Anche il Day4 del Locarno Film Festival è giunto alla fine. Nonostante oggi è arrivato il caldo, i festivalieri continuano ad andare a vedere diversi film riempiendo le sale.
Ho iniziato la giornata questa mattina con una proiezione de “CINEASTI DEL PRESENTE”, sezione competitiva del Festival dedicata a giovani registi all’esordio nel lungometraggio o alla loro opera seconda.
THE FIN
Di Syeyoung Park
(Corea del Sud, Germania, Qatar)
In un futuro non troppo lontano, le due Coree si sono unite. Una buona notizia? Non proprio. L’unificazione è avvenuta per fronteggiare una catastrofe climatica che ha reso l’acqua del mare rossa, il sole di un colore innaturale e ha provocato piogge velenose. Questi eventi hanno portato alcune persone a mutare, facendo crescere sul loro corpo una pinna. Definiti Omega, vengono esclusi dalla Corea da un muro altissimo che circonda l’intera penisola e impiegati come schiavi per ripulire i mari. Ciononostante, alcuni di loro cercano di condurre una vita normale, evitando di farsi scoprire in una società che spinge tutti a sospettare del prossimo. Tra questi c’è Mia, una ragazza che lavora per lo zio in un negozio di pesca artificiale. Nel frattempo, la giovane Sujin inizia la formazione come poliziotta e cacciatrice di Omega, ma non condivide i metodi disumani utilizzati. Finché non incappa in Mia.
l giovane regista, con pochissimi mezzi a disposizione, riesce a mettere in scena un’opera di fantascienza convincente. L’atmosfera che crea trasmette un forte senso di inquietudine. La sceneggiatura è intrigante, anche se talvolta si perde privilegiando la componente visiva a scapito del resto. Inoltre, in certi passaggi, la vicenda non risulta abbastanza approfondita e lascia allo spettatore il desiderio di sapere di più sul mondo rappresentato. La scelta di non offrire un finale ottimista, però, funziona. Davvero buone le interpretazioni dei protagonisti.
Insomma, “The Fin” è un film convincente, non privo di difetti, ma che ha il merito di lanciare un messaggio chiaro sull’urgenza di agire contro il cambiamento climatico per evitare un futuro così nefasto.
Dopodiché sono andato in zona Fevi per pranzare. Dovrei dire che sono riuscito anche a sbagliare bus dal Palacinema ma non diciamolo :D
Nel pomeriggio è stata la volta del terzo programma di cortometraggi della sezione “Pardi di Domani”.
Per raccontarvi dei tre che ho visto utilizzo le sinossi presenti sul sito web del Festival. Volevo però prima sottolineare che sono pienamente conscio delle difficoltà da superare per realizzare anche solo un cortometraggio, quindi riconosco il coraggio di questi giovani registi.
“Les Dieux” di Anas Sareen
“Sotto un sole cocente, Adel e Moïse fanno i conti con la perdita del padre. Ma mentre il lutto si trasforma in ossessione, tra i due giovani fratelli scoppia un contrasto che minaccia di separarli.”
Cortometraggio della durata di 15 minuti che però sembrano almeno 30. Quanto promesso dalla sinossi è solo vagamente accennato in un’opera che ambisce a essere molto di più di quanto i mezzi a disposizione le consentano. Inoltre, il film è interamente — e senza alcuna ragione convincente — in bianco e nero. Mi sembra che ultimamente molti registi ne abusino, credendo di conferire alla loro opera un’aura più artistica. Questo cortometraggio conferma che non è necessariamente così.
“Cairo Streets” di Abdellah Taïa
“Gennaio 2007. Sono tornato al Cairo. Per lavoro. Il tuo numero di telefono è cambiato, Omar. Devo trovarti. Ti amo… Abdellah.”
Immagini documentaristiche girate al Cairo vengono montate seguendo una traccia minima di narrazione. Tuttavia, non risulta efficace né l’aspetto documentario né quello narrativo, entrambi solo abbozzati. Le immagini non pulite, riprese con una piccola telecamera, offrono sì un punto di vista diverso dal solito sulla capitale egiziana, ma sono sviluppate in modo piuttosto debole. La narrazione, come detto, è solo accennata e risulta inutile all’economia del cortometraggio.
“HYENA” di Altay Ulan Yang
“In un castello isolato un gruppo di studenti si prepara a un esame decisivo. L’adrenalina sale, ma scoppia una tempesta. Bloccati tra mura che si sgretolano, il loro santuario accademico si trasforma in prigione e la mente inizia a cedere.”
Senza dubbio, è il cortometraggio più interessante tra i tre che ho visto. La storia di bullismo messa in scena non lascia indifferenti, con una narrazione veloce e una regia sicura. Mi è piaciuto.
Ho scelto di non guardare l’ultimo cortometraggio del programma di oggi dato il poco entusiasmo che mi hanno restituito i primi due visti e il caldo che sentivo in sala.
Sono quindi andato al Fevi per una proiezione del “concorso internazionale”
MEKTOUB, MY LOVE: CANTO DUE
Di Abdellatif Kechiche
(Francia)
Sète, 1994. Un gruppo di giovani vive quella che sembra essere la loro ultima estate prima di entrare nell’età adulta. Tra loro Amin, che ha abbandonato gli studi di medicina per seguire la passione per il cinema. Grazie all’intercessione dell’invadente cugino e della famiglia, riesce a far leggere a un produttore americano la sua sceneggiatura. L’uomo ne rimane entusiasta e vuole produrre il film a una condizione: sua moglie, un’attrice viziata e capricciosa, deve interpretare la protagonista.
La trilogia Mektoub, My Love segue le vicende di Amin e del suo gruppo di amici nella Francia mediterranea degli anni ’90, mescolando storie di amicizia, amori e aspirazioni artistiche. In questo terzo capitolo, Kechiche riprende i personaggi e le trame lasciate in sospeso nei precedenti film, senza particolari riassunti per lo spettatore.
Terzo capitolo di una storia firmata dal controverso regista Abdellatif Kechiche ( suo “La vita di Adele”, vincitore della Palma d’oro a Cannes qualche anno fa), Mektoub, My Love: Canto Due è un’opera convincente che non annoia. Brillante la sceneggiatura, che offre diversi momenti divertenti e non fornisce risposte definitive, lasciando la vicenda con un finale aperto. Poiché il film inizia in medias res e non avendo visto i due precedenti capitoli, ho impiegato un po’ a capire le dinamiche tra i personaggi principali, ma lo smarrimento è durato poco. Buone le interpretazioni dei protagonisti, così come la messa in scena senza intoppi di un regista che conoscevo solo per fama ma di cui non avevo mai visto nulla.
Nel complesso, Mektoub, My Love: Canto Due è un’opera molto interessante che non mi sorprenderebbe trovare nel palmarès di questa edizione del Festival.
Dopo una veloce pausa a casa per cenare, sono tornato in Piazza Grande, anche questa sera stra piena.
In poco tempo sono giunte le 21.30 e si sono accese le luci sul palco. Prima di tutto è salita sul palco la delegazione, molto ristretta e senza il regista, che accompagnava il primo film della serata, un probabile protagonista della prossima stagione dei premi cinematografici. Dopodiché è stata la volta del Pardo alla Carriera a Jackie Chan. È stato bello vederlo in carne e ossa per la prima volta. Sembra una persona molto simpatica oltre che un grande professionista attivo nell’industria cinematografica da oltre 50 anni. Non ho capito perché la Piazza non abbia replicato l’entusiasmo mostrato nella serata di ieri a Emma Thompson.
Ad ogni modo, le luci si sono poi spente e, sotto un cielo stellato, il Pardo è tornato a ruggire.
AFFEKSJONSVERDI (Sentimental value)
Di Joachim Trier
(Norvegia, Francia, Danimarca, Germania, Svezia)
Gustav, regista cinematografico un tempo celebre, rientra nella vita delle sorelle Nora e Agnes. La prima è un’attrice teatrale, la seconda una madre di famiglia e ricercatrice. Nora riceve da Gustav un’offerta per recitare nel suo prossimo film. La giovane, ancora segnata dall’abbandono del padre e nel pieno di una crisi personale che la porta ad avere attacchi di panico, rifiuta l’offerta. L’uomo propone quindi la parte a un’attrice di Hollywood.
Sentimental Value è davvero un gran bel film. Il regista mette in scena una vicenda che, tra passato e presente, colpisce lo spettatore. Il rapporto tormentato tra Nora e il padre è a tratti commovente. Nonostante entrambi svolgano una professione che richiede capacità comunicative, non riescono a farlo tra loro, forse perché troppo simili. È invece Agnes a saper instaurare una comunicazione più sincera. Le differenze tra le due sorelle, rappresentanti di due modi di vivere diversi, sono ciò che rende il loro rapporto sullo schermo così intenso.Ma il film prevede anche un altro “personaggio”: la casa in cui Nora e Agnes sono cresciute, di proprietà della famiglia di Gustav da generazioni. È il punto di incontro tra passato e presente e un luogo dal forte potenziale cinematografico. La vicenda è costellata da momenti di umorismo nordico davvero azzeccati: per esempio, l’idea di far finanziare il film di Gustav da Netflix è geniale.
Ottime le interpretazioni degli personaggi principali Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas e Elle Fanning.
Nel complesso, Sentimental Value è un gran bel film — che avrebbe però giovato di un taglio di una decina di minuti — e non mi sorprende che abbia vinto, allo scorso Festival di Cannes, il Gran Premio della Giuria.
Il resoconto del mio Day4 del Festival si conclude qui. Il vostro festivaliero preferito si concede un po’ di riposo prima di affrontare il Dday5 di #Locarno78. Appuntamento a domani con nuove opinioni sulle mie visioni!
Rimanete sintonizzati!