JENSEITS VON SCHULD
Di Katharina Köster, Katrin Nemec
(Germania)
Ottimo documentario che segue una coppia il cui figlio, nel suo lavoro come infermiere, ha ucciso centinaia di persone. La camera delle due registe segue i due genitori senza giudicare e si focalizza sui loro sguardi quando guardano servizi televisivi o film in merito alla vicenda del figlio. Degli sguardi che comunicano un dolore profondo e, nonostante siano passati anni dai fatti, ancora esprimono confusione in merito alle gesta del figlio. Non riescono a capire come possa avere fatto quelle cose. Infatti si domandano spesso se quanto fatto dal figlio sia colpa loro, se sono stati pessimi genitori. Questa domanda aleggia lungo la durata del film. La coppia sembra aver raggiunto la consapevolezza che il figlio ha fatto delle scelte autonome e loro non c’entrano. La coppia ha trovato forza l’uno nell’altra per andare avanti. Infatti, quello che poteva dividerli, li ha uniti. La loro vita è diventata in funzione del figlio ma almeno sono insieme.
AKIPLĖŠA (Toxic)
Di Saulė Bliuvaitė
(Lituania)
Marija è una tredicenne appena arrivata in un paesino della provincia della Lituania. La ragazza ha un problema alla gamba dalla nascita che la porta a non poter camminare normalmente. Le nuove compagne la deridono per la sua infermità che la porta a zoppicare. Incontra Kristina, una sua coetanea. Dopo un litigio le due diventano amiche. Marija inizia a frequentare con Kristina una scuola per modelle. Le due ragazze sognano un mondo migliore lontano dalla Lituania e sono pronte a tutto pur di dimagrire.
Film molto duro che colpisce grazie a una sceneggiatura ben scritta ed efficace.
La giovane regista pone l’accento sui corpi delle sue protagoniste. Corpi che vengono costantemente maltrattati pur di uscire da un ambiente degradante. Ma per i personaggi principali non la speranza è di breve durata.
Buona la fotografia, seppur a tratti eccessivamente statica.
Ottime le due ragazze protagoniste, modelle e non attrici professioniste.
Nel complesso un buon film.
YENI ŞAFAK SOLARKEN (New dawn fades)
Di Gürcan Keltek
(Turchia, Italia, Germania, Novergia, Olanda)
Istanbul. Akin è un giovane che soffre per problematiche legate alla sua salute mentale. Egli nel tempo ha fatto spesso dentro e fuori da cliniche psichiatriche e vive nella casa di famiglia. Passa le giornate a vagare per la città, visitando perlopiù luoghi di culto. In questo vagare Akin perde gradualmente contatto con la realtà.
Un buon film che tratta il tema della salute mentale in maniera intrigante. Se la prima parte ha uno sviluppo più lineare e chiaro, la seconda parte diventa più sperimentale e si fatica un po’ a capire quello che succede. Tuttavia ciò è in linea con gli intenti del film di esplorare quella che viene considerata la follia di persone che soffrono di disturbi psichici. E l’interesse del giovane protagonista per i luoghi religiosi pone un’interessante dicotomia tra fede e realtà.
Nonostante duri due ore e dieci, il film non annoia grazie a una camera sempre in movimento e a una colonna sonora suggestiva sempre presente ma non fastidiosa.
Nel complesso il regista sperimenta con il mezzo cinematografico e ne emerge un lungometraggio interessante che colpisce.