Siamo arrivati alla conclusione del settimo giorno del Locarno Film Festival e il vostro festivaliero preferito non si è riposato. Anche se, a questo punto, ne avrebbe decisamente bisogno. :D
Bentornati ai resoconti da Locarno79.
Prima di tutto vi lascio la mia opinion e sul film visto ieri in anteprima stampa della sezione "cineasti del presente": "L'estive".
L'ESTIVE
Di Naël Khleifi, Lisa Debauche
(Belgio, Francia)
Hana, immigrata da giovane con la famiglia dal Libano in Francia, sta lavorando per diventare pastora. Trascorre il suo tempo in solitudine sulle Alpi, prendendosi cura di un gregge di pecore. L'arrivo di una nuova collega la porterà a confrontarsi con ciò che vuole davvero dalla vita e, soprattutto, con il luogo in cui vuole vivere.
"L'Estive" è un'opera prima ben realizzata, ma che soffre di una trama fin troppo esile. Unire finzione e documentario è sempre un'operazione complessa e il film prova a farlo attraverso alcuni personaggi di finzione, come Hana, mmersi nel mondo reale della pastorizia.
I due registi, anche sceneggiatori, cercano però di inserire molto altro. Al centro ci sono soprattutto l'immigrazione e la condizione di chi è costretto a lasciare la propria terra, temi che riguardano direttamente anche il passato di Hana. Sono questioni tristemente attuali, che il film non riesce tuttavia ad approfondire pienamente e che finiscono per risultare piuttosto slegate dal resto. A tratti ho avuto inoltre l'impressione che prevalesse un intento pedagogico un po' forzato rispetto alla necessità di raccontare la storia.
Anche la parte finale soffre di alcuni passaggi narrativi che ho trovato difficili da comprendere. Alcuni cambiamenti avvengono in maniera troppo brusca e senza essere sufficientemente preparati dal racconto, lasciando la sensazione che manchi qualcosa nel percorso della protagonista.
Ho avuto inoltre l'impressione che i registi avessero fretta di arrivare alla sequenza conclusiva, senza costruire sufficientemente il percorso necessario perché potesse avere il peso emotivo cercato.
Il paradosso è che, nonostante alcuni passaggi decisivi risultino affrettati, nel complesso ho avuto la sensazione opposta: quella di una vicenda troppo esile, dilatata fino a raggiungere i 65 minuti di durata.
Insomma, "L'Estive" è un film fragile, di brevissima durata, che forse avrebbe funzionato meglio come cortometraggio.
Oggi ho iniziato la giornata al FEVI con una proiezione di “Panorama Suisse”, sezione indipendente del Festival che propone una selezione di opere svizzere che si sono distinte in diversi festival nel corso dell'ultimo anno. In programma un cortometraggio e un lungometraggio.
THANKS, YOU TOO
Di Marion Täschler
(Svizzera)
Due uccelli, una civetta e una beccaccia di mare, si incontrano per caso. La prima invita la seconda a cena, ma quest'ultima, molto introversa, si sente subito in imbarazzo e teme di fare brutta figura.
In una decina di minuti e senza alcun dialogo, "Thanks, You Too" riesce a raccontare molto dei rapporti sociali e, soprattutto, delle difficoltà delle persone introverse. Colpisce anche la tecnica di animazione, basata su disegni realizzati su carta.
Nel complesso, un buon cortometraggio che dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto l'animazione possa comunicare su più livelli, esattamente come il cinema in live action e, in alcuni casi, forse persino di più.
LA BEAUTÉ DE L'ÂNE
Di Dea Gjinovci
(Svizzera, Kosovo, Francia)
Una giovane regista torna insieme al padre nel suo villaggio d'origine in Kosovo, luogo che l'uomo ha dovuto lasciare quando era più giovane a causa del conflitto nella regione.
"La beauté de l'âne" è un ottimo documentario, toccante e commovente. Particolarmente riuscita è la scelta di inserire alcuni elementi di finzione. La regista ricrea infatti alcuni ricordi del padre con degli attori, mettendoli in scena all'interno di una struttura in legno che richiama lo scheletro di una casa, priva di pareti e arredata soltanto con pochi elementi.
Questi momenti sono messi in scena davvero bene: Gjinovci utilizza gli spazi con grande intelligenza, valorizzandoli attraverso inquadrature molto precise. Ma soprattutto emoziona vedere il padre della regista assistere alla ricostruzione dei propri ricordi.
La regista riesce però a non abusare di questa trovata, bilanciandola molto bene con momenti di documentario più tradizionale. Emergono così gli orrori vissuti da una persona perseguitata e costretta a sopravvivere, ma anche le piccole gioie legate a ricordi che, per quanto fugaci, hanno avuto un'importanza fondamentale nella sua vita.
"La beauté de l'âne" è un documentario drammatico ma garbato, capace di rimanere nel cuore dello spettatore senza esasperare la sofferenza che racconta. Un'opera che consiglio e che penso sarà possibile recuperare prossimamente sul servizio di streaming Play Suisse.
Dopo la proiezione di “Panorama Suisse” è arrivato il classico pranzo del festivaliero, prima di spostarmi a La Sala per il sesto programma dei “Pardi di Domani”, sezione competitiva del Festival dedicata ai cortometraggi.
SESTO PROGRAMMA DEI PARDI DI DOMANI
Per raccontarvi i tre cortometraggi che ho visto utilizzo le sinossi presenti sul sito del Festival.
TYPHOON MAMBO
Di Domenico Singha Pedroli
"Rusmee continua a parlare con Chalerm, il marito defunto, tramite un chatbot di IA. Solo l'arrivo di Fa, la ex badante, libera i ricordi imprigionati e rende finalmente possibile l'accettazione della perdita."
Un cortometraggio che parte da un buono spunto, legato a una realtà ormai sempre più presente nella vita quotidiana, ma che finisce per perdersi in eccessivi lirismi. Ciononostante, il giovane regista dimostra di avere delle qualità e sembra promettere buone cose per il futuro.
THE GOD THAT DESTROYS
Di Jyoti Mistry
"The God that Destroys guarda al lascito della colonizzazione svedese dei Sami come a un ciclo di assimilazione forzosa, di oppressione culturale e di sfruttamento estrattivo che continua a perpetuarsi."
Un cortometraggio che lavora in modo intelligente con il materiale d'archivio, sostenuto da un buon montaggio. Peccato per un comparto sonoro che ho trovato eccessivo: l'insistenza nella ripetizione dei canti finisce quasi per dare l'impressione che la regista tema che il messaggio che vuole trasmettere non arrivi allo spettatore.
AURORA BOREALIS
Di Valeriya Kim
"Il film segue la vita di due cuccioli di orso polare nati in cattività nello zoo ungherese di Nyíregyháza, riflettendo sulla dislocazione e il lascito di nostalgia verso ignote terre d'origine."
Un documentario tecnicamente ben realizzato, ma piuttosto confuso in ciò che vuole trasmettere allo spettatore. Essere madre, il cambiamento climatico, gli animali in cattività, la nostalgia della propria casa, metaforica o concreta: gli spunti sono numerosi, ma il film fatica a farli convergere in un discorso davvero coeso. Peccato.
Poi ho sfidato il gran caldo che continua ad affliggere i tanti festivalieri che si aggirano per Locarno e mi sono diretto al Kursaal per una proiezione di Locarno Kids, sezione dedicata ai film che raccontano il mondo dei più giovani e pensata anche per un pubblico di bambini e famiglie. È stato bello vedere la sala completamente piena.
Prima del lungometraggio è stato proiettato un breve cortometraggio animato, di cui purtroppo non ricordo il titolo — la stanchezza comincia davvero a farsi sentire :D — che in appena due minuti riesce a riflettere efficacemente sulla differenza tra vita reale e vita online e su come le due possano finire per scontrarsi.
PARADEISA
Di Marleen Valien
(Germania)
Lou vive con il padre, un artista squattrinato, e il fratello maggiore. I rapporti familiari sono tesi. Un giorno il padre decide di fingersi morto per far aumentare la richiesta e il valore dei suoi dipinti. Lou, che lo venera, accetta subito di far parte del piano, mentre il fratello si lascia convincere con maggiore difficoltà. La bugia, però, sfugge presto di mano e tensioni fino a quel momento rimaste sopite vengono alla luce.
Un coming of age – come dicono quelli bravi – semplice ma efficace, “PARADEISA” convince grazie a una buona messa in scena e a interpretazioni riuscite. La piccola Lou è ben delineata e funziona molto bene la scelta di rappresentare la sua rabbia, l'ansia e le paure attraverso una figura nera animata che compare spesso accanto a lei.
La regista, alla sua opera prima, riesce così a mettere in scena i turbamenti di molti bambini – e forse non solo – quando iniziano a rendersi conto che i propri genitori non sono le persone che avevano idealizzato e che non possono fare nulla per cambiarli. A questo proposito, il finale drammatico e aperto dimostra il coraggio di Valien, che rimane fedele alla propria storia senza cedere alle facili sirene dell'happy ending.
Convince anche la giovane Rada Rae nel ruolo di Lou. Già apparsa in serie TV come “Exterritorial” (su Netflix) e “Nine Perfect Strangers” (su Hulu/Disney+), la rivedremo presto sul grande schermo nel nuovo capitolo della saga di “Hunger Games”, “L'alba sulla mietitura”. Bravo anche Robert Finster nel ruolo del padre, capace di passare dall'essere un genitore amorevole a un uomo frustrato che finisce per sfogare sui figli le proprie insoddisfazioni legate alla carriera artistica.
“PARADEISA” è un buon film che, a mio parere, funziona meglio come film rivolto a un pubblico generale che come opera strettamente per famiglie. Riesce comunque a bilanciare bene alcuni momenti piuttosto divertenti con altri decisamente più seri.
Una piacevole sorpresa.
Dopo il film sono tornato brevemente a casa per cena e, poco dopo, sono ripartito in direzione di Piazza Grande.
Quella di oggi era una serata dedicata ai più giovani, presenti infatti in numero maggiore del solito tra il pubblico.
Alle 21.30, puntuali, sarebbe normalmente arrivato il momento dell'accensione delle luci sul palco. Questa sera, però, le cose sono andate diversamente. La presentatrice di Piazza Grande, Sandy Altermatt, si trovava infatti sul red carpet del Festival insieme a tanti bambini per presentare Locarno Kids. Un momento davvero simpatico.
È stata poi la volta della delegazione del film della serata. Il regista e l'attore protagonista hanno regalato al pubblico un momento particolare, intonando alcuni canti del film. Qualcosa di diverso rispetto alle consuete presentazioni sul palco di Piazza Grande e proprio per questo ancora più bello.
Infine le luci si sono spente e il padrone di casa, il Pardo, è tornato a prendere possesso della Piazza, annunciando con il suo ruggito il film della serata.
CONGO BOY
Di Rafiki Fariala
(Repubblica Centroafricana, Francia, Repubblica Democratica del Congo, Italia)
A Bangui, nella Repubblica Centrafricana, vive il diciassettenne Robert, un giovane rifugiato congolese arrivato nel Paese con la famiglia quando era bambino. Una guerra civile è in corso nel Paese. Il giovane sogna di fare il cantante, anche se il padre vorrebbe che si concentrasse sugli studi e immagina per lui un futuro diverso. Con entrambi i genitori in carcere, Robert si trova costretto a prendersi cura dei suoi quattro fratelli più piccoli, fungendo quasi sia da padre che da madre, a guadagnare il necessario per vivere facendo ogni tipo di lavoretto e a studiare per superare l'esame che conclude il liceo. Nonostante tutto, il giovane non intende rinunciare al suo sogno.
“Congo Boy” è un gran bel film che convince innanzitutto per il modo in cui Rafiki Fariala porta sullo schermo una vicenda ispirata alla propria esperienza personale.
Il materiale di partenza è fortemente drammatico, ma il film non scade mai nel facile pietismo. Fariala racconta la difficile quotidianità di Robert senza trasformarla in un continuo susseguirsi di tragedie: la violenza della guerra irrompe nella sua vita, ma accanto ad essa trovano spazio la famiglia, gli amici, la scuola, il lavoro e soprattutto i suoi sogni.
Anche la convivenza tra diverse comunità religiose entra nel racconto con naturalezza, contribuendo a restituire un'immagine più completa della realtà in cui vive Robert.
Ma la vera anima di “Congo Boy” è la musica. Le canzoni, travolgenti ed energiche, non sono semplici intermezzi musicali, ma diventano parte integrante del percorso di Robert: sono il luogo in cui può esprimersi e continuare a immaginare per sé un futuro diverso.
A dare voce e corpo a Robert è Bradley Fiomona Dembeasset, al suo esordio sul grande schermo. Il giovane attore offre un'interpretazione strepitosa, piena di energia e naturalezza, riuscendo a sostenere il film senza mai trasformare Robert soltanto nella vittima delle circostanze che lo circondano. Un'interpretazione che gli è valsa il premio come miglior attore nella sezione Un Certain Regard all'ultimo Festival di Cannes. Ma è tutto il cast a convincere, contribuendo alla naturalezza con cui il film racconta la quotidianità dei suoi personaggi.
“Congo Boy” è un film toccante e coinvolgente, ma soprattutto pieno di vita. Una storia drammatica che Fariala riesce a raccontare senza facile pietismo, affidando alla musica e alla determinazione del suo protagonista la forza del racconto.
Un gran bel film che merita di incontrare il grande pubblico.
E anche per oggi siamo arrivati alla fine.
Da domani tornerò a seguire più da vicino i film del Concorso Internazionale. Fra pochi giorni sapremo chi si porterà a casa il Pardo d'Oro, ma non pensiamoci ancora. Rimaniamo nel presente.
Un presente che, per quanto mi riguarda, significa soprattutto una cosa: andare finalmente a riposare. :D
A domani con il resoconto del Day 8 dal Locarno Film Festival!