Mentre i titoli di coda di questo Day9 di #Locarno78 stanno ancora scorrendo, eccomi qui con il mio resoconto della giornata.
Il caldo neanche oggi ha dato una tregua ai festivalieri un po’ stanchi che continuano la loro ricerca dei film più belli nelle varie sezioni.
Nel pomeriggio è stata la volta dell’ottavo programma di cortometraggi della sezione “Pardi di Domani”.
Per raccontarvi dei quattro che ho visto utilizzo le sinossi presenti sul sito web del Festival. Volevo però prima ripetere, come già accennato in precedenza, che sono pienamente conscio delle difficoltà da superare per realizzare anche solo un cortometraggio, quindi riconosco il coraggio di questi giovani registi.
“Yonne”
Di Julietta Korbei, Yan Clszewski
(Svizzera, Francia)
“Morvan, 1842. Costrette a spacciarsi per uomini per raggiungere Parigi, due sorelle si imbarcano in un movimentato viaggio fluviale con gli zatterieri che trasportano legname.”
Buon cortometraggio che affronta anche tematiche di stretta attualità, come l’identità di genere. I due registi dimostrano idee chiare nella messa in scena e creano un’efficace atmosfera rarefatta. Peccato per alcuni risvolti narrativi poco approfonditi e per un finale che appare troppo affrettato.
“Slet 1988”
Di Marta Popivoda
(Germania, Francia, Serbia)
“La ballerina Sonja Vukićević, 74 anni, si muove all’interno degli spazi del modernismo socialista e il suo corpo rievoca l’ultima performance di massa in Jugoslavia. Intercalato con il diario di un’adolescente del 1988, il film segue la transizione dal collettivismo socialista al nascente nazionalismo.”
Documentario interessante che intreccia materiale d’archivio, il diario di un’adolescente del 1988 e la preparazione atletica di una ballerina ultrasettantenne, offrendo uno sguardo originale su un periodo storico importante della Jugoslavia. Una durata leggermente maggiore — anche solo dieci minuti in più — avrebbe conferito al film una maggiore completezza.
“Poluotok”
Di David Gašo
(Croazia)
“Il parco cittadino serve a divertirsi nel weekend. Nell’arco di venti minuti, alcuni uomini cercano un passatempo in un luogo di incontri occasionali nel cuore di un boschetto peninsulare.”
Terribile cortometraggio che, con un’unica inquadratura fissa per quasi tutta la sua durata di 19 minuti, cerca di provocare lo spettatore. Nel bosco al centro della scena, alcuni uomini si incontrano per fare sesso: non si sa nulla di loro e i dialoghi sono banali. Tutto è mostrato in lontananza, lasciando in primo piano la natura (a un certo punto, persino una lumaca attraversa lo schermo). È chiaro che il regista voglia spingere a riflettere sul voyeurismo insito in ognuno di noi, ma quella che poteva essere un’idea interessante è messa in scena in modo pessimo. I quasi 20 minuti di durata sembrano almeno il doppio.
Tra i peggiori cortometraggi del Festival: e pensare che l’unica vera suspense era chiedersi se la lumaca ce l’avrebbe fatta ad attraversare lo schermo.
“Jolie Petite Histoire”
Di Elodie Beaumont Tarillon
(Francia)
“In una sera dell’inverno del ’95, Carole parte lasciando i tre figli e un marito violento. Meglio non fidarsi dei principi azzurri.”
Ottimo cortometraggio che, con materiale d’archivio e sequenze animate in stop-motion, racconta con forza la drammatica storia della famiglia della regista. I 27 minuti scorrono rapidi: ad oggi, il miglior cortometraggio visto al Festival.
Dopo una breve sosta a casa, sono tornato in Piazza Grande nonostante il cielo minacciasse pioggia. Sempre con un occhio rivolto alle nuvole, sono rapidamente arrivate le 21.30 (non proprio puntuali: quest’anno il Festival sembra aver perso un po’ di precisione negli orari…) e il palco di Piazza Grande si è illuminato.
Questa è stata la serata di Lucy Liu, attrice americana famosa per numerosi film e serie TV, spesso sottovalutata, che ha ricevuto il Career Achievement Award e ha presentato il suo ultimo film, di cui è anche produttrice, insieme al coprotagonista e al regista.
Poi le luci si sono spente e, sotto un cielo ancora carico di pioggia, il grande schermo si è illuminato: il Pardo è tornato a reclamare Piazza Grande per la terzultima volta.
ROSEMEAD
Di Eric Lin
(Stati Uniti)
Irene gestisce una piccola copisteria in California. Da poco vedova, affronta la vita insieme al figlio diciassettenne Joe, affetto da schizofrenia e ossessionato dalle sparatorie nelle scuole. Quando il cancro, già combattuto in passato, si ripresenta in forma terminale, la donna è disposta a sacrificare tutto pur di proteggere suo figlio dalle difficoltà della vita.
Sorprendente opera prima di Eric Lin, già direttore della fotografia di numerosi film, “Rosemead” è un dramma intenso e profondamente toccante, ispirato a fatti realmente accaduti. La storia, semplice ma efficace, tratteggia con sensibilità il legame madre-figlio e affronta la malattia mentale con rispetto, senza cadere in eccessi melodrammatici. Le interpretazioni sono di altissimo livello: Lucy Liu offre forse la miglior prova della sua carriera, donando profondità e autenticità a un personaggio complesso, mentre Lawrence Shou, che prima di questo film aveva recitato solo in un cortometraggio, riesce a dare spessore a un ruolo che avrebbe potuto facilmente scivolare nella caricatura.
Nel complesso, “Rosemead” è un film potente che colpisce al cuore. Non mi sorprenderebbe vedere Lucy Liu tra le protagoniste della prossima stagione dei premi cinematografici.
Giove Pluvio è stato clemente: a parte qualche goccia, la pioggia non ha rovinato la serata in Piazza Grande.
E anche per oggi è tutto.
Con questa serata si chiude un’altra pagina di questa avventura. Domani ci aspettano gli ultimi titoli in concorso e l’ultima corsa per il Premio del Pubblico: il conto alla rovescia verso il gran finale è ormai iniziato.
A domani con il mio resoconto dal Locarno Film Festival, il Day10