Eccomi pronto a raccontarvi le mie visioni nel corso del Day 8 di Locarno79.
Il caldo continua a farla da padrone, ma né quello né l'eclissi sembrano riuscire a fermare i festivalieri. :)
Nel pomeriggio ho visto due lungometraggi in corsa per il Pardo d'Oro nella sezione competitiva principale del Festival, il “Concorso Internazionale”.
D’ICI LÀ
Di Sarah Leonor
(Francia)
In una valle dei Vosgi si muovono tre personaggi. Lucien cerca la completa solitudine, deluso e stanco della società odierna. Aline è una scienziata sulle tracce del lupo, ma deve affrontare la notizia di una grave malattia. Jade si trova invece in quel delicato passaggio dall'infanzia all'età adulta, cercando di comprendere meglio sé stessa.
Quasi completamente girato in esterni, “D’ici là” non convince pienamente. Da un lato Sarah Leonor riesce a creare una bella atmosfera, cercando a tratti toni quasi fiabeschi. Il bosco diventa un vero e proprio quarto personaggio: cambia insieme alle stagioni, avvolge le tre storie e conferisce al film quell'atmosfera sospesa, quasi magica, che rappresenta uno degli aspetti più riusciti dell'opera.
Dall'altro lato, però, le vicende dei tre protagonisti risultano piuttosto esili. Se i primi due episodi funzionano discretamente, è soprattutto il terzo a convincere meno. La storia di Jade assume spesso toni troppo sopra le righe, il personaggio non è delineato a sufficienza e alcuni suoi comportamenti risultano poco credibili. Non mi hanno convinto pienamente nemmeno gli altri giovani interpreti che compaiono in questa parte del film.
Il problema principale riguarda però proprio la natura frammentaria dell'opera. Le tre storie avrebbero forse potuto funzionare come cortometraggi autonomi, mentre nel tentativo di unirle alcuni collegamenti finiscono per risultare forzati, goffi e talvolta un po' banali. A fare da filo conduttore ci sono anche i versi di una poesia, che non bastano però a dare completa unità al racconto.
“D’ici là” è quindi un'opera che vive molto più dell'atmosfera che riesce a creare che delle storie che sceglie di raccontare. Non mi ha annoiato, ma non è riuscita nemmeno a convincermi pienamente.
O JACARÉ
Di Basil Da Cunha
(Svizzera, Portogallo)
In un quartiere di Lisbona, Reboleira, si nasconde il responsabile di una rapina con il suo bottino. La polizia ha blindato il quartiere per scovare il colpevole. Ma tutti gli abitanti vogliono mettere le mani sul bottino per primi. E un coccodrillo si aggira nella zona.
Dopo aver partecipato al Festival con i suoi due lungometraggi precedenti, “O Fim do Mundo” (2019) e “Manga D'Terra” (2023), Basil Da Cunha torna a Locarno con quello che dovrebbe essere il suo ultimo film ambientato nel quartiere di Reboleira. Da Cunha filma questo luogo da ormai quindici anni e il rapporto costruito nel tempo con il quartiere e i suoi abitanti è uno degli elementi centrali anche di “O Jacaré”.
Dopo il convincente film del 2019 e il più debole lavoro del 2023, con “O Jacaré” il regista torna a convincere. L'opera è ritmata, divertente, caotica e drammatica, proprio come i suoi personaggi e il quartiere che abitano. Lo stesso Da Cunha ha parlato del desiderio di realizzare un film più leggero e attraversato dalla comicità, e questa volontà si percepisce chiaramente.
Al centro della vicenda troviamo numerosi personaggi che, in modi diversi, cercano di migliorare la propria condizione, inseguendo quel bottino che sembra poter offrire loro una possibilità.
Tutti gli interpreti convincono grazie a una recitazione semplice ma efficace. Nel film riappaiono anche alcuni attori già presenti nei due precedenti lungometraggi ambientati nel quartiere. Più che un semplice occhiolino allo spettatore, la loro presenza contribuisce a dare continuità a questo piccolo universo cinematografico e, considerando che potrebbe trattarsi dell'ultimo film di Da Cunha ambientato a Reboleira, acquista quasi il sapore di un commiato.
E poi c'è il coccodrillo, o jacaré. La sua presenza surreale finisce quasi per trasformarlo in uno sguardo esterno e neutrale sull'assurdità di ciò che accade nel quartiere, osservatore silenzioso di una comunità in continuo movimento.
Convincente e sicura anche la regia di Da Cunha, che ricorre in alcuni momenti a tagli di montaggio piuttosto provocatori, ma funzionali al tono e a ciò che vuole raccontare.
“O Jacaré” è un buon film, divertente, caotico e coinvolgente, che dietro una vicenda a metà tra commedia e thriller riesce a raccontare con profondità un quartiere e i suoi abitanti. E soprattutto lo fa senza mai dimenticarsi del pubblico, cosa tutt'altro che scontata in un Concorso Internazionale in cui non tutti i film sembrano avere la stessa attenzione per chi li guarda.
Con un'ambientazione statunitense e interpreti più conosciuti, una storia come questa avrebbe probabilmente tutte le carte in regola per conquistare il grande pubblico.
Se questa sarà davvero l'ultima volta di Da Cunha a Reboleira, è un gran bel modo per salutarla.
Poi ho fatto una breve sosta a casa e, poco dopo, sono tornato in Piazza Grande.
La strana luce provocata dall'eclissi solare dava alla Piazza un fascino particolare, anche se questa sera mi è sembrata forse un po' meno piena rispetto ai giorni precedenti.
Alle 21.40 le luci del palco si sono accese. Questa sera è stato assegnato il Vision Award al make-up artist statunitense Rick Baker. Il nome forse non dirà molto ai più, ma è lui la mente dietro alle sembianze di personaggi di film come “Un lupo mannaro americano a Londra” (1981), “Il professore matto” (1996) e “Il Grinch” (2000), oltre che al trucco di Michael Jackson nell'iconico videoclip di “Thriller”.
Baker è apparso piuttosto emozionato nel ricevere il riconoscimento. Un altro di quei momenti che finiranno nell'album dei ricordi di questa edizione.
Poi è salita sul palco la delegazione del film della serata.
E infine le luci della Piazza si sono spente e il Pardo è tornato a reclamare il suo posto d'onore, annunciando con il suo ruggito il film della serata.
DOWN THE ARM OF GOD
Di Peter Brunner
(Francia, Stati Uniti)
Texas. In una piccola cittadina arriva un giovane pastore che scopre una comunità di senzatetto e decide di fare tutto il possibile per aiutarla, convinto di poter contare sul sostegno della propria congregazione. La sua iniziativa incontra però una crescente opposizione, facendo emergere rancori e pregiudizi che porteranno la situazione a degenerare.
“Down the Arm of God” è un film duro che mette al centro una delle grandi contraddizioni della società contemporanea: la condizione delle persone senzatetto. Peter Brunner sceglie di raccontarla mettendo in evidenza anche l'ipocrisia di chi proclama determinati valori cristiani salvo poi dimenticarli quando si trova concretamente davanti a persone bisognose di aiuto.
Il film mostra così le storie drammatiche di persone ai margini della società e il loro desiderio di tornare a una vita normale, scontrandosi però con un sistema inutilmente complesso e con chi continua a considerare la loro condizione semplicemente come il risultato di una mancanza di volontà. Da questo punto di vista, quello che Brunner vuole raccontare è importante e necessario.
Il problema riguarda piuttosto il modo in cui sceglie di farlo. Brunner accumula situazioni drammatiche una dopo l'altra, insistendo continuamente sulla sofferenza dei suoi personaggi. Alla lunga questa scelta rischia di diventare emotivamente ricattatoria: invece di lasciare che sia la vicenda a suscitare una reazione nello spettatore, il film sembra talvolta volerla provocare a tutti i costi.
Allo stesso tempo, la contrapposizione tra gli abitanti della cittadina da una parte e il pastore insieme alla comunità dei senzatetto dall'altra viene delineata in maniera troppo netta. Mancano quelle sfumature che avrebbero probabilmente reso ancora più forte la stessa denuncia che il film vuole portare avanti.
A tratti ho avuto inoltre l'impressione che “Down the Arm of God” salga un po' troppo in cattedra. Il film sembra non fidarsi completamente della capacità dello spettatore di comprendere ciò che sta mostrando e tende quindi a sottolineare ripetutamente il proprio messaggio. Una scelta che finisce paradossalmente per indebolire una denuncia che avrebbe già una forza sufficiente per parlare da sola.
Ci sono però momenti molto riusciti. In una scena particolarmente inquietante emerge con forza il modo in cui la logica del “noi contro loro” e la diffidenza verso chi viene percepito come diverso possono essere trasmesse anche dai genitori ai propri figli. Anche la comparsa, durante una protesta davanti alla chiesa che ospita i senzatetto, di un cartello con la scritta “White Lives Matter” rende esplicito il clima culturale nel quale Brunner sceglie di ambientare il proprio racconto.
Ottima l'interpretazione di Caleb Landry Jones nel ruolo del protagonista. Meno memorabili risultano gli interpreti degli abitanti della cittadina, non tanto per un limite degli attori quanto per una sceneggiatura che tende a delineare i loro personaggi in maniera piuttosto bidimensionale.
“Down the Arm of God” è un film duro, forse persino troppo per Piazza Grande, che ha il merito di portare sullo schermo una realtà che merita di essere raccontata. Il messaggio è importante e arriva forte e chiaro. Forse talmente forte che Brunner avrebbe potuto permettersi di sottolinearlo un po' meno.
E anche per oggi è tutto.
La fine di questa edizione del Locarno Film Festival comincia ormai a intravedersi dietro l'angolo. Ma non pensiamoci ancora. Ci sono ancora tre giorni di film, incontri e vita da festivaliero da vivere fino in fondo.
Per i bilanci ci sarà tempo.
A domani con il resoconto del Day 9 da Locarno79. 🐆🎬