Tutte le cose belle, purtroppo, hanno una fine.
Oggi è stato il Day 11 di questa edizione del Locarno Film Festival, ovvero l'ultimo giorno. L'aria che si respirava per le vie di Locarno era diversa: tutto sembrava più tranquillo, molti festivalieri e ospiti erano già partiti e quella frenesia che aveva caratterizzato gli ultimi dieci giorni cominciava lentamente a scomparire. Il caldo, invece, era ancora lì. È stato uno sgradito compagno di tutti i festivalieri nel corso di questa edizione.
L’ultimo giorno del Festival è sinonimo di Palmarès. Questo pomeriggio ho quindi assistito alla cerimonia di premiazione al GranRex di Locarno. Sala piena e pubblico piuttosto generoso con gli applausi per i vincitori.
Come ogni anno, vedere tutti i film di una sezione è quasi impossibile, quindi mi è difficile esprimere un’opinione sul Palmarès con piena cognizione di causa. Posso però esprimere la mia opinione sui riconoscimenti assegnati ai film che ho visto.
Il Pardo d’oro al rumeno “You Don’t Belong Here” (Nu e locul tau aici) di Florin Șerban non mi ha entusiasmato. Come sapete, sono uscito dalla sala prima della fine del film e proprio per questo non posso dare un giudizio completo sull’opera. Non penso comunque che sia un brutto film: è un esempio di cinema rigoroso e freddo, caratterizzato da una recitazione per sottrazione, un ritmo estremamente dilatato e lunghe inquadrature fisse. La vicenda e lo sguardo sulla società rumena sono interessanti, ma personalmente ho trovato la visione sempre più estenuante.
È insomma quel tipo di cinema che viene spesso definito “da festival” e che difficilmente riesce a raggiungere un pubblico più ampio. Proprio per questo la scelta del Pardo d’oro non mi entusiasma, anche se spero naturalmente di sbagliarmi e che il film possa trovare una propria strada fuori dal circuito festivaliero.
Sono invece ben più contento del riconoscimento a Hong Sangsoo per il suo bel “Nowhere to Lay My Eyes” (Nun Dul Dega Eomne). Mi convince meno il premio assegnato anche a Kim Minhee. La sua interpretazione mi è piaciuta, ma l’attrice aveva già ricevuto lo stesso riconoscimento a Locarno appena due anni fa per “By the Stream”, sempre diretto da Hong Sangsoo. Considerando quanto recente fosse quel premio e le altre buone interpretazioni viste quest’anno nel Concorso Internazionale, avrei preferito che la giuria scegliesse di premiare un altro interprete.
A questo si aggiunge una tendenza delle giurie locarnesi che personalmente continuo a non condividere: concentrare più riconoscimenti sulla stessa opera quando i premi a disposizione sono già pochi.
Quest’anno sono così rimasti senza riconoscimenti film che avevo apprezzato molto: il duro “Manhunt”, il caotico e divertente “O Jacaré”, il folle e psicoanalitico “Princesa Burro” e l’imperfetto, eccessivamente complicato ma affascinante “The House on the Moon”.
Decisamente più difficile da comprendere, per me, il Pardo per la migliore interpretazione assegnato a Monica Bellucci per “Ketticé” di Giovanni Tortorici. Nella mia recensione avevo indicato la sua prova come uno degli elementi meno negativi di un film che avevo trovato disastroso, ma da qui a considerarla meritevole di uno dei due soli premi per l’interpretazione del Concorso Internazionale ce ne passa. Nel corso del Festival ho visto prove ben più convincenti, sia da parte di attori affermati sia di interpreti all’esordio. Non a caso, all’annuncio del suo nome, dal pubblico del GranRex è partita una breve risata sorpresa, prima che la sala si ricomponesse e applaudisse.
Personalmente, è uno dei riconoscimenti del Palmarès che faccio più fatica a comprendere.
Anche le due menzioni speciali per l’interpretazione mi hanno lasciato qualche perplessità. Non avendo visto “Violence du corps de l’autre”, non posso naturalmente giudicare la relativa interpretazione. Teodor Butănescu è invece senza dubbio convincente in “You Don’t Belong Here”, ma assegnare un ulteriore riconoscimento al film già vincitore del Pardo d’oro rafforza proprio quella concentrazione dei premi su pochi titoli che continuo a non condividere.
Più in generale, continuo a pensare che il Festival dovrebbe riflettere sul Pardo per la migliore interpretazione senza distinzione di genere e valutare un ritorno ai due riconoscimenti separati per interpretazione femminile e maschile. Ma forse sarebbe anche il momento di chiedersi se il Concorso Internazionale non abbia bisogno, più in generale, di qualche premio in più. Considerando il numero e la varietà dei film in gara, aumentare le possibilità di riconoscimento permetterebbe di valorizzare maggiormente le opere presentate.
Non ho invece visto il brasiliano “A Margem do Rio” (The Riverbank), che si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria, e quindi non posso dire la mia sul premio.
Per la sezione Cineasti del presente, avendo visto soltanto due film, posso dire ancora meno. Non mi ha comunque convinto pienamente il riconoscimento a Manal Issa per “L’estive” di Naël Khleifi e Lisa Debauche. In un’opera che avevo trovato complessivamente debole, anche la sua interpretazione non mi era sembrata particolarmente incisiva. Mi sono quindi chiesto quanto, nella scelta della giuria, possa aver pesato anche il significato politico dell’opera rispetto alla sola interpretazione. È però soltanto un’impressione personale: non avendo visto la maggior parte dei film della sezione, non ho gli elementi per stabilire se ci fossero interpretazioni più meritevoli.
Per Locarno Kids, quest’anno diventata una sezione competitiva, una giuria composta da giovani tra gli 11 e i 15 anni ha assegnato il premio al tedesco “Paradeisa” di Marleen Valien. Un riconoscimento secondo me meritato per un bel film.
Per quanto riguarda i Pardi di domani, ho visto soltanto tre cortometraggi e quindi, ancora una volta, non abbastanza per farmi un’idea complessiva della sezione. Seppur “Typhoon Mambo” non mi abbia convinto pienamente, mi ha fatto comunque piacere vedere il giovane regista ticinese Domenico Singha Pedroli portarsi a casa il Pardino d’oro per il miglior cortometraggio svizzero.
Come ogni anno il Palmarès fa discutere il pubblico. E anche questo fa parte del vivere il Festival.
Dopo la premiazione sono tornato a casa e, dopo una buona cena, è arrivato il momento di tornare in Piazza Grande per l'ultima volta in questa edizione.
È un momento del Festival che mi lascia sempre un po' di malinconia. Questa sera la Piazza era meno affollata rispetto alle serate precedenti e parte del Ring, la zona riservata al centro della Piazza, è stata aperta al pubblico.
Poco dopo le 21, davanti a una Piazza comunque ben popolata, è iniziata l'ultima serata. Come già accaduto alcune volte quest'anno, la presentatrice Sandy Altermatt ha salutato il pubblico direttamente dal tappeto rosso. Con lei c'era il sindaco di Locarno Nicola Pini, che ha rivolto un breve saluto alla Piazza.
È stato poi mostrato un best of della cerimonia di premiazione del pomeriggio e, al termine del video, Florin Șerban ha sfilato sul tappeto rosso con il Pardo d'oro appena conquistato.
Sul palco è stato quindi annunciato il vincitore del Prix du Public: “Frank & Louis” di Petra Volpe. Un premio, secondo me, più che meritato.
È stata poi la volta della delegazione di “Ni vue, ni connue”, film scelto per chiudere questa edizione del Festival. Tra loro anche Isabelle Huppert, che ha sfilato sul tappeto rosso con gli occhiali da sole nonostante fosse ormai sera. D'altronde, essere Isabelle Huppert avrà i suoi privilegi.
Prima della proiezione, Giona Nazzaro ha rivolto un ultimo breve saluto al pubblico.
Quest'anno la presidente del Festival Maja Hoffmann non è salita sul palco per dichiarare ufficialmente chiusa l'edizione e sono stati quindi Nazzaro e Sandy Altermatt a dare appuntamento al pubblico al 4 agosto 2027, quando Locarno tornerà per la sua 80ª edizione.
Le luci si sono spente e sul grande schermo è apparso il best of di Locarno 79. Non nego di essermi emozionato quando, alla fine, è comparsa la scritta “Locarno 80”.
E poi è arrivato lui. Il vero padrone di casa del Festival ha fatto sentire per l'ultima volta il suo ruggito in Piazza Grande, annunciando il film della serata prima di ritirarsi a riposare in attesa di poter tornare a reclamare ciò che è suo.
Buon riposo, Pardo. Te lo sei decisamente meritato. 🐆
NI VUE, NI CONNUE
Di Marc Fitoussi
(Francia, Belgio)
Corinne Maclou lavora come comparsa, convinta che prima o poi arriverà l'occasione per ottenere un vero ruolo e sfondare nel mondo del cinema. Determinata a farsi notare, distribuisce il proprio curriculum alle persone che incontra sui set. Quando conosce la celebre attrice Sandrine Kiberlain, pensa finalmente di aver trovato qualcuno in grado di aiutarla a entrare nel cinema che conta. Tra le due nasce un'amicizia, ma il rapporto nasconde un interesse reciproco: se Corinne spera che Sandrine possa aiutarla nella sua carriera, quest'ultima vede nella nuova amica un modo per riavvicinarsi alla vita reale e migliorare anche la propria recitazione.
“Ni vue, ni connue” è una simpatica commedia che guarda con un certo sarcasmo all'industria cinematografica francese. Attraverso la storia di Corinne, Marc Fitoussi racconta un mondo fatto di ambizioni, apparenze e rapporti nei quali non è sempre facile distinguere l'amicizia dall'interesse personale.
Isabelle Huppert si conferma ancora una volta una grande attrice e riesce a dare vita a una protagonista eccentrica e a tratti assurda, anche se soprattutto nella prima parte Corinne rischia di diventare quasi una macchietta. Funziona molto bene anche Sandrine Kiberlain, che interpreta una versione di sé stessa, e tra le due attrici c'è una buona chimica.
La scrittura di Fitoussi è intelligente e alcune battute funzionano molto bene, così come sono interessanti le riflessioni sull'industria cinematografica. Presentando il film in Piazza Grande, Giona Nazzaro ha evocato la commedia degli anni Trenta: un paragone che, personalmente, ho fatto fatica a ritrovare nel film. La sceneggiatura tende però a dilungarsi e alcuni passaggi rallentano inutilmente il ritmo, tanto che la durata finisce per togliere efficacia anche a momenti che, presi singolarmente, funzionano. È il caso di una scena verso il finale che ho apprezzato, ma che arriva senza tutta la forza che avrebbe potuto avere.
In alcuni momenti lo sguardo sul dietro le quinte dell'industria cinematografica può ricordare la serie TV “Dix pour cent” (Call My Agent!), e non sorprende considerando che Fitoussi ha diretto diversi episodi della serie francese. Anche l'ultima inquadratura gioca con la dimensione metacinematografica del film attraverso una gag che, però, ho trovato un po' troppo compiaciuta.
Insomma, “Ni vue, ni connue” è una commedia simpatica e intelligente, sostenuta soprattutto dall'ottima coppia formata da Isabelle Huppert e Sandrine Kiberlain. Peccato che una sceneggiatura troppo dilatata finisca per indebolire alcune delle sue intuizioni migliori. Con qualche taglio e un ritmo più sostenuto sarebbe stata una commedia decisamente più riuscita.
E così siamo arrivati davvero alla fine.
Undici giorni di film, corse da una sala all'altra, incontri, code, caldo, ventagli leopardati, applausi e qualche inevitabile delusione. Per undici giorni Locarno è stata ancora una volta casa del cinema e, come ogni anno, quando tutto finisce rimane una strana sensazione di vuoto.
Domani non ci sarà un programma da studiare, una proiezione da raggiungere o Piazza Grande in cui tornare la sera. Si torna alla vita normale. E forse è proprio questo a ricordarmi ogni anno quanto siano speciali questi undici giorni.
Adesso, però, c'è anche un bel po' di sonno da recuperare. 😴
Buonanotte Locarno 79.
Il Pardo ci ha già dato appuntamento al 4 agosto 2027 per Locarno 80.
Ci vediamo l'anno prossimo.
Con la stessa passione di sempre. 🐆🎬