Anche questa seconda giornata al Locarno Film Festival si è conclusa. I festivalieri hanno risposto presente al ruggito del Pardo e affollano le sale.
La mia giornata è iniziata con una proiezione della sezione “Fuori Concorso”. Prima del film che vede come protagonista Lambert Wilson, il pubblico de La Sala ha intonato “buon complanno” per l’attore che oggi compiva gli anni. Che dire, al festival succede di tutto.
5 HECTARES
Di Émilie Deleuze
(Francia)
Franck è un integerrimo professore universitario di Parigi. Insieme alla moglie hostess ha recentemente acquistato un terreno di cinque ettari in campagna. L’uomo si aspetta di passare delle vacanze in un luogo tranquillo. Ma la sua idea si scontra con la realtà dei fatti quando inizia una faida con il vicino che lo accusa di essere solo uno di città. Franck si rende conto che per essere accettato in campagna deve acquistare un trattore. L’acquisto del mezzo meccanico porterà Franck ad una vera propria odissea nel mezzo del nulla…
Émilie Deleuze firma una commedia molto piacevole che trova il suo punto di forza nell’interpretazione di Lambert Wilson (presidente della giuria del concorso internazionale quest’anno al Festival). L’attore mette in scena un personaggio burbero, assurdo e convincente. La sceneggiatura bilancia adeguatamente le risate e denuncia la situazione in cui i contadini francesi si trovano ad oggi. Bello il finale. La regia è sicura è fa il suo lavoro.
“5 Hectares” è un buon film e sicuramente raggiungerà le sale cinematografiche francesi. Forse arriverà anche dalle nostre parti. Il lungometraggio si trova nella sezione “Fuori Concorso” ma sarebbe stato meglio vederlo nella programmazione di Piazza Grande. Magari come film d’apertura.
In seguito mi sono spostato al Fevi per i primi due film in corsa per il Pardo D’oro del “concorso internazionale”
ANIMAL
Di Sofia Exarchou
(Grecia, Austria, Romania, Cipro, Bulgaria)
Kalia è un animatrice in un albergo in Grecia. Lei e i suoi colleghi mettono in scena degli spettacoli per gli ospiti dove sfoderano le loro doti canore, di danza, sempre con un sorriso sul loro volto. Tuttavia quando il gruppo finisce la giornata lavorativa, i loro problemi e drammi personali emergono di prepotenza.
Sofia Exarchou porta lo spettatore dietro i lustrini e i sorrisi degli animatori insistendo sul binomio tra le luci che caratterizzano gli spettacoli dei suoi personaggi e i toni più scuri che denotano le loro vite personali. Ma il focus dell’opera è perlopiù sul personaggio di Kalia, messo in scena da una straordinaria Dimitra Vlagopoulou. Seguendo le sue vicende avvertiamo la fatica di dover sorridere continuamente davanti agli ospiti dell’albergo quando la sua vita personale è drammatica. Il suo arco narrativo è senza dubbio l’aspetto più convincente di “Animal”. La sceneggiatura è ben scritta ma cade in ripetizioni che non giovano al film nonché in alcuni passaggi forzati. Inoltre alcuni dettagli sembrano essere presenti soprattutto per riconoscere le nazioni che hanno finanziato il secondo lungometraggio della regista più che per un bisogno narrativo. Ciononostante “Animal” è un’opera complessa, convincente e rimane con lo spettatore anche quando lascia la sala.
YANNICK
Di Quentin Dupieux
(Francia)
A chi non è mai capitato di assistere ad uno spettacolo teatrale particolarmente noioso o proprio brutto e alla fine ha comunque applaudito educatamente perché le convenzioni sociali lo impongono? Penso tutti noi. Yannick (interpretato da un convincente Raphaël Quenard) sceglie di dire basta. Preso 7 giorni su 7 da un lavoro come guardiano notturno di un parcheggio ha preso un giorno di ferie e fatto un lungo viaggio con i mezzi pubblici per assistere a uno spettacolo teatrale che si dimostra terribile si ribella alle convenzioni sociali. Nel bel mezzo dello spettacolo si alza in piedi e ferma gli attori manifestando il proprio disappunto. L’entrata in scena di una pistola complicherà la situazione di Yannick, dei tre attori al centro della pièce teatrale e del resto del pubblico presente in sala..
Nelle note di regia il regista Quentin Dupieux dichiara in merito alla sua opera “Il 99% dei film sono noiosi. Questo no.”
“Yannick” è effettivamente un’opera divertente e trascinante che non concede un attimo di noia nei suoi 65 minuti di durata. Dupieux porta in scena una storia molto parlata che mette alla berlina la tendenza di molte persone ad uniformarsi nel giudicare un’opera d’arte, un film, uno spettacolo teatrale. “Yannick” si svolge quasi interamente nel teatro eppure Dupieux riesce a conferirgli un un dinamismo unico.
Mi rimane il dubbio se questo lungometraggio non sia un esercizio di stile fine a sé stesso. Ho notato un certo compiacimento da parte del regista in alcuni dialoghi e in alcune svolte narrative, come se Dupieux stesse impartendo una lezione dal suo piedistallo. Tuttavia è una riflessione personale che, probabilmente, lascia il tempo che trova.
In ogni modo “Yannick” è un buon film, una buona commedia, che grazie alla sua durata regala del buon cinema.
E dopo una giornata di sole, la pioggia è tornata su Locarno quindi anche per questa sera niente Piazza Grande per me ma Fevi.
Mi spiace constatare come l’organizzazione del Festival abbia ancora diverse difficoltà a gestire le serate di pioggia. Tuttavia ho trovato un buon posto e sono giunte in breve le 21.30 (in un Fevi veramente affollato).
Sul palco è salita la delegazione del film della serata “La voie royale”. Dopodiché è stata la volta del “Vision Award”. Quest’anno il Festival ha scelto di riconoscere la nobile arte del montaggio, fin troppo spesso dimenticata, premiando il montatore Pietro Scalia che vanta nella sua filmografia collaborazioni con registi come Ridley Scott, Michael Mann e Michael Bay.
In seguito le luci si sono spente (una luce del Fevi con un certo ritardo, solo in seguito all’urlo del pubblico “Luce!” si è spenta; succede anche questo al Festival) e il grande schermo si è illuminato.
LA VOIE ROYALE
Di Frédéric Mermoud
(Francia, Svizzera)
Sophie è una studentessa all’ultimo anno di liceo con una spiccata propensione per la matematica. Tuttavia la giovane non considera di seguire questa sua passione dopo lo scuola in quanto prevede di studiare scienze agrarie per poi aiutare la famiglia a gestire la loro fattoria. L’appoggio del suo insegnante di matematica la spingerà a cambiare idea ed a seguire il suo sogno di frequentare il Politecnico. Sophie si iscrive a una scuola che prepara gli studenti a frequentare le università più prestigiose e diventare parte dell’élite della Francia. La giovane si trova così alle prese con un programma accademico molto pesante e da una concorrenza spietata. Riuscirà a realizzare il suo sogno?
“La voie royale” è un bel film. Forte di un buon cast e di una convincente attrice protagonista, Frédéric Mermoud mette in scena una storia interessante che affronta il tema dell’educazione superiore onestamente, evidenziando come il carico di studio e la ricerca di una perfezione irrealizzabile possa avere conseguenze sulla salute mentale dei giovani. La regia è sicura ma la sceneggiatura, seppure interessante, presenta alcuni difetti e diverse forzature. Tuttavia non siamo di fronte a un lungometraggio che aspira ad essere un’opera d’arte. Certo, la sotto linea narrativa legata al fratello della protagonista alle prese con delle manifestazioni per protestare contro il governo che costringe gli allevatori di bestiame a situazioni drammatiche ha l’intento di denuncia. Ciononostante l’opera si focalizza sul percorso di Sophie. E il finale (piuttosto scontato) funziona più che bene.
Frédéric Mermoud firma quindi un buon film dopo il suo terribile “Moka” del 2016.
P.s: se state frequentando l’università oppure l’avete appena conclusa o la state per iniziare vi riconoscerete nelle vicende accademiche di Sophie.
E per oggi è tutto!
A domani (oggi) con il #day3 di #Locarno76
Rimanete con me amici di Luke’s world!