I titoli di coda sul #day7 del Locarno Film Festival sono da poco terminati ed eccomi qui a raccontarvi della mia giornata di Festival. Oggi ho visto 4 lungometraggi. La qualità è scesa con ogni film. Ma andiamo con ordine.
Il primo film della giornata appartiene alla sezione “Semaine de la critique”.
LAST STOP BEFORE CHOCOLATE MOUNTAIN
Di Susanna della Sala
-> Italia
Nel deserto della California sorge Bombai Beach, un tempo meta per le vacanze per tanti americani, ora cittadina semi distrutta, abitata da personaggi ai margini della società. In questo degrado, l’arte aiuta a comunicare con il mondo.
“Last stop before chocolate mountain” è un gran bel documentario. Ritrae con il giusto sguardo un gruppo di persone con un passato traumatico, pronte a ritrovare un posto a loro confacente nel mondo. Bombay Beach non ha nessuna amministrazione e ha quindi attratto negli anni anche coloro che preferivano non seguire nessuna regola. Negli ultimi anni, molti artisti hanno scelto la cittadina come meta per esprimersi liberamente. Da qualche anno si svolge in loco la “Biennale d’arte”. Scultori, attori, cantanti, pittori (e non solo) animano le vie di Bombay Beach. I pochi abitanti del luogo vedono con buon occhio questo interesse da parte del movimento artistico in quanto può far rinascere la vita nel centro abitato. Ma vi sono anche altri che vogliono essere lasciati tranquilli, circondati dalla quiete che hanno sempre cercato.
Una madre, un ex rapinatore di banche con l’animo di un ragazzino e un sopravvissuto alla guerra in Vietnam sono solo alcuni dei personaggi che Susanna Sala segue nel suo documentario. Ottima la colonna sonora. Bello il finale.
La comunità di Bombay Beach vuole essere riconosciuta ma non osservata come se fosse un’attrazione di uno zoo. La regista lo ha capito bene. E quando due dei personaggi del film intonano “Space Oddity” di David Bowie si avverte la loro solitudine.
“Last stop before chocolate mountain” è un gran bel documentario. Uno di quelli che vorrei realizzare anche io, quando (e se) tornerò dietro la macchina da presa.
Mi sono poi spostato al Fevi per vedere i due film del “concorso internazionale”.
SERVIAM, ICH WILL DIENEN
Di Ruth Mader
->Austria
Anni ‘70, anni ‘80. In un collegio cattolico per ragazze di famiglie benestanti, una giovane suora vuole trasmettere la parola di Dio. Tuttavia i suoi metodi sono controversi. Data la propensione della sua giovane alunna Martha alla preghiera e all’espiazione dei suoi peccati, la suora le dona un cilicio da indossare. La ragazza vuole portare avanti una penitenza per i peccati del mondo. Ma il martirio di Martha lascia dei segni visibili e la suora la nasconde all’ultimo piano del collegio, zona vietata per le altre alunne. Nel frattempo un’altra ragazza, Sabine, non sopportando la sua compagna di stanza, la sfida nel corso della notte a raggiungere il quinto piano.
“Serviam” è un film algido e inquietante. Se da un lato le attrici recitano per sottrazione, dall’altro la colonna sonora crea un luogo angosciante. Quello che dovrebbe essere un collegio accogliente per giovani ragazze diventa una sorta di casa infestata. Ottimo l’apporto della fotografia che rafforza l’atmosfera puntando sulle fredde geometrie della struttura.
Il film è intervallato da suggestive sequenze animate basate su alcuni passaggi della bibbia.
“Serviam” punta il dito contro alcune regole della Chiesa Cattolica e contro una tendenza del Vaticano a non ammettere le proprie colpe ed a nascondere i propri prelati che hanno sbagliato.
Nel complesso il film non annoia ma non raggiunge il suo obiettivo. Non c’è nessun vero elemento horror o thriller nel film nonostante sia chiaro che la regista volesse andare in quella direzione. Le sequenze che dovrebbero fare paura sono costruito allo stesso modo di centinaia di altri film di genere (giocare con l’apparizione del cattivo sullo specchio è un trucco stra abusato).
Aggiungo una nota tecnica: penso che il missaggio del film debba essere rifatto perché i volumi sono totalmente sballati e troppo forti.
“Serviam - Ich will dienen” è un film interessante ma poteva essere decisamente meglio.
Balıqlara xütbə (Sermon to the fish)
Di Hilal Baydarov
-> Azeirbaigian, Messico, Svizzera, Turchia
Davud torna vittorioso dalla guerra al suo paese natale. Nessuno lo attende, tutti i suoi cari e gli abitanti del villaggio sono morti per una misteriosa malattia che li ha fatti imputridire. L’unica sopravvissuta è sua sorella, anche lei vicino alla morte.
In un paesaggio desertico dove il petrolio ha distrutto ogni possibile nutrimento e reso non potabile l’acqua, Davud e la sua sorella si perdono tra i fantasmi del loro passato.
“Sermon to the fish” si candida ad essere il film più brutto di questa edizione. In novanta minuti di film non succede nulla. Sono rimasto solo incantato dai paesaggi e dall’ottima fotografia. Il resto è noia. L’intenzione del regista è raccontare una “fiaba” che possa mettere in guardia dall’inquinamento globale e far capire l’inutilità della guerra. Tuttavia questi buoni intenti sullo schermo non rendono minimamente. Rimane la sensazione di aver assistito a un mero esercizio di stile di Baydarov, senza capo né coda. Ammetto che stavo per addormentarmi più di una volta nel corso del film.
“Sermon to the fish” è un film ermetico, non interessato a catturare l’interesse dello spettatore, e si posiziona tra i film più noiosi e brutti di questa edizione.
È stata poi la volta della Piazza Grande. Questa sera sono stati premiati i vincitori della sezione “Open Doors”, dedicata al cinema emergente proveniente dalle nazioni meno benestanti. Dopo questo momento è salita sul palco la delegazione che accompagnava il film della serata, tra cui una solare Sophie Marceau.
In seguito le luci si sono spente e la magia del cinema è tornata in Piazza.
Prima del film della serata è stata proiettata la “postcard from the future” di oggi firmata da Nadav Lapid. Il cortometraggio vuole far riflettere su come in futuro saremo più attratti dal piccolo schermo che dal grande schermo di un sala cinematografica. Tuttavia l’intento lodevole si perde in una messa in scena confusa e in un finale fastidiosamente lungo. Peccato.
La Piazza ha accolto la cartolina di questa sera con alcuni “buuuhh”. Non li sentivo da molto tempo la sera in Piazza Grande.
È stata poi la volta del film della serata.
UNE FEMME DE NOTRE TEMPS
Di Jean Paul Civeyrac
-> Francia
Juliane (Sophie Marceau) è un commissario di polizia a Parigi e scrittrice di romanzi gialli. Una donna di successo molto ligia alle regole, molto innamorata del marito dopo oltre 20 anni di matrimonio. È alle prese con la stesura di un libro dedicato alla sorella minore morta suicida qualche anno prima. Nel tempo libero le piace tirare con l’arco. Un giorno scopre il tradimento del marito e si scopre capace di essere in grado di fare di tutto per vendicarsi…
“Une femme de notre temps” è un melodramma solo parzialmente riuscito. La parte iniziale del film è convincente e ha un buon ritmo. Tuttavia nella seconda parte si perde per colpa di una sceneggiatura scritta male. Vi sono alcuni elementi accennati e goffamente messi da parte senza approfondirli. Per esempio la scelta di ambientare la storia durante il periodo Covid non ha il minimo senso narrativo. Inoltre, nel finale “une femme de notre temps” sceglie di diventare “Hunger games” con una protagonista con le capacità di Katniss Everdeen. Sembra che il regista volesse realizzare il sogno di ogni moglie tradita. Il risultato è francamente ridicolo.
La storia di Juliane è messa in scena in modo banale e si perde ulteriormente per colpa di un abuso di colonna sonora. Sophie Marceau sembra a suo agio nel ruolo della protagonista ma la sua interpretazione non convince pienamente.
“Une femme de notre temps” è un tentativo fallito di realizzare un buon melodramma. Penso che l’unica ragione per cui è stato selezionato per la Piazza Grande sia stata l’avere un’attrice conosciuta a Locarno. Talvolta un pensiero come questo, più pratico che artistico può portare belle sorprese. Questa volta il risultato è disastroso.
A domani con il #day8 di #Locarno75.
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