peschiomacello e da qui in poi, si inizia a salire lungo una colata ripidissima di sassi e brecce. La pendenza è molto elevata ed è necessario pertanto scegliere le tracce più agevoli o cercare di rimanere al margine del bosco, dove anche le solide radici degli alberi possano offrire un valido punto di appoggio. Dopo poco viene raggiunta la prima apertura del vallone, da dove si incomincia a delineare la fisionomia del canalone, con pareti di roccia che ne serrano i fianchi. Il vallone in realtà percorrendolo non è molto ampio e non suggerisce affatto quella particolarità imponenza e maestosità che appare a chi lo guardi dal fondo della valle. Il tracciato a questo punto costeggia il fianco sinistro del vallone, muovendosi tra roccette e grandi piante di malva. Più sopra il sentiero sembra interrompersi contro una parete verticale, che in realtà è solo una strozzatura del vallone. Il sentiero prosegue più tortuoso, inerpicandosi su scaloni di rocce come sul fondo di un torrentello stagionale. Dopo poco, ma non senza fatica vista l'asperità del terreno, si sbuca finalmente presso un ampio catino popolato da piante di genziana maggiore. Adesso il vallone comincia a mostrare il suo aspetto più duro e l'ambiente si fa, nel complesso, nettamente più selvaggio. Il percorso prosegue più in alto fino a toccare la base di un canalino roccioso, segnato da bolli rossi. Questo canalino in realtà è un diedro alto forse una decina di metri che si alza a superare una bastionata di rocce e scivoli erbosi e che necessita di essere superato con un passaggio di arrampicata di 1°, 2° grado. Il percorso continua fino ad entrare ancora in una ampia e scavata conca glaciale. In questo punto le pareti del vallone sono più imponenti e costituiscono quei potenti contrafforti calcarei che sorreggono la vetta e le conferiscono quell'aspetto slanciato e svettante. La traccia in questione attraversa dapprima l’antica morena da destra, seguendo delle lievi tracce lungo il margine, fino ad intravvedere il punto di attacco al secondo gradino. Si individua pertanto una piccola e ripida rampa erbosa, che ci consente di superare parte del secondo gradino e che richiede non meno attenzione del camino precedente. All’uscita da quest’ultimo pendio, si ritrova finalmente la traccia visibile. Il percorso è giunto ormai nei pressi dell'ultima conca prima della cresta sommitale. In breve si giunge in cresta, dove ci viene investiti un bel venticello. Il sentiero n. 617 prosegue verso sinistra e in pochi minuti si raggiunge la vetta. La vista tutt’attorno è fantastica, sia sulla valle del Liri che sulla depressione di Prato Campoli o sui fittissimi boschi della Serra Comune come sui rilievi che scendono verso la piana di Sora. Verso nord-ovest si staglia imponente la sagoma del Monte Viglio col suo Gendarme. Per la discesa e il rientro, si scende dalla cresta est col sentiero n. 619 fino al Vado dell’Olmo e poi a al Vado della Rocca, per poi proseguire nell'ampio vallone che dovrebbe scendere fino a raggiungere in parte la sterrata percorsa durante l’ascesa. Si inizia a scendere dal versante sud tenendosi comunque il più vicino possibile alla cresta est e sfruttando i pascoli erbosi. In poco tempo il tracciato raggiunge l'inizio della boscaglia (sentiero segnato, colori rosso-azzurro), continuando tuttavia a mantenere esattamente il proprio percorso sul filo di cresta, laddove per l'ingombro della vegetazione e l'abbondanza di rocce il cammino è più faticoso e lento. A tratti poi, alla segnaletica di color rosso-azzurro, se ne sovrappone un'altra di colore giallo-rosso, così da rendere più dubbioso ogni passo del percorso. Si cammina in un saliscendi continuo privo di panorami o vedute, l'ambiente però è molto selvaggio e solitario, sospeso nel silenzio più totale. Al termine di un infinito saliscendi il sentiero raggiunge un profondo intaglio, dove il bosco si fa più alto e maestoso. E questo il Vado della Rocca, nel punto più basso della lunga cresta che scende ad est dal Pizzo Deta. A questo punto si cercano i segnali giallo-rossi, che indicano il sentiero nel bosco verso sinistra (nord), dopodiché si scende fra faggi altissimi verso l'ampio catino naturale (sent. n. 427). Il cammino è abbastanza evidente, anche perché si deve seguire il percorso dell'acqua in questo ampio catino naturale che, in basso, confluisce in un fosso, chiamato Fosso delle mele. Dopo un’interminabile discesa nella faggeta il sentiero raggiunge l'inizio di un torrente stagionale, ovviamente asciutto, percorrendone i fianchi e attraversandolo in più punti. Dopo un'altra ora di cammino si raggiunge un punto in cui il torrente si getta in una profonda forra, che il sentiero scarta sulla destra allontanandosene. Invece di seguire il sentiero per Rocca Vecchia (Madonna delle Grazie), la traccia in questione sceglie quello di destra, discostandosi quindi dal sentiero 427. Poco più tardi, attraverso un fitto sottobosco, il tracciato riprende 200 m più sotto il sent. n. 427 e lo segue andando prima verso destra e, dopo 10 minuti, verso sinistra al primo bivio. Si procede ancora col sent. 427 fino al centro del paese (1 ora ca.).
Il percorso é adatto ad escursionisti esperti con una certa esperienza: ottime capacità di orientamento, passo sicuro, resistenza alla fatica e capacità di superare piccoli tratti d'arrampicata di 1° o 2° grado. É doveroso affidarsi rigorosamente alla traccia con GPS alla mano e ai pochi segni rossi, se presenti. Questo tracciato nel suo insieme non è uno scherzo! La lunghezza del percorso, il dislivello, la durezza del tracciato, il fondo del selciato costituito da ampi tratti instabili su brecciaio, terriccio cedevole e sconnesso, tronchi e rami compattati dalle slavine che improvvisamente sbarrano il passaggio, pendenze al limite dei crampi, il superamento di alcune balze rocciose ed erbose con qualche passaggio di arrampicata di 1° o 2° grado su roccia, sono solo alcuni esempi delle asperità che fanno da cornice a questo percorso. Il lungo ed estenuante avvicinamento al Vallone di Peschiomacello preparerà il terreno, mentre la salita del Vallone è allo stesso tempo dura e dispendiosa, ma altrettanto entusiasmante. Si tratta in definitiva di un’ascensione molto bella e suggestiva su fondo sconnesso e sassoso con alcuni piccoli passaggi su roccia. La discesa invece seguirà il sentiero CAI n. 619 e il 427, attraversando rispettivamente il Vado della Rocca, il Fosso delle Mele e la Rocca Vecchia, prima di giungere a Roccavivi ed anch’essa affronterà un percorso molto lungo e spossante. Molto importante è la scorta di acqua da portarsi dietro (3,0 litri minimo), soprattutto nelle giornate assolate. Il percorso poi è molto dispendioso e lungo soprattutto in discesa. Portarsi dietro gli occhiali, un cappello e un pò di crema solare, che fa sempre comodo. Il paesaggio in quota è grandioso e la vista dalla vetta del Pizzo Deta a 360° gradi ripaga tutta la fatica. A nord sbuca inconfondibile la sagoma maestosa del Velino, mentre fanno da sfondo a nord-ovest i Cantari con il Monte Viglio!
DURATA TOTALE: 8,00 - 9,00 H
DURATA SALITA: 4,30 - 5,30 H
DURATA DISCESA: 3,30 - 4,30 H
LUNGHEZZA: 19,62 KM
QUOTA MASSIMA: 2041 M
QUOTA MINIMA: 470 M
DISLIVELLO SALITA: 1583 M
DISLIVELLO DISCESA: 1585M
GRADO DI DIFFICOLTA' ESCURSIONISTICA: EE