Il Day 3 del Locarno Film Festival si è da poco concluso ed eccomi qui a raccontarvi delle mie vicissitudini da festivaliero nella giornata.
Oggi è arrivata un po' di pioggia a Locarno. Ha portato un gradito calo delle temperature di qualche grado, ma il caldo rimane sempre presente. I festivalieri, nonostante tutto, continuano a spostarsi da una sala all'altra alla ricerca di un film che resterà loro nel cuore.
La mia giornata è iniziata al Palacinema con la prima proiezione del concorso Cineasti del presente, la sezione competitiva del Festival dedicata ai giovani registi all'esordio nel lungometraggio o alla loro seconda opera. In una Sala 1 del Palacinema quasi esaurita ho visto un film proveniente dall'Argentina.
LOS DÍAS LIBRES
Di Lucila Mariani
(Argentina, Brasile, Messico, Francia)
La dodicenne Bego sta trascorrendo le vacanze estive a casa con i suoi genitori. Il padre è autista di Uber, la madre sembra essere sul punto di perdere il lavoro. Alcune sue coetanee la considerano strana. Lei fatica a trovare il proprio posto nel mondo e trova rifugio online. Qui conosce REN__, che la introduce a una pratica conosciuta come "shifting", ovvero uno stato di sonno vigile che permetterebbe l'accesso a una realtà alternativa. Nel frattempo un'eclissi solare ha strani effetti sulle persone e sugli animali, li "eclissa".
L'opera firmata da Mariani porta sullo schermo una vicenda sulla carta intrigante. Attraverso alcuni tocchi soprannaturali prova infatti a raccontare la noia dell'adolescenza, il bisogno di appartenenza e la ricerca di un proprio posto nel mondo. Tuttavia il film non riesce mai a trasformare queste suggestioni in un racconto davvero coinvolgente.
Seppur il personaggio principale di Bego sia ben delineato e interpretato dalla giovane Antonia Robolini, così come alcuni momenti funzionino (perlopiù le scene dove Bego è con le sue coetanee o con la madre), la narrazione fatica a sostenere gli 84 minuti di durata e il ritmo risulta spesso troppo compassato.
“Los Días Libres” è un'opera prima che non riesce a convincere. Lucila Mariani dimostra di avere idee interessanti e forse la storia che voleva raccontare avrebbe funzionato meglio come cortometraggio.
Poi sono andato al FEVI per il pranzo del festivaliero tipo: un panino.
Ho poi visto altri due film del Concorso Internazionale, la sezione competitiva principale del Festival.
I RARELY WAKE UP DREAMING
Di Isabelle Stever
(Germania, Ucraina)
Olya e Oleh sono una coppia queer ucraina. Oleh sta intraprendendo il percorso per diventare uomo. Sono molto innamorati. L'invasione russa dell'Ucraina li porta a cercare la fuga verso la Germania. Tuttavia si scontreranno con pregiudizi sociali e leggi che vedono di cattivo occhio un uomo che non parte per il fronte.
Il film di Isabelle Stever (e della sceneggiatrice Anna Melikova) racconta cosa significa essere uomo, soprattutto per una persona che ha intrapreso un percorso di transizione di genere, in un Paese in guerra. È un punto di partenza originale e ancora poco esplorato dal cinema.
La regista mette in scena alcuni momenti molto riusciti durante la fuga della coppia verso il confine. L'utilizzo di autentici video provenienti dai social contribuisce inoltre a rendere ancora più concreta la tragedia della guerra e non lascia indifferenti.
Tuttavia il film fatica a sviluppare con coerenza le proprie ambizioni. L'indugiare sul corpo cambiato di Oleh, così come le lunghe, troppo lunghe, scene in cui la coppia rimane a letto, non convincono pienamente. A ciò si aggiunge che la vicenda narrata perde progressivamente forza con il proseguire del film, diventando a tratti confusa e dedicando troppo tempo a dialoghi che finiscono presto per stancare. Fino a un'ultima parte che si trascina quasi stancamente e sembra indecisa su come concludersi, scegliendo infine un finale banale e prevedibile.
I due protagonisti sono ben caratterizzati e interpretati in maniera altalenante da due esordienti. Funzionano meglio gli interpreti dei genitori di Olya, capaci di lasciare il segno pur con uno spazio ridotto. Una menzione speciale va senza dubbio all'adorabile cane della coppia. Meno convincente, invece, un altro personaggio secondario, appena abbozzato, per il quale il film pretende che lo spettatore provi un forte coinvolgimento emotivo senza avergli prima dedicato il necessario approfondimento.
“I Rarely Wake Up Dreaming” ha il merito di raccontare una vicenda ancora poco esplorata sul grande schermo. Tuttavia le grandi ambizioni di unire la guerra in Ucraina con un tema complesso come quello della transizione di genere finiscono per superare il risultato finale. Il film si perde per strada e, a quel punto, il rischio è che a sognare sia lo spettatore.
PRINCESA BURRO
Di Cristóbal León e Joaquín Cociña
(Cile, Francia, Uruguay, Paesi Bassi, Germania)
La principessa Diana vive in un magico regno lontano con il padre, che ha vietato l'amore. Un giorno incontra Lalo e se ne innamora. Il giovane le regala un braccialetto che le permette di realizzare ogni suo desiderio, ma in un altro tempo e in un altro mondo. Il padre di Diana scopre la relazione della figlia con Lalo, lo manda in esilio e rinchiude la giovane nel castello. Disperata, Diana sceglie di usare il braccialetto per andare alla ricerca dell'amato. Nel corso della sua avventura farà fronte alle proprie paure e intraprenderà un percorso di emancipazione.
Fiaba dark e folle, “Princesa Buro” riesce a colpire. Partendo in quarta con un mix di effetti speciali artigianali e digitali e con un montaggio rapido, cattura subito l'attenzione dello spettatore e non lo annoia per tutti i suoi 90 minuti di durata.
Ogni scena trasmette il piacere di fare cinema. Cristóbal León e Joaquín Cociña sperimentano continuamente con immagini, effetti artigianali, animazione e linguaggi diversi, dimostrando un entusiasmo contagioso verso il mezzo cinematografico. Lo fanno mostrando un'inventiva notevole e ricorrendo agli effetti digitali solo quando realmente necessario.
La vicenda narrata presenta alcuni richiami a Freud che emergono con forza nel finale. Un finale che, tuttavia, non mi ha convinto pienamente e che ho trovato troppo veloce.
Per alcuni aspetti “Princesa Buro” mi ha ricordato “Everything Everywhere All at Once”, vincitore dell'Oscar come miglior film nel 2022. L'opera di Cristóbal León e Joaquín Cociña riesce però a distinguersi grazie alla sua straordinaria artigianalità cinematografica.
Molto convincenti i tre (e praticamente unici) interpreti principali, Antonia Giesen, Andrew Bargsted e Francisco Melo. Non deve essere stato semplice dare credibilità ai loro personaggi in situazioni così assurde.
“Princesa Buro” non è un film per tutti. Nel corso della proiezione diverse persone hanno abbandonato la sala e ho sentito anche opinioni piuttosto negative. Personalmente, però, l'ho trovato un buon film, quasi fiero della sua natura da B movie, capace di divertire e, soprattutto, di trasmettere un autentico amore per la settima arte.
Dopo una rapida sosta a casa per cenare sono tornato in Piazza Grande.
L'atmosfera che si respira prima dell'inizio della proiezione è sempre affascinante: un intreccio di lingue diverse, racconti sui film appena visti, qualche discussione per conquistare i posti migliori, gli ospiti del Ring vestiti decisamente troppo eleganti per andare al cinema e la sera che lentamente lascia spazio alla notte. È un'esperienza che continua a sembrarmi unica.
Poi sono arrivate le 21.30 (diciamo 21.35) e le luci del palco si sono accese. Questa sera è stato consegnato il Leopard Club Award all'attrice francese Virginie Efira, che si è dimostrata simpatica e spontanea sul palco.
È poi salita la delegazione del primo film della serata, seguita dalla responsabile del restauro di Balla coi lupi (1990), secondo film in programma. Ho trovato particolarmente interessante sentir raccontare, seppur brevemente, il lavoro necessario per restituire nuova vita ai grandi classici del cinema.
Poi le luci si sono spente e il protagonista di Piazza Grande è tornato a essere l'unico e solo padrone di casa del Festival: il Pardo, che con il suo ruggito ha introdotto il film della serata.
ICH IST EIN ANDERER
Di Felix Randau
(Germania, Austria)
Autunno 1952. Su un treno diretto da Stoccolma a Oslo, la giornalista Hedda, accompagnata dal marito fotografo, intervista Felix Kersten, ex massaggiatore del capo delle SS Heinrich Himmler. Kersten sostiene di aver contribuito alla liberazione di migliaia di prigionieri dei campi di concentramento e di essere candidato al Premio Nobel per la Pace. Hedda, però, dubita delle sue parole. Il viaggio si trasforma così in una guerra psicologica tra due personaggi che nascondono molto più di quanto sembri.
“Ich ist ein anderer” è un buon thriller psicologico che coinvolge lo spettatore. Claes Bang e Valerie Pachner funzionano molto bene nei rispettivi ruoli e i duelli verbali tra i due sono sempre convincenti. Soprattutto Bang riesce a restituire tutte le sfumature di un personaggio complesso come Felix Kersten. I rispettivi coniugi sono invece meno approfonditi. Se da un lato comprendo la scelta di mantenere al centro dello scontro Hedda e Felix, dall'altro è difficile capire perché il marito della giornalista rimanga così poco sviluppato. Funziona meglio, invece, la moglie di Kersten, anche grazie a un'interpretazione convincente.
La sceneggiatura è ben bilanciata e costruisce alcuni momenti davvero efficaci, come il confronto tra i coniugi Kersten e Hedda sulle sue idee politiche. I personaggi rimangono costantemente in equilibrio su quel sottile confine tra normalità e malvagità.
La regia di Felix Randau non si perde in virtuosismi ed è sempre al servizio della storia, garantendo una notevole solidità tecnica. Ho notato soltanto alcune incoerenze di montaggio nei pochi momenti più dinamici del film, senza capire se fossero una scelta voluta oppure no.
Pur non aggiungendo nulla di realmente nuovo a un periodo storico raccontato innumerevoli volte dal cinema, “Ich ist ein anderer” riesce a coinvolgere e intrattenere. Forse è un'opera dalle ambizioni troppo raccolte per il grande schermo di Piazza Grande, ma perfettamente in linea con lo spirito di un festival cinematografico.
E con questo si chiude il racconto della mia terza giornata al Festival.
A domani con il Day 4 del Festival del film di Locarno.
Rimanete sintonizzati. 🙂