Il rapporto fra legge noachica e legge mosaica

Capitolo 21

Il rapporto fra legge noachica e legge mosaica

Il rapporto fra legge noachica e legge mosaica

Narra il Midrash che uno dei motivi del litigio fra Giuseppe e i suoi fratelli fu la disputa intorno alla legge sullo smembramento di animali ancora in vita; Giuseppe affermava che fosse in ogni caso proibito mangiare le loro carni in conformità con la legge noachica, mentre i fratelli sostenevano che, dopo aver sgozzato un animale nel sacrificio rituale, fosse possibile cibarsene immediatamente, anche se le sue membra manifestavano ancora qualche movimento come sostiene la legge mosaica.

La posizione di Giuseppe era dettata da un sogno dal contenuto profetico, ma i suoi fratelli lo consideravano troppo giovane e non credevano che potesse aver raggiunto il livello della profezia; lo giudicarono perciò colpevole di contendere loro l’autorità rabbinica e si consultarono per decidere se fosse passibile di pena di morte o fosse sufficiente darlo in schiavitù. Alla fine decisero per la punizione più lieve e lo vendettero come schiavo. Conosciamo il seguito della storia: Giuseppe fu portato in Egitto e D-o, per premiarlo della sua fermezza nel respingere il tentativo della moglie di Potifarre che voleva indurlo a trasgredire una delle Sette leggi, lo elevò alla carica di viceré. I suoi fratelli vennero infine a prostrarsi davanti a lui, riconoscendo così la correttezza della sua opinione.

Questo midrash ci aiuta a capire quale deve essere il rapporto fra leggi noachiche e leggi mosaiche anche in ambito ebraico: dal racconto si deduce chiaramente che, come sostiene rav Benamozegh, il noachismo è il primo gradino che anche l’ebreo deve salire prima di abbracciare la legge mosaica. Nel commento a Esodo 24, 3 – in cui si dice che Mosè, sceso dal monte, trasmise al popolo tutte le parole del Signore e tutti i comandamenti –, Rashi afferma: le parole dell’Eterno sono gli ordini relativi alla purità che il popolo doveva osservare durante l’attesa ai piedi del Sinay; i suoi comandamenti sono i Sette precetti dei figli di Noè.

Un’importante distinzione fra la legge noachica e quella mosaica ci viene dalla loro struttura. Abbiamo già osservato come la prima si organizzi intorno a una serie di precetti negativi e che costituiscono perciò il “titolo” di un gruppo di norme dal numero variabile a seconda delle interpretazioni e ad esso riconducibili; quindi danno origine a una struttura aperta. Ed è comprensibile, poiché le Sette leggi sono le pietre miliari attorno alle quali le diverse nazioni della terra devono articolare la formulazione della legge adattandola alla propria sensibilità e tradizione particolare; a questo proposito è bene rilevare come l’articolazione delle Sette leggi proposta dal Talmud, e ripresentata in questo testo, sia soprattutto indicativa di un metodo con cui procedere e non rigidamente fissata per tutti.

La legge mosaica invece, con le sue 613 mitzvot, rappresenta in qualche modo una struttura più rigorosa e chiusa; come detto in precedenza, i vari precetti si riferiscono esclusivamente al contenuto che vi è enunciato e spesso sono la ripetizione, formulata differentemente, di una stessa norma. Inoltre, molti di essi possono essere messi in pratica esclusivamente in Israele e in relazione all’esistenza del Tempio, che oggi non esiste: secondo un maestro chassidico dell’Ottocento, noto come Chafetz Chaim, i precetti che restano sempre in vigore sia prima che dopo l’esilio sono 271. Possiamo invece più coerentemente paragonare le Sette leggi noachiche ai Dieci comandamenti attorno ai quali il maestro Saadià Gaon (900 circa) colloca le 613 mitzvot che ne derivano e rilevare, di nuovo, l’errore insito nel far discendere l’osservanza della legge per i non ebrei, come fa la cristianità, dai Dieci comandamenti sinaytici.

Abbiamo più volte osservato e ripetuto che il seguace delle Sette leggi non è assolutamente tenuto ad abbracciare quella mosaica, anzi; tra le istruzioni che vengono impartite dai rabbini al neofita, vi è questo avvertimento: Finché non accetti il mosaismo, se mangi carni proibite non sei punibile; se violi il sabato, non incorri nel castigo90. È infatti il noachide che deve decidere di sua spontanea volontà e in piena consapevolezza se aderire o meno alla legge mosaica.

Nel Libro di Rut troviamo semplici ma importanti indicazioni su cosa significa, per un non ebreo, convertirsi all’ebraismo. La storia di Rut è nota. Era una moabita che aveva sposato il figlio di una coppia ebrea trasferitasi nella terra di Moab. Quando prima il marito e poi i due figli muoiono Noemi, la suocera di Rut, invita sia lei sia l’altra nuora a ritornare presso i genitori. Rut rifiuta con queste parole: Non insistere perché ti lasci e mi allontani da te, ché ovunque andrai tu, andrò anch’io, e dormirò dove dormirai, il tuo popolo è il mio, il tuo D-o è il mio91. Da questo versetto si può comprendere quale profonda trasformazione implichi la conversione all’ebraismo; si richiede il completo distacco dalle proprie radici, dalla propria famiglia e la completa identificazione con le vicissitudini e soprattutto la concezione ebraica della vita e di D-o, un atto simile a quello che compì Abramo quando seguì il comando divino: Lech lechà.

Consideriamo invece, di nuovo, quanto succedeva in epoca greco-romana, in cui i noachidi si presentano con connotazioni più chiare poiché abbiamo a disposizione molte testimonianze che ce le indicano:

“È chiaro… che ebrei ed ebraismo avevano a Roma un’influenza considerevole. Da molto tempo si erano diffusi nei paesi greci di Asia e d’Europa. Ovunque vi erano degli ebrei, di origine o per circoncisione e, intorno a loro, degli adoratori di D-o o ebraizzanti i quali, pur non essendo circoncisi e obbligati a tutte le pratiche mosaiche, leggevano i libri sacri e inviavano al Tempio di Gerusalemme il loro denaro e il loro omaggio”…

È un fatto che in tutto il mondo greco-romano influenzato dall’ebraismo un numero sempre crescente di pagani… si manteneva in stretti rapporti con le sinagoghe e che gruppi e centri noachici si costituivano dove i gentili, pur abiurando il politeismo, praticavano una religione diversa dal mosaismo ma che risponde esattamente a quella che i dottori ci descrivono come la sola religione obbligatoria per i non ebrei: il noachismo (rav Benamozegh, op cit).

Filone afferma che il vero ebraismo è essenzialmente monoteismo e in Avodà Zarà 357a troviamo questa idea così formulata: Chiunque abiuri l’idolatria è un vero ebreo; o anche Chiunque rigetta il politeismo professa tutta la Torà.

C’è però un’importante distinzione da ribadire fra legge noachica e legge mosaica, riconducibile alla diversa portata filosofica delle due dottrine e alla funzione sacerdotale di Israele: la legge noachica è considerata una legge naturale e razionale, che si imporrebbe anche se non fosse enunciata e chi la infrange non può addurne l’ignoranza; la legge mosaica va oltre la sfera dell’intelligibile, è il tramite spirituale dell’uomo con l’ordine universale e quindi, per applicarla, bisogna esserne istruiti formalmente. Di conseguenza, chi infrange la legge noachica è comunque colpevole; dice in proposito il Talmud Maccot, 9: Colui che crede in cuor suo che l’omicidio è cosa lecita, che non sia mai stato proibito, è considerato da Raba come assai simile all’omicida volontario. Anche Maimonide concorda con questo parere ma, in modo davvero sorprendente, Rabbi Adda e Abayè hanno opinioni contrarie: Colui che è convinto che l’omicidio sia cosa lecita, cede a una forza maggiore, affermano (ibid 9a).

Ricordiamo infine che, quando esisteva il Tempio di Gerusalemme, durante gli otto giorni di Sukkot - festa delle capanne o dei Tabernacoli - si offrivano sull’altare settanta animali per le settanta nazioni della terra92. Leggiamo nel Midrash Shir Hashirim: ... i settanta vitelli che erano immolati sull’altare durante la festa dei Tabernacoli erano offerti per le nazioni affinché fossero conservate in vita in questo mondo... e in Talmud Sukkà: Rabbi Yochanan dice: “Infelici i popoli gentili per quello che hanno perduto [perdendo il Tempio], poiché quando vi era il Tempio, si faceva espiazione per loro sull’altare, ma ora chi farà per loro l’espiazione?

Bisogna tenere conto che la festa di Sukkot cade in autunno. Per gli ebrei, l’anno religioso aveva inizio nel mese di Nissan, in primavera, con la celebrazione dell’uscita dall’Egitto, la festa di Pessach; l’anno civile, invece, si inaugurava il mese di Tishrì, a partire dall’equinozio di autunno, ed era una ricorrenza che gli ebrei avevano in comune con gli altri popoli dell’area. Per questo Israele l’aveva eletta a solennità religiosa dal carattere cosmopolita.

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