Siamo da poco entrati nell’ultimo giorno di #Locarno78, il tempo è volato. Ma prima di pensare ai premi eccomi qui a raccontarvi delle mie visioni del Day10 .
La giornata di oggi è stata ancora molto calda e i festivalieri, ormai stanchi ma contenti, continuano la loro ricerca di buoni in film sale ben climatizzate.
Nel pomeriggio ho visto gli ultimi due film in corsa per il Pardo D’oro nella sezione “concorso internazionale”. Questi film sono arrivati dal Giappone che era da qualche anno che mancava dal concorso principale del Locarnofilmfestival.
TABI TO HIBI (Two Seasons, Two Strangers)
Di Sho Miyake
(Giappone)
Estate: un ragazzo e una ragazza si incontrano in una località costiera. Inverno: una sceneggiatrice in preda al blocco creativo trascorre le vacanze in una locanda gestita da un uomo con cui fatica a comunicare.
Ispirato ai manga di Yoshiharu Tsuge, "Tabi to Hibi" è un film dal ritmo riflessivo che esplora i rapporti umani. La parte estiva è narrata con fluidità e sostenuta da una fotografia luminosa e curata, nettamente più riuscita rispetto a quella della sezione invernale, che invece rallenta eccessivamente e lascia spazio a momenti di noia. Nonostante ciò, l’opera di Sho Miyake colpisce per la semplicità della messa in scena e per una gustosa componente metafilmica.
Ottime le interpretazioni delle due attrici protagoniste. Nel complesso, "Tabi to Hibi" è un buon film, non adatto a chi non ama i ritmi lenti, e che nella seconda parte perde un po’ di forza. La durata contenuta — meno di 90 minuti — ne rende comunque gradevole la visione, anche se rimane il dubbio che, se fosse stato un film d’animazione, avrebbe potuto essere ancora più affascinante.
YAKUSHIMA’S ILLUSION
Di Naomi Kawase
(Francia, Giappone, Belgio, Lussemburgo)
Corry è una dottoressa francese specializzata in trapianti cardiaci pediatrici. Dopo la morte del padre, si è trasferita in Giappone, dove si scontra con una sensibilità culturale che considera i trapianti di organi un argomento da evitare a tutti i costi, quasi un tabù. Corry fa di tutto per aiutare i suoi piccoli pazienti, costretti a rimanere in ospedale anche per anni in attesa di un organo che forse non arriverà mai. Nel frattempo, il suo fidanzato Jin, conosciuto sull’isola di Yakushima, scompare senza lasciare traccia. È diventato un “Johatsu”, termine giapponese che indica chi sceglie di sparire volontariamente per iniziare una nuova vita altrove. In Giappone, ogni anno si stima che circa 100.000 persone svaniscano così, tagliando ogni legame con la loro vita precedente.
All’ultima proiezione del concorso internazionale arriva un film bellissimo. Con una narrazione che alterna presente e passato, Naomi Kawase costruisce una storia che riflette sui rapporti umani e sul rapporto con la morte nella società giapponese — ma che, per la sua universalità, potrebbe riguardare qualsiasi paese. La regista mette in luce come, nella cultura giapponese, il desiderio di non recare disturbo agli altri possa spingere i genitori di bambini in attesa di trapianto a vivere il loro bisogno quasi con vergogna, anche quando è questione di vita o di morte.
L’attenzione e la delicatezza con cui Kawase racconta le storie dei piccoli pazienti colpiscono al cuore. Anche la linea narrativa legata a Jin, che sul finale si intreccia a quella professionale della protagonista, è convincente: la sua scomparsa è una perdita devastante che priva Corry di un sostegno affettivo, rendendo ancora più evidente la solitudine e lo smarrimento di chi rimane senza alcuna risposta.
"Yakushima's Illusion" è un’opera drammatica e struggente, che rimane impressa ben oltre l’uscita dalla sala. Lo spettatore più sensibile potrebbe rimanere turbato dalla scena finale dell’operazione a cuore aperto, mostrata quasi senza filtri, ma questo non toglie nulla alla potenza di un film che rimane dentro a lungo.
Per me, tra i titoli più belli di questo Festival.
E poi è arrivata la sera, e con lei il momento di tornare in Piazza Grande per la penultima volta del Festival. Con quella malinconia che arriva quando un evento così bello si avvicina alla fine, sono entrato in Piazza.
Alle 21.30, davanti a un pubblico numeroso per un film iraniano, le luci del palco si sono accese. È stato premiato Alexander Payne, grande regista americano, autore di "The Holdovers" — un film splendido che vi consiglio vivamente.
Subito dopo è salito Jafar Panahi, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Più volte imprigionato in patria per aver espresso opinioni contrarie al regime, ha raccontato storie legate al suo film e non solo, davvero interessanti. Con lui, sul palco, anche l’amico Mohammad Rasoulof, regista de "Il seme del fico sacro", presentato l’anno scorso proprio qui in Piazza Grande.
Poi le luci si sono spente, lo schermo si è illuminato e il Pardo è tornato a ruggire.
UN SIMPLE ACCIDENT (It was just an accident)
Di Jafar Panahi
(Iran, Francia, Lussemburgo)
Di notte, una famiglia sta viaggiando in auto quando, per un tragico incidente, investe un cane. Poco dopo l’auto si guasta e sono costretti a fermarsi davanti all’officina di Vahid. L’uomo riconosce immediatamente nel padre della famiglia il suo ex carceriere, l’uomo che lo ha torturato per anni. Il giorno seguente, spinto dall’istinto, lo rapisce per vendicarsi. Ma presto un dubbio lo assale: e se quell’uomo non fosse davvero chi crede? Durante le torture, infatti, Vahid era sempre bendato. Per avere conferme, contatta altre vittime dello stesso torturatore, dando inizio a una catena di eventi sempre più incontrollabili.
Girato in segretezza in Iran per evitare arresti e censure, l’ultimo film di Jafar Panahi è un’opera intensa e lucida. Partendo da una trama lineare ma carica di tensione, il regista iraniano dissidente intreccia dramma e sottili tocchi di ironia, riflettendo sul senso della vendetta e sul rischio di diventare simili ai propri aguzzini. I protagonisti sono ben scritti e interpretati, anche se alcuni personaggi scompaiono dalla scena senza ulteriori sviluppi, e questo è un peccato.
“Un simple accident” mantiene viva la tensione fino al termine, con un finale buono e un’ultima scena fantastica: aperta, ambigua e priva di risposte, ma proprio per questo incisiva.
E anche per oggi è tutto amici di Luke’s world!
Domani verranno assegnati i premi di questa edizione del Festival. Speriamo che le giurie abbiano lavorato bene e che riconoscano le opere migliori. In serata verrà poi annunciato il premio del pubblico.
Adesso il vostro festivaliero preferito va a riposare e sarà pronto per dirvi la sua sul palmares di questa edizione del festival e sul film di chiusura nel resoconto del Day11 del Locarno Film Festival
Rimanete sintonizzati!