Antoine Fuqua porta sullo schermo la vita di un cantante che ha ridefinito la storia della musica mondiale: Michael Jackson. Dalla gioventù alla consacrazione definitiva, l’opera segue le difficoltà di Michael di trovare il proprio posto nel mondo e di gestire il rapporto con suo padre padrone.
È da qualche settimana nelle sale di tutto il mondo la travagliata opera dedicata alla vita dell’icona del pop Michael Jackson. La travagliata produzione di “Michael” si percepisce anche nel risultato finale. Qualunque controversia legata alla figura del cantante è infatti assente dal film che, concentrandosi soprattutto sugli anni della sua ascesa artistica, sceglie di mettere in scena Michael Jackson quasi privo di lati d’ombra, finendo per trasformare la sua vita più in una fiaba che nel racconto veritiero della sua vita.
Nonostante tutto, “Michael” resta un film piacevole anche se le sue due ore e dieci risultano eccessive.
Le canzoni e la ricostruzione di alcune esibizioni del cantante sono travolgenti e la cura nella messa in scena delle performance non lascia indifferenti. Jaafar convince nel restituire movenze e fragilità dello zio, così come Colman Domingo nel ruolo del padre. Più debole invece il resto dei personaggi, mentre alla regia manca una certa energia. “Michael” nelle mani di un altro regista avrebbe avuto molta più personalità. Basta pensare a Baz Luhrmann che con “Elvis” aveva firmato un biopic molto più energico e visivamente esplosivo.
Non c’è ancora un annuncio ufficiale su un sequel di “Michael”, ma gli incassi stellari del film in tutto il mondo lasciano intendere che non sia più una questione di se, ma di quando. Speriamo allora che un eventuale seguito riesca a restituire meglio tutte le sfaccettature di una figura iconica come Michael Jackson.
Perché “Michael” celebra il mito del Re del Pop con grande spettacolarità e performance carismatiche, ma è forse proprio qui che il film mostra i suoi limiti, preferendo la celebrazione della leggenda al racconto davvero completo dell’uomo.