Digger Rockwell è l’uomo più ricco e potente al mondo. È un uomo sgradevole e narcisista. Ha conoscenze con numerosi politici mondiali, tra i quali il presidente degli Stati Uniti. Seguendo le orme del padre e del nonno, si arricchisce grazie all’estrazione di petrolio. In uno di questi siti di estrazione si verifica un incidente che innesca una catastrofe ecologica mondiale. Digger vuole essere colui che salverà l’umanità dall’estinzione, anche a costo di dichiarare guerra alla natura stessa.
È difficile parlare dell’ultimo film del premio Oscar Alejandro G. Iñárritu senza menzionare il colpo di scena che avviene dopo circa mezz’ora e che cambia la lettura del film. Tuttavia, farò del mio meglio per evitare di parlarne.
Questo “Digger” è una satira esagerata, costantemente sopra le righe, che non mi ha convinto pienamente. Se da un lato ci sono diversi aspetti positivi e interessanti, dall’altro l’opera pecca di una certa boria che la porta lontano dallo spettatore.
Ma andando con ordine. La vicenda di Digger Rockwell mette in scena una realtà assurda, fatta di eccessi, ma che non si discosta poi così tanto da quella che viviamo oggi. Da un presidente degli Stati Uniti egocentrico che ricorda molto Donald Trump, alla religione urlata, esibita e manipolata a fini politici, passando per i discorsi sul controllo dell’intelligenza artificiale e sul suo utilizzo per indirizzare la narrazione di ciò che succede nel mondo, fino a un’arena politica litigiosa dove emerge chi ha più soldi piuttosto che chi ha ragione. In questa rappresentazione esasperata e assurda della realtà ho ritrovato a tratti alcuni echi de “Il dottor Stranamore” e del cinema di Yorgos Lanthimos.
Emblema di tutti questi eccessi è il protagonista: un uomo “larger than life”, odiato da gran parte della popolazione, ma capace anche di colpire un certo perbenismo e un politically correct che risuonano con dinamiche ben presenti anche nella realtà al di fuori del film. Questo emerge con forza in una delle sequenze più potenti e convincenti dell’opera, nella quale Digger parla al Parlamento europeo.
È proprio in questa scena che emerge maggiormente il talento di Tom Cruise. Lontano dai film d’azione a cui ci aveva abituato negli ultimi anni, l’attore fornisce una prova convincente nei panni di Digger Rockwell. Il trucco e parrucco che lo trasformano nel personaggio rendono più facile credere alle idiosincrasie di Digger senza pensare continuamente al divo che lo interpreta.
Tuttavia, anche la sua interpretazione non è immune da ciò che funesta l’intero film: l’eccesso. Seppur Iñárritu lo scelga volontariamente come chiave dell’intera opera, questo gli sfugge diverse volte di mano. Penso, per esempio, all’interpretazione di John Goodman nei panni del presidente degli Stati Uniti, che risulta spesso eccessiva, ma anche il bravo Riz Ahmed non è immune dall’overacting in alcuni momenti. Gli unici che convincono totalmente, sopravvivendo all’eccesso anche se in ruoli minori, sono Sandra Hüller e Jesse Plemons.
“Digger” è un film che vuole dire tanto, forse troppo. Il discorso sull’emergenza climatica funziona, così come è interessante la riflessione sull’arte e sulla comicità come modi per metabolizzare un dramma. Sono spunti che funzionano, ma che finiscono per perdersi nell’accumulo di temi, provocazioni e riflessioni che il film vuole portare avanti contemporaneamente.
Anche la durata eccessiva contribuisce ad appesantire un’opera già molto carica.
A questo si aggiunge un altro problema: nel mettere lo spettatore di fronte all’assurdità di una realtà alla quale anch’esso inconsapevolmente contribuisce, il film finisce per ergersi in cattedra. C’è un ulteriore piano di lettura che, seppur sorprendente e legato al colpo di scena di cui non voglio parlare per non rovinare la sorpresa, finisce per impedire allo spettatore di dare una propria interpretazione alle vicende narrate. Sembra che Iñárritu voglia che chi guarda tragga una sola interpretazione. E questo l’ho trovato limitante e, a tratti, irritante.
Certo, il regista messicano sa come mettere in scena un film e giocare con il mezzo cinematografico. “Digger” è infatti molto curato dal punto di vista tecnico e spiccano soprattutto il lavoro svolto sulle scenografie e il sound design. Devo ammettere che il mio rapporto con il cinema di Iñárritu non è sempre stato semplice: ho provato due volte a guardare Birdman senza mai riuscire a finirlo, trovandolo noioso e, soprattutto, troppo pieno di sé. È una sensazione che ho ritrovato a tratti anche in “Digger”, dove nella messa in scena affiora un certo compiacimento che attraversa l’intera opera e che si ritrova anche in un’ironia a tratti fin troppo soddisfatta di sé.
“Digger” è una satira che si presenta come commedia ma non fa particolarmente ridere. È la sua capacità di parlare della nostra assurda realtà, unita a un’ottima messa in scena e ad alcune sequenze particolarmente riuscite, a convincere maggiormente. Il problema è che nel voler mostrare a tutti i costi gli eccessi e le contraddizioni del mondo che racconta, il film finisce per cadere negli stessi eccessi, diventando a tratti anche compiaciuto. Ed è forse proprio questo il più grande paradosso di “Digger”.