Regia di Damien Chazelle
Los Angeles, 1926. Le lande aride del deserto californiano ci introducono a Manuel, un immigrato messicano che sta portando un elefante alla festa del suo capo, magnate del cinema. Un poliziotto vuole multarlo per il trasposto illegale ma basta la menzione di possibili divi alla festa per farli cambiare idea in cambio di un invito. Stacco. La festa è in corso. Droga e alcool la fanno da padrone, tutti lasciano libero sfogo ai propri desideri sessuali. In questa babilonia Manuel incontra Nellie LaRoy, aspirante stella del cinema. Alla festa è anche presente Jack Conrad, grande attore del cinema muto.
“Babylon” segue il declino degli anni degli eccessi di Hollywood dopo l’arrivo del primo film sonoro della storia del cinema “Il cantante di jazz” nel 1927 attraverso gli occhi e le storie di Manuel, Nellie, Jack e altri personaggi tra cui un trombettista di colore e una giornalista ficcanaso.
Dopo averci raccontato gli aspiranti artisti nel delicato e musicale “La La Land” nel 2016, Damien Chazelle torna a raccontare Los Angeles. Questa volta mette in scena un importante periodo storico della storia della settima arte: il passaggio al cinema sonoro. Il giovane regista sceglie di raccontarlo premendo al massimo sull’acceleratore. Sin dall’inizio “Babylon” fa dell’esagerazione la sua cifra stilistica, sia dal punto di vista narrativo che da quello tecnico. Se da un lato il film ci mostra proprio tutto delle feste della Hollywood degli anni ’20 dall’uso di droga, all’alcool, al sesso alla violenza (quest’ultima molto meno presente rispetto alle prime 3). Dall’altro Chazelle ha scelto uno stile di racconto concitato dove oltre all’uso di numerosi pianisequenza, spesso la camera si muove di vita propria in virtuosismi interessanti che ne dimostrano il talento nato con il fantastico Whiplash (2014).
“Babylon” racconta quel caos multietnico che caratterizzava Hollywood in quegli anni muovendosi tra i generi usando il tono della commedia, del dramma, del thriller (una sequenza dove la tensione è costruita in modo egregio) e del musical.
Margot Robbie, Diego Calva e Brad Pitt reggono molto bene le parti principali.
Il film riesce a mantenere l’attenzione nonostante la durata di 3 ore e 9 minuti. Diversi sono i momenti costruiti bene. Menzione speciale per la giornata sul set nei dintorni di Los Angeles nel 1927 e la fatica per portarsi a casa una scena con il sonoro solo un paio di anni dopo. Segnalo anche il finale che mostra la potenza del montaggio cinematografico.
Tuttavia Chazelle mette troppa carne al fuoco e non tutto riesce bene. Una scena è quasi uguale a quella dell’ultimo film di Quentin Tarantino sempre con la stupenda Margot Robbie. La storyline legata al trombettista di colore risulta appena accennata e non approfondita. Qualche taglio alle lunghe sequenze di festini avrebbe giovato all’economia del film.
“Babylon” è una potente riflessione su un periodo essenziale della storia di Hollywood; è un’ode alla necessità del cambiamento; è un segnale di allarme alla possibile fine del cinema così come lo conosciamo oggi; è un atto di amore per il cinema che non lascia indifferenti. È un film esagerato, controcorrente, incoerente, non per tutti, musicale, divertente, drammatico.
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