Il #day8 del Locarno Film Festival si è appena concluso. La giornata è stata nuovamente molto calda ma per fortuna nelle sale l’aria condizionata ha concesso un po’ di tregua.
Oggi ho assistito a 4 proiezioni.
Il primo film della giornata è un’opera della sezione “Cineasti del Presente”.
MATADERO
Di Santiago Filol
->Argentina, Spagna, Francia
1974 . Un regista americano di film di serie B è in Argentina per realizzare la sua prossima opera, basata su un romanzo che racconta la lotta di classe tra padroni e braccianti. Una giovane studentessa di cinema, affascinata da lui, si offre di aiutarlo offrendogli come location per la sua opera il ranch della sua famiglia nel mezzo della Pampa. La troupe è composta dalla compagnia del regista, ex attrice ora truccatrice, aiuti trovati in loco e un gruppo di attori scoperti a uno spettacolo di teatro politico. La tensione cresce e le incomprensioni sul set si moltiplicano. L’argomento del film in lavorazione, la lotta di classe, diventerà un’inquietante realtà.
L’opera prima di Santiago Filol costruisce sapientemente la tensione. Ma gli eventi finali della storia, più volte anticipati dalla voce narrante del film, non arrivano. Il film si chiude banalmente e rovina ciò che di interessante si era visto fino a quel momento. Lo stratagemma della lavorazione di un film nel film funziona sempre. “Matadero” non vi aggiunge nulla di nuovo. L’aspettò politico del lungometraggio è enfatizzato e ben rappresentato. Brava la giovane interprete della protagonista.
Nel complesso “Matadero” non è un brutto film, non annoia. Ma la sensazione che, scritto meglio, sarebbe stato più riuscito lascia l’amaro in bocca. Peccato.
In seguito ho visto alcuni cortometraggi della sezione “Pardi di Domani”, sezione competitiva dedicata (soprattutto) ai giovani registi.
PARDI DI DOMANI - 4 CORTOMETRAGGI
- “Chant pour la ville enfouie” di Nicolas Klotz e Elisabeth Perceval (Francia) - Concorso Corti d’autore.
Documentario che racconta la distruzione della “Giungla di Calais”, accampamento di rifugiati tra il 2015 e il 2016.
Il film annoia ed insiste fin troppo sul suo messaggio politico ed etico. Il bianco e nero che caratterizza gran parte dell’opera non ha il minimo senso. Dispiace vedere come un tema importante e drammatico quale l’immigrazione venga messo in scena con tale presunzione.
- “Limites” di Simon de Diesbach (Svizzera) - concorso nazionale.
Un uomo corre in un bosco. Nel frattempo riflette sul suo rapporto con la natura, prossima a scomparire.
L’intero cortometraggio è realizzato in un’originale computer grafica. Il regista e il suo team hanno digitalizzato il bosco di Chaney. Il risultato è intrigante e gli otto minuti di durata passano veloci.
- “Faccia da cuscino” di Saverio Cappiello (Italia) - concorso internazionale.
Tre ragazzi giocano e parlano del più e del meno. Il più piccolo viene emarginato dagli amici. Per guadagnare il loro rispetto commette un furto.
Il cortometraggio è riuscito a metà. Se la premessa è interessante, lo svolgimento è lacunoso e il finale lasciato aperto non convince.
- “L’enfant au diamant” di Pierre Edouard Dumora (Francia) - concorso internazionale.
Daisy, una giovane militare, pattuglia la città con i suoi commilitoni. Un’esplosione la tramortisce, al suo risveglio troverà una bambina che le offrirà la possibilità di raggiungere i suoi amici se non sparerà mai più con il suo fucile.
Anche in questo caso, il cortometraggio ha uno spunto interessante e un buon inizio. Tuttavia si perde in elementi soprannaturali mal spiegati che lasciano perplesso lo spettatore.
In seguito mi sono spostato al Fevi per assistere alla proiezione di uno degli ultimi film del “concorso internazionale”. Solo altre tre opere, dopodiché sapremo chi si porterà a casa il Pardo d’Oro.
MATTER OUT OF PLACE
Di Nikolaus Geyrhalter
-> Austria
Il titolo indica qualsiasi oggetto non naturalmente parte dell’ambiente in cui si trova.
Il documentario racconta l’enorme quantità di spazzatura che noi umani scarichiamo nella natura. Osservando il lavoro certosino degli operatori ecologici e dei volontari che puliscono i rifiuti dispersi nella natura, “Matter Out Of Place” sceglie di non trasmettere nessun messaggio diretto al pubblico. Il film, quasi senza dialoghi, mostra la quantità di spazzatura che produciamo. E ciò colpisce lo spettatore, lo obbliga a riflettere. Le lunghe inquadrature fisse che mostrano enormi discariche a cielo aperto, spiagge caraibiche piene di spazzatura e tanto altro non lasciano indifferenti. Dalla Svizzera al Nepal, dall’Europa dell’Est fino all’Austria, dai Tropici agli Stati Uniti. Questo è un problema che tocca ogni parte del mondo e tutti noi ne siamo responsabili.
Il lungometraggio di Geyrhalter non offre soluzioni. Sfrutta le capacità del cinema per portare (nuovamente) l’attenzione sul problema. A livello tecnico non vi è nulla da eccepire: magnifica la fotografia.
L’eccessiva durata del film rende più diluito il lodevole intento del regista.
Ciononostante “Matter Out of place” è un buon documentario. Le quasi due ore di durata possono annoiare lo spettatore. Tuttavia non si lascia la sala indifferenti. Non sarà possibile continuare a lungo seguendo il detto (citato da un personaggio all’inizio del film): “lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Dopo una buona cena sono tornato in Piazza Grande. La serata ha visto salire sul palco Laurie Anderson, artista e musicista statunitense, premiata con il Vision Award. In seguito è stato introdotto il film della serata. Un’opera che batte bandiera Svizzera, la cui regista è nata in Ticino.
Ma, prima del lungometraggio, è stata proiettata la “postcard from the future” di oggi. Il cortometraggio è firmato da Kevin B. Lee, Locarno Film Festival Professor for the Future of Cinema and Audiovisual Arts presso l’Università della Svizzera Italiana. L’opera, interamente realizzata in computer grafica, riflette sul futuro del Festival del Film immaginandosi l’edizione numero 150. La messa in scena è intrigante e convince. Un buon cortometraggio.
SEMRET
Di Caterina Mona
->Svizzera
Semret è una donna di origine eritrea che vive a Zurigo. Si guadagna da vivere lavorando in ospedale come aiuto ostetrica. Il suo passato è misterioso e non vuole parlarne con nessuno, neanche con la figlia adolescente Joe che desidera sapere qualcosa di più sul suo passato. In aggiunta a ciò evita qualsiasi contatto con altri immigrati dalla sua nazione di origine. Un giorno concede alla figlia la visita in un locale eritreo. Qui conoscono un uomo e suo nipote che costringeranno Semret a fare i conti con il suo passato.
“Semret” è realizzato con la giusta delicatezza e giusta semplicità dalla regista Caterina Mona, qui al suo esordio nel lungometraggio. La protagonista del film è ben delineata e molto ben recitata da Lula Mebrathu.
Il film parte bene, non c’è spazio per la noia. Peccato che sul finale la sceneggiatura mostra i suoi limiti. L’imprevisto in ospedale che vedeva Semret oggetto di un’indagine interna viene risolto con una facilità sconcertante e il rapporto della donna con la figlia, per gran parte del film convincente, rimane ingiustamente sospeso.
“Semret” è una buona opera prima che vive grazie a un personaggio principale che colpisce, una donna coraggiosa che rimane nel cuore dello spettatore anche dopo la fine dei titoli di coda.
Si comincia a vedere la fine del Festival! Il tempo vola quando ci si diverte.
A domani con il #day9 di #Locarno75 amici di Luke’s world. Continuate a seguirmi .