I titoli di coda del quarto giorno del Locarno Film Festival stanno ancora scorrendo ed eccomi pronto a raccontarvi della mia giornata e, soprattutto, delle mie visioni in sala.
Dopo la brevissima parentesi di pioggia di ieri, il caldo è tornato a farla da padrone a Locarno. Ciononostante, o forse proprio per godersi l'aria condizionata delle sale, oggi i festivalieri erano davvero numerosi.
La mia giornata è iniziata con una sala completamente esaurita. Ho assistito a una proiezione della “Semaine de la Critique”, la sezione indipendente del Festival dedicata interamente al cinema documentario e da sempre molto amata dal pubblico.
GABIN
Di Maxence Voiseux
(Francia, Germania, Svizzera)
Gabin è il più piccolo della famiglia Jourdel. Mentre il padre sogna di trasmettergli la macelleria di famiglia, il ragazzo cresce coltivando desideri diversi e cercando il proprio posto nel mondo.
Il bel documentario di Maxence Voiseux segue la famiglia Jourdel per dieci anni, accompagnando Gabin dall'infanzia all'età adulta. Questo notevole sforzo produttivo permette al regista di costruire una profonda riflessione sullo scorrere del tempo, sul peso dell'eredità familiare e sulle cose destinate inevitabilmente a cambiare.
Il racconto della crescita di Gabin è messo in scena con grande delicatezza. La macchina da presa non risulta mai invadente e accompagna il protagonista nel difficile percorso verso la costruzione della propria identità, mentre comprende che non tutto nella sua famiglia può essere aggiustato. L'opera dedica inoltre ampio spazio ai suoi genitori, mostrando il rapporto conflittuale con il padre, che fatica ad accettare la scelta del figlio di non ereditare la macelleria di famiglia, e quello affettuoso con la madre.
Quanto fatto da Voiseux è straordinario. In dieci anni il regista è riuscito a conquistare la completa fiducia della famiglia Jourdel, un rapporto che emerge con naturalezza da ogni inquadratura. A questo si aggiunge un lavoro di montaggio altrettanto notevole, capace di condensare un intero decennio di vita senza mai dare la sensazione di forzare il racconto.
Uno sforzo produttivo di questo tipo richiama inevitabilmente il capolavoro di Richard Linklater “Boyhood” (2014). Pur muovendosi nel documentario anziché nella fiction, Voiseux sembra dialogare consapevolmente con quell'opera, arrivando persino a costruire alcune inquadrature che paiono renderle omaggio.
“Gabin” è un documentario con un grande cuore che colpisce e rimane nello spettatore ben oltre i titoli di coda, proprio come il suo giovane protagonista, al quale non si può che augurare di aver trovato il proprio posto nel mondo.
Dopo un pranzo veloce sono tornato al FEVI. Dopo quattro giorni di Festival credo ormai di conoscerlo meglio di casa mia. C'era parecchia gente. La fila per entrare in sala si snodava ben oltre l'ingresso. Era da tempo che non vedevo il FEVI così pieno per una proiezione del concorso internazionale. La curiosità attorno al nuovo film di Giovanni Tortorici era palpabile.
KETTICÉ
Di Giovanni Tortorici
(Italia)
Nella Palermo del 2012 vive il sedicenne Giulio. Apatico e senza un'idea chiara del proprio futuro, trascorre le giornate tra amici, alcol e spinelli. L'incontro con la coetanea Ketty sembra offrirgli una prospettiva diversa.
Lo dico subito: “Ketticé” è un brutto film. È un'opera dalle grandi ambizioni, probabilmente sincera nel voler raccontare una gioventù che, pur ambientata nel 2012, riflette per molti aspetti quella di oggi, ma che finisce spesso per risultare involontariamente ridicola.
Il problema principale è una vicenda troppo esile, incapace di sostenere i 105 minuti di durata e spesso ripetitiva. I personaggi sembrano girare continuamente su sé stessi senza una reale evoluzione. Le frequenti scene in cui Giulio e Ketty fumano spinelli sembrano voler raccontare qualcosa di loro, ma finiscono per non aggiungere alcun reale approfondimento ai due personaggi.
Non mi ha convinto nemmeno la scelta di ambientare la vicenda nel 2012. Dalla colonna sonora ai riferimenti a Facebook, il film richiama costantemente quell'epoca, ma non mi è sembrato trovare una reale ragione narrativa per questa scelta.
A questo si aggiunge una recitazione che raramente convince. Gran parte dei giovani interpreti appare artificiale e alcune scene, come quella della rissa tra ragazze, finiscono per suscitare più ilarità che tensione. Paradossalmente è Monica Bellucci, attrice che non mi ha mai convinto fino in fondo, a offrire la prova migliore del cast nel ruolo della madre di Giulio. Anche il giovane protagonista riesce, a tratti, a risultare credibile.
Nemmeno la regia riesce a risollevare il film. Tortorici sembra spesso più interessato all'estetica delle immagini che alla narrazione, ricorrendo a soluzioni come lo split screen (ma davvero?) e abusando del rallenty. Devo però riconoscergli una felice intuizione visiva. La grande casa antica e sfarzosa in cui vive Giulio con la famiglia entra in forte contrasto con il vuoto dei rapporti tra i suoi abitanti. Una contrapposizione che il regista sottolinea attraverso alcuni efficaci campi lunghi, i quali rappresentano probabilmente i momenti di maggiore ispirazione dell'intero film.
“Ketticé“ ha l'ambizione di raccontare una gioventù spesso incompresa e la difficoltà di comunicare con il mondo degli adulti, ma sceglie un modo di farlo francamente disastroso. Il film gira più volte su sé stesso fino a un finale aperto poco sensato. Per usare un termine caro ai più giovani, dai dialoghi spesso superficiali alle situazioni messe in scena, “Ketticé” è davvero troppo “cringe”.
Il vasto pubblico del FEVI gli ha dedicato un applauso che mi è sembrato più di circostanza che di autentico entusiasmo.
Poi ho assistito ai primi minuti del Q&A con la delegazione del film.
Successivamente mi sono spostato alla conferenza stampa di “The Invite”, il film della serata in Piazza Grande. Era presente Olivia Wilde, attrice e regista conosciuta dal grande pubblico soprattutto per i suoi ruoli in serie di successo come “Dr. House” e “The O.C.”. Accompagnata da due guardie del corpo, si è dimostrata fin da subito molto disponibile nel rispondere alle domande dei giornalisti, trasmettendo tutto l'entusiasmo e l'affetto che nutre per questo progetto.
Dopo una pausa a casa per una doccia e la cena, sono tornato in Piazza Grande. Quella di questa sera si preannunciava come una delle serate più partecipate del Festival e, a giudicare dall'enorme afflusso di pubblico, credo che il tutto esaurito sia stato davvero raggiunto.
Alle 21.30 le luci del palco si sono accese. La serata si è aperta con la consegna del “Pardo Speciale” all'attore svizzero Jean-Luc Bideau, protagonista di una carriera lunga oltre sessant'anni e con più di cento interpretazioni tra cinema e televisione. Nel suo discorso ha voluto rendere omaggio al cinema svizzero, regalando al pubblico un bel momento.
Successivamente il direttore artistico del Festival ha introdotto brevemente la proiezione di Taxi Driver (1976), secondo film della serata, prima di lasciare il palco a Olivia Wilde, unica rappresentante della delegazione di “The Invite”. Alla sua seconda partecipazione al Festival, l'attrice e regista è apparsa sinceramente emozionata dalla cornice di Piazza Grande e dalle migliaia di spettatori presenti, tanto che la sua voce si è incrinata durante le prime parole rivolte al pubblico.
Poi le luci si sono spente, il grande schermo della Piazza è tornato a illuminarsi e il ruggito del Pardo ha accolto il film.
THE INVITE
Di Olivia Wilde
(Stati Uniti)
Joe e Angela sono sposati da anni e hanno una figlia di dodici anni. Il loro rapporto sembra essere al capolinea. Una sera, all'insaputa di Joe, Angela invita a cena i vicini dell'appartamento sopra il loro, Piña e Hawk. La serata prenderà una piega che nessuno dei quattro avrebbe potuto immaginare.
“The Invite” è un'ottima commedia, remake dello spagnolo “Sentimental” (2020), a sua volta tratto da una pièce teatrale, che riflette sui rapporti di coppia evitando facili moralismi e senza offrire risposte semplici. Lo fa mostrando con ironia quanto sia difficile comunicare davvero con chi si ama.
Se la citazione di Oscar Wilde che apre il film — “Si dovrebbe essere sempre innamorati. È per questo che non ci si dovrebbe mai sposare.” — lascia presagire uno sguardo cinico sull'amore, il finale, intelligentemente aperto, le attribuisce un significato diverso e lascia spazio a una speranza inattesa. La stessa Olivia Wilde ha raccontato durante la conferenza stampa che lavorare a questo film le ha restituito fiducia nell'amore.
La regista costruisce una brillante “commedia da camera”, affidata quasi interamente al confronto verbale tra quattro personaggi. La sceneggiatura è arguta, i dialoghi sono sempre vivaci e il ritmo non cala mai.
A rendere il tutto ancora più efficace contribuisce la chimica tra i quattro interpreti. Olivia Wilde, Seth Rogen, Penélope Cruz ed Edward Norton offrono ottime interpretazioni, anche se Wilde e Rogen risultano talvolta un po' sopra le righe.
Olivia Wilde conferma di avere una visione molto chiara della messa in scena. Dagli onnipresenti violini, che sembrano dare voce ai nervi dei protagonisti, fino all'utilizzo dell'unica location, ogni scelta contribuisce ad aumentare la tensione senza rinunciare al tono leggero della commedia.
“The Invite" è una commedia intelligente e divertente, capace di strappare molte risate senza rinunciare a una riflessione sui rapporti di coppia. Vederla in Piazza Grande, circondato da migliaia di spettatori, ha reso ancora più coinvolgenti i suoi momenti migliori.
E siamo giunti al termine anche oggi.
Il tempo passa in fretta e il Festival è già arrivato quasi alla sua metà.
Continuate a seguire le avventure e le recensioni del vostro festivaliero preferito. Ci ritroviamo domani con il Day 5 dal Festival del film di Locarno!