Mentre i titoli di coda sul #day8 dell’edizione numero 76 del Locarno Film Festival stanno ancora scorrendo, il vostro festivaliero preferito vi racconta delle sue visioni della giornata.
Siamo alle battute finali del Festival ma le sale sono ancora piene. Tuttavia vedo tanti festivalieri un po’ stanchi.
Ma l’amore per il cinema e per il Festival da la forza per andare avanti a scoprire nuovi film.
Oggi tre proiezioni per me.
Nel pomeriggio ho visto due opere in corsa per il premio principale del Festival in “Concorso internazionale”.
EL AUGE DEL HUMANO 3
Di Eduardo Williams
(Argentina, Portogallo, Paesi Bassi, Taiwan, Brasile, Hong Kong, Sri Lanka, Perù)
Un gruppo di giovani vaga senza meta precisa in un mondo grigio, dove la pioggia la fa da padrone.
Il lungometraggio firmato da Williams sperimenta un nuovo linguaggio cinematografico mediante l’uso di videocamere a 360 gradi. Ogni inquadratura è dunque “arrondita” e l’effetto è straniante ma intrigante. Tuttavia il regista non gli accompagna una sceneggiatura adeguata, spesso costellata da dialoghi che suonano fintissimi. Il finale inaspettato apre “El auge del humano 3” a innumerevoli interpretazioni. Ma si ha la sensazione che neanche il regista sia sicuro di cosa voglia dire con la sua opera. Inoltre la durata eccessiva (due ore) non aiuta minimamente il ritmo del film che avrebbe funzionato molto meglio come cortometraggio.
Segnalo che quasi la metà delle persone presenti in sala è uscita prima della fine.
Il risultato complessivo è un lungometraggio pesante, indubbiamente intrigante e ben realizzato dal punto di vista tecnico (diversi i piani sequenza) ma senza alcuna sostanza. “El auge del humano 3” è decisamente tutto fumo e niente arrosto.
LOUSY CARTER
Di Bob Byington
(Stati Uniti)
Lousy Carter è un professore universitario in piena crisi esistenziale. Sua madre lo definisce un buono a nulla, la sua ex lo definisce un quindicenne nel corpo di un quarantenne, il suo psicologo non sembra interessarsi più di quel tanto in lui, i suoi studenti del seminario che tiene su Francis Scott Fitzgerald e su “Il grande Gatsby” lo disprezzano, il suo collega lo disprezza. Come se tutto ciò non bastasse gli viene diagnosticata una malattia terminale e solo sei mesi rimanenti di vita. Lousy Carter si lascia andare. Una studentessa del suo corso potrebbe dargli la speranza di realizzare il suo sogno di realizzare un film di animazione di un’opera di Vladimir Nabokov.
Dopo aver vinto nel 2012 il premio speciale della giuria con il divertente “Somebody up there likes me”, Bob Byington torna al Festival con un altra gustosa commedia caratterizzata da un gustoso black humour. Probabilmente la storia non è così originale ma è sostenuto da dialoghi fulminanti. La sua durata contenuta (80 minuti) gli conferisce un buon ritmo.
Ottimo David Krumholtz (attore caratterista che vanta una lunga carriera e che vedremo fra poche settimane in “Oppenheimer” di Christopher Nolan) nel ruolo del protagonista.
Nel complesso “Lousy Carter” è una commedia che riesce a divertire in modo semplice. Non brilla per originalità ma decisamente non annoia, il che non è sempre evidente.
La sera è stata la volta della Piazza Grande. Non così piena come la sera prima ma comunque gremita.
Alle 21.30 è salita sul palco la presentatrice di Piazza Grande Giada Marsadri ed ha introdotto al film della serata “Première affaire”, chiamando sul palco la delegazione che lo accompagnava. Dopodiché è stata la volta del Premio Cinema Ticino, riconoscimento che viene assegnato dal Festival ogni due anni a una figura dell’industria cinematografica ticinese. Quest’anno è stato premiato Mohammed Soudani. L’uomo, accompagnato dalla figlia, era molto emozionato. È stato un bel momento.
In seguito, piccolo fuori programma: la voce che ogni sera annuncia il film in Piazza Grande è salita sul palco. Riconosco che la persona con quella voce non me lo immaginavo così. Ma è stato fantastico dare un corpo a una voce dopo 10 anni.
Le luci si sono poi spente e, sotto una splendido cielo stellato, il Pardo è tornato a ruggire in Piazza.
PREMIÈRE AFFAIRE
(FIRST CASE)
Di Victoria Musiedlak
(Francia)
Nora è un avvocatessa di 26 anni. Un giorno si trova ad occuparsi del suo primo caso di omicidio. Il suo assistito è accusato di aver ucciso con una sbarra di ferro una amica/nemica della sorella minore. Nora si getta a capofitto nel lavoro, certa che il suo cliente sia innocente. La giovane si renderà conto che il mondo reale è ben più difficile, brutale e ambiguo di quello che credeva.
Victoria Musiedlak, al suo esordio nel lungometraggio di finzione, firma un lungometraggio poco riuscito e spesso involontariamente ridicolo. La sceneggiatura, scritta dalla stessa regista, presenta innumerevoli dialoghi assurdi che hanno scatenato tante risate in Piazza. Nora viene delineata come una sprovveduta dalla stessa regista che sembra non essere minimamente interessato al suo personaggio. Allo stesso modo la sua interprete Noée Abita non convince.
“Première Affaire” vuole mettere in scena tante cose ma non riesce ad essere efficace in nessuna di esse. È un mistero come un film simile sia stato volontariamente selezionato dalla direzione artistica. Certo, per la Piazza Grande c’è bisogno di film adatti a tutti. Ma questo non significa selezionare simili cavolate.
Nota positiva? Mi sono fatto tante risate e non mi sono annoiato.
E questo è tutto!
Appuntamento a domani con il #day9 di #Locarno76 amici di Luke’s world!
Rimanete con me