Il Day 2 di Locarno 79 si è da poco concluso ed eccomi qua a raccontarvi il meglio (o il peggio) di questa mia seconda giornata da festivaliero.
Il grande caldo continua ad affliggere la miriade di festivalieri che affolla le sale in giro per Locarno.
La mattina ho assistito alla Conversation con Isabella Rossellini allo Spazio Cinema. C'era parecchia gente. È stato un bel momento, durante il quale la grande attrice ha raccontato aneddoti della sua carriera così come delle sue passioni, in particolare quella per gli animali.
Ho seguito questa conversazione in una nuova veste, quella del giornalista. Al termine, infatti, ho scritto un articolo per TicinoOnline (lo trovate qui: https://www.tio.ch/ticino/attualita/1942324/rossellini-locarno). Li ringrazio per questa possibilità.
Dopodiché, in un FEVI piuttosto pieno, ho assistito alla prima proiezione del Concorso Internazionale.
MANHUNT
Di Wayne Wapeemukwa
(Canada)
Joey e Kit sono due amici che vivono in una cittadina di periferia canadese. Il primo lavora come commesso in un negozio di beneficenza e ha alle spalle una situazione familiare complessa, con una madre assente e un padre presente ma privo di qualsiasi senso di responsabilità. Il secondo sembra provenire da una situazione più stabile, ma fatica maggiormente a integrarsi. I due sono accomunati dalla passione per un videogioco violento e da una fascinazione per le armi, tanto da costruire con una stampante 3D un fucile. Si imbarcano così in un viaggio senza una meta ben precisa, alla ricerca di un senso nella loro vita. L'incontro con due sorelle austriache che stanno esplorando il Canada farà però esplodere la violenza in maniera inaspettata.
Al suo secondo lungometraggio, Wayne Wapeemukwa firma un'opera potente e convincente. Prendendo spunto da una caccia all'uomo realmente avvenuta in Canada nel 2019, il regista pone l'attenzione su un maschilismo tossico che sembra riguardare tanti giovani, non solo nella società canadese. Il film racconta una generazione di giovani uomini che fatica a trovare il proprio posto nel mondo di oggi e finisce per rifugiarsi in modelli fondati sulla supremazia maschile e sulla violenza, quella che oggi viene definita "incel culture". Joey e Kit ne sono due rappresentanti. Nel loro viaggio attraverso il Canada sceglieranno di far esplodere la violenza, facendo assumere progressivamente al paesaggio i contorni di un inferno.
Il regista dimostra di avere un'idea molto chiara di ciò che vuole raccontare e lo fa attraverso scelte di regia particolari ma perfettamente coerenti. Mi ha colpito, ad esempio, la decisione di non mostrare direttamente uno degli omicidi, scegliendo invece una serie di fermo immagine che richiamano il linguaggio dei videogiochi. Anche fotografia e montaggio risultano particolarmente curati.
I due giovani protagonisti, Harris Lowe e Landon Tunold, al loro esordio sul grande schermo, sono ottimi. Mettono in scena i loro personaggi con grande naturalezza e contribuiscono a dare profondità al rapporto tra Joey e Kit, fatto di continui insulti, codipendenza e forse anche di un sottotesto romantico.
Certo, Manhunt non è esente da difetti. Alcuni passaggi risultano eccessivamente criptici e finiscono per creare un po' di confusione. Ciononostante è un film potente, capace di colpire e di rimanere nella mente dello spettatore anche dopo l'uscita dalla sala.
Dopo la proiezione ho assistito al Q&A con la delegazione del film. È stato curioso poter ascoltare direttamente dal regista alcuni approfondimenti sugli aspetti più significativi dell'opera.
Poi è stato il momento di una nuova esperienza per me: un aperitivo dedicato ai giornalisti. Sono stato alla Lounge Campari vicino a Piazza Grande. È stata un'altra piccola occasione per vivere il Festival da una prospettiva diversa.
Dopo una breve sosta a casa per riprendermi dal grande caldo sono tornato in Piazza Grande.
Questa sera mi è sembrato ci fosse ancora più pubblico rispetto a ieri. Alle 21.30 le luci del palco si sono accese per una nuova serata di cinema.
Questa sera è stato assegnato il Premio Raimondo Rezzonico, finanziato dalla Città di Minusio e dedicato ogni anno a un produttore indipendente. A riceverlo è stato l'islandese Sigurjón "Joni" Sighvatsson. Un nome che forse dirà poco ai più, ma che nella sua carriera ha prodotto, con la Propaganda Films, serie come Twin Peaks e Beverly Hills 90210, videoclip di artisti di fama internazionale e i primi lavori di registi come Michael Bay, David Fincher, Zack Snyder e Spike Jonze, oltre a Cuore selvaggio di David Lynch, Palma d'Oro a Cannes nel 1990. Insomma, non proprio uno sconosciuto. L'uomo è apparso visibilmente emozionato nel ricevere il premio.
È poi salita sul palco la delegazione del film della serata.
Poi le luci si sono spente e il Pardo è tornato a ruggire.
ARMONY
Di Dario Albertini
(Italia)
Armony è un camionista al termine della sua carriera. Vive isolato, con pochi contatti, se non la vicina transgender Pamela, in una roulotte nei boschi. Un giorno riappare la sorella Iolanda, che non vedeva da venticinque anni. Gli racconta di avere una figlia e lo invita a casa sua per il compleanno della bambina. Dopo qualche titubanza, Armony accetta. I due sembrano riuscire a riallacciare i rapporti. Il giorno seguente, però, Iolanda scompare e l'uomo si ritrova improvvisamente a prendersi cura della nipote. Con il solo sostegno dell'amica Pamela e della vicina Jenny, farà di tutto per proteggerla quando i servizi sociali busseranno alla sua porta.
Armony è un film piacevole che trova il suo punto di forza nel personaggio principale e nell'interpretazione di Valerio Mastandrea, capace di dare umanità a un uomo ruvido ma profondamente fragile.
Il problema è che la sceneggiatura fatica a sostenere questa bella intuizione iniziale. Alcune idee, come la sequenza onirica presente nella prima parte del film, sembrano promettere uno sviluppo che l'opera abbandona quasi subito, lasciando la sensazione di un'intuizione rimasta incompiuta. Il film tende inoltre a spiegare molto attraverso i dialoghi, mostrando invece troppo poco.
L'opera si affida molto anche alla simpatia della piccola protagonista, che regala alcuni momenti sinceramente teneri insieme ad Armony. Tuttavia il personaggio della bambina alterna scene molto riuscite ad altre meno convincenti, soprattutto quando le vengono affidati dialoghi che difficilmente sembrano appartenere a una bambina della sua età. Spiace inoltre che i personaggi secondari, pur piacevoli, rimangano poco approfonditi. Anche l'interpretazione di Asia Argento, nel ruolo di Iolanda, non mi ha particolarmente convinto.
A pesare sul giudizio finale contribuisce anche un'intera sequenza nella parte conclusiva del film che appare completamente avulsa dal resto della narrazione e finisce per rallentarne il ritmo proprio nel momento in cui dovrebbe preparare il finale. E, a proposito di finale, pur essendo coerente con il percorso dei personaggi, l'ho trovato troppo facile e poco convincente.
Insomma, Armony è un film piacevole, sorretto soprattutto dall'interpretazione di Valerio Mastandrea e da alcuni momenti sinceramente emozionanti. Peccato che una sceneggiatura discontinua e alcune scelte narrative poco convincenti gli impediscano di lasciare davvero il segno.
E siamo giunti al termine di questo mio resoconto dal secondo giorno del Festival.
A domani con Day 3!