Con un giorno di ritardo, dovuto alla tipica stanchezza da fine Festival e all'impegno nella scrittura degli articoli per TicinoOnline, sono pronto a raccontarvi il Day 9 di questa edizione del Festival del film di Locarno.
Il grande caldo continua a farsi sentire, ma i festivalieri resistono e continuano eroicamente a spostarsi da una sala all'altra. :)
La mia giornata è stata caratterizzata da tre film.
Ho iniziato nel pomeriggio con un film in corsa per il Pardo d'oro nel Concorso Internazionale.
NUN DUL DEGA EOMNE
(NOWHERE TO LAY MY EYES)
Di Hong Sang-soo
(Corea del Sud)
Sanghee e suo fratello vanno sull'isola di Jeju, nel sud della Corea, a far visita alla madre. Sanghee non la vede da dieci anni. I due conoscono il nuovo marito della donna e sua figlia. Tra gentilezze forzate, conversazioni e silenzi pieni di significato, i personaggi trascorrono alcuni giorni insieme mentre sull'isola soffia un vento forte e costante.
Dopo aver portato in concorso a Locarno due anni fa “Suyoocheon (By the Stream)”, Hong Sang-soo torna al Festival con un lungometraggio all'apparenza ancora più semplice, ma ricco di significati. Girato in appena sei giorni, il film vede ancora una volta il regista coreano occuparsi di quasi ogni aspetto della realizzazione: dalla sceneggiatura alla fotografia, dal montaggio al suono e alla musica. La vicenda di Sanghee poggia su un canovaccio essenziale e profondamente umano, dal quale il regista riesce a far emergere una certa poesia.
Al centro c'è soprattutto il rapporto tra Sanghee e la madre dopo dieci anni di lontananza. Hong Sang-soo non sente però il bisogno di spiegare tutto allo spettatore: sono spesso i non detti, le gentilezze un po' forzate, i silenzi e ciò che rimane sospeso tra i personaggi a raccontare maggiormente le loro relazioni. È proprio in questa apparente semplicità che il film trova alcuni dei suoi momenti migliori.
C'è spazio anche per alcune interessanti riflessioni sul cinema. Il nuovo marito della madre sta realizzando un documentario, mentre Sanghee è appassionata di cortometraggi, e attraverso di loro il film arriva a interrogarsi sul concetto stesso di realtà nel documentario: quanto di ciò che vediamo può essere considerato semplicemente “reale” nel momento in cui qualcuno sceglie di filmarlo? È una riflessione che si inserisce naturalmente nella vicenda senza appesantirla.
Particolarmente riuscito è anche l'utilizzo del clima. Il vento che soffia insistentemente sull'isola finisce quasi per diventare un personaggio aggiuntivo e sembra, in alcuni momenti, riflettere l'inquietudine e i sentimenti della protagonista. Anche la voce fuori campo di Sanghee, che accompagna lo spettatore durante il film, avrebbe potuto risultare ingombrante, ma è ben dosata e funzionale alla struttura dell'opera.
Il film non rinuncia inoltre ad alcuni momenti di leggerezza, che ben si inseriscono nella vicenda.
“Nun dul dega eomne” è insomma un bel film, ben interpretato, semplice solo all'apparenza, che riesce a essere umano e poetico senza bisogno di grandi avvenimenti. Una buona aggiunta alla prolifica filmografia del regista coreano.
Poi mi sono spostato al Kursaal per una proiezione speciale della sezione Locarno Kids. La sala era completamente sold out.
La proiezione principale è stata preceduta da un brevissimo cortometraggio realizzato da alcuni giovani della regione dal titolo “Vita da bunker”. Simpatico.
CERCATORI D'ANGELI
Di Leopoldo Pescatore
(Italia, Svizzera)
La diciassettenne Bianca è una giovane inquieta e continuamente in guerra con il mondo. Appassionata ambientalista, manifesta frequentemente per le vie di Lugano per attirare l'attenzione sul cambiamento climatico. Dopo essere stata arrestata una volta di troppo durante una manifestazione, la madre decide però di mandarla per un periodo a vivere dallo zio Fausto a Bolzano. Qui dovrà aiutarlo con la sua organizzazione che offre cibo ai senzatetto. Tra nuove amicizie e incontri con persone in difficoltà, Bianca capirà che per combattere per ciò che è giusto a volte può bastare anche un piccolo gesto, come un sorriso.
“Cercatori d'angeli” è un film carino che intrattiene in modo semplice, come è giusto che sia per un'opera destinata soprattutto a un pubblico di giovani e famiglie. La vicenda segue un percorso di crescita piuttosto canonico, quello di una ragazza arrabbiata con il mondo che attraverso l'incontro con gli altri impara a guardare diversamente la realtà che la circonda. Il film riesce a raccontarlo senza troppe complicazioni, anche se non tutto funziona allo stesso modo.
Uno dei problemi riguarda proprio la costruzione della vicenda. In diversi momenti ho avuto l'impressione che sceneggiatura e personaggi venissero piegati alla necessità di mostrare determinate location di Bolzano, con passaggi che finiscono per sembrare gratuiti rispetto alla storia narrata. In quei momenti la narrazione sembra quasi passare in secondo piano. Allo stesso modo, il riferimento a una drammatica situazione di conflitto mondiale attraverso la maglietta indossata da un personaggio mi è sembrato gratuito e poco coerente con il personaggio stesso.
Anche la scrittura è piuttosto discontinua. Alcune battute di Bianca suonano artificiali, mentre tra i personaggi secondari alcuni sono delineati con maggiore attenzione e altri rimangono decisamente più in superficie. Funzionano, per esempio, alcuni dei senzatetto incontrati dalla protagonista, mentre viene appena abbozzata la storia di una collaboratrice dell'organizzazione di Fausto, una donna che ha subito maltrattamenti da parte del marito. Sul fronte degli interpreti vanno invece sicuramente evidenziati Alessandro Haber e Rolando Ravello, che funzionano molto bene nei rispettivi ruoli e riescono a valorizzare i loro personaggi.
Il problema maggiore arriva però nel finale. Da una parte rimangono aperte alcune linee narrative legate alla parte svizzera della storia; dall'altra, negli ultimissimi minuti il film ricorre a una computer grafica piuttosto evidente che finisce per rompere quell'atmosfera più autentica con cui fino a quel momento aveva raccontato la vicenda. Probabilmente il budget limitato non ha aiutato, ma concludere il film un paio di minuti prima avrebbe funzionato decisamente meglio, lasciando alla storia anche quel pizzico di magia e mistero.
“Cercatori d'angeli” non è un brutto film e riesce a intrattenere il pubblico a cui si rivolge. Peccato per alcune debolezze di sceneggiatura e soprattutto per un finale che finisce per togliere qualcosa, invece di aggiungerlo, alla storia raccontata.
Poi, dopo una breve sosta a casa per una buona cena e una necessaria doccia, sono tornato in Piazza Grande.
Questa sera si boccheggiava per il caldo e i ventagli leopardati venivano mossi con vigore nella speranza di ottenere un po' di refrigerio.
Alle 21.30 le luci del palco si sono accese.
Questa sera è stato assegnato il Life Achievement Award all'attrice e regista italiana Asia Argento. Visibilmente emozionata, ha raccontato che nel pomeriggio il padre, il regista Dario Argento, le aveva telefonato per congratularsi per il riconoscimento. La telefonata, unita all'affetto del pubblico e alle parole che il direttore artistico del Festival le ha dedicato sul palco, l'ha portata alle lacrime. È stato un momento sincero che entra di diritto nell'album dei ricordi di questa edizione.
Dopodiché è salita sul palco la delegazione del film della serata, una coproduzione tra Italia, Cile e Svizzera, con alcune scene girate anche in Ticino.
In seguito le luci si sono spente e il vero padrone di casa di Piazza Grande è tornato ad annunciare con un ruggito il film della serata.
IL CILENO
Di Sergio Castro-San Martín
(Italia, Cile, Svizzera)
Nel 1976 Aldo, militante cileno esperto nella fabbricazione di esplosivi, è costretto a lasciare il proprio Paese e la famiglia e si rifugia a Torino. Qui, dopo aver cercato di costruirsi una nuova vita, entra in contatto con un gruppo di rivoluzionari anarchici. Tra loro c'è Luciana, una dottoressa che aiuta le donne ad abortire in un periodo in cui in Italia l'interruzione volontaria di gravidanza è ancora vietata. Per il gruppo Aldo tornerà al suo vecchio mestiere, costruendo bombe destinate agli attentati.
“Il cileno” è un thriller politico che parte bene. Sergio Castro-San Martín riesce inizialmente a creare un'atmosfera interessante, aiutato anche dalla convincente interpretazione di Camilo Arancibia nel ruolo di Aldo. Con il procedere della vicenda, però, il film perde progressivamente compattezza: la narrazione si sfilaccia, viene meno quella tensione costruita nella prima parte e in alcuni momenti emerge anche una certa noia. Il film tende inoltre a prendersi fin troppo sul serio, senza che la sceneggiatura riesca sempre a sostenere il peso che vuole dare alla vicenda.
Uno dei problemi è lo spazio dedicato alla costruzione delle bombe. Il procedimento viene mostrato più volte e piuttosto a lungo, mentre avrei preferito che il film approfondisse maggiormente le ragioni e le dinamiche del gruppo di anarchici con cui Aldo entra in contatto. Anche alcuni personaggi avrebbero avuto bisogno di maggiore sviluppo. L'amico di Aldo ha un ruolo importante nella vicenda, ma rimane poco approfondito e una sua scelta fondamentale arriva quasi dal nulla, senza che il film riesca a renderla pienamente coerente con quanto raccontato fino a quel momento. Luciana è delineata meglio, anche se alcune sue decisioni nella parte finale risultano comunque forzate e difficili da comprendere.
Sul finale emerge anche qualche problema di credibilità. Dopo una grande esplosione, un personaggio muore mentre altri due personaggi principali coinvolti nella stessa situazione ne escono praticamente senza un graffio. Ho trovato inoltre piuttosto bizzarro che nella Torino del 1976 quasi tutti i personaggi con cui Aldo entra in contatto parlino spagnolo: una comodità di sceneggiatura che alla lunga si fa notare.
Anche la regia di Sergio Castro-San Martín è spesso piuttosto piatta, sebbene non manchino alcune intuizioni interessanti. Ho apprezzato in particolare una scelta utilizzata per mostrare il passaggio del tempo all'interno di un'unica inquadratura, semplice ma efficace.
“Il cileno”, ispirato a eventi reali, è quindi un film che parte con buone premesse ma finisce per perdersi per strada. Dedica troppo tempo alla costruzione delle bombe e troppo poco alle motivazioni dei personaggi che dovrebbero dare forza alla vicenda. Un taglio di almeno dieci minuti gli avrebbe probabilmente giovato. Peccato, perché le premesse per un film molto più convincente c'erano tutte.
E con questo è tutto.
Il Festival è ormai agli sgoccioli ed è quasi arrivato il momento di conoscere i giudizi delle varie giurie. Speriamo abbiano lavorato bene. :)
A domani con il resoconto del Day 10 da Locarno79!