Questa edizione numero 73 del Locarno Film Festival è un'edizione, vista la situazione mondiale difficile, più piccola rispetto al solito. Niente Piazza Grande, niente Red carpet, niente concorso internazionale, niente registi e attori ad accompagnare i film (a parte rarissime eccezioni). Cosa rimane vi domanderete amici di Luke's world del Festival? I film. Quelli ci sono. In numero nettamente minore rispetto agli altri anni ma ci sono.
Dopo essermi perso la cerimonia di apertura di mercoledì 5 agosto causa sold out della sala, oggi (6 agosto) è stata la mia prima giornata da festivaliero.
Alle 17.40 ho rimesso piede in una sala cinematografica dove lunghi mesi di assenza forzata. È stato bello. Già solo prendere posto. Si può dire tutto ma nulla batte l'esperienza di visione di un film in una sala.
Quest'anno ci sono solo 3 sale attive per il Festival: il GranRex, la sala 1 del Palacinema e il Palavideo (il Palazzo dei congressi di Muralto). Tutte e tre che possono accogliere solo la metà degli spettatori che solitamente troverebbero posto.
Comunque, tornando ai film, la mia avventura a #Locarno2020 è iniziata con un lungometraggio della sezione di "Open Doors", la sezione dedicata alle cinematografie dei paesi emergenti, poco conosciute al grande pubblico. Dopo una (interminabile) introduzione da parte del presidente del festival, della direttrice e del coordinatore della sezione (con un simpatico intervento telefonico della regista del film in diretta da New York) è calato il buio in sala.
Il pardo è tornato a ruggire.
Il titolo del lungometraggio è "Made in Bangladesh" della regista Rubaiyat Hossain.
Qui la trama come riportata sul sito del festival (https://www.locarnofestival.ch/.../Made-in-Bangladesh...):
"Shimu ha 23 anni e lavora in una fabbrica di abbigliamento di Dacca, in Bangladesh. Stanca delle massacranti condizioni di lavoro, decide di organizzare un sindacato con le colleghe. Nonostante le minacce della direzione e il dissenso del marito, Shimu è determinata ad andare avanti. Unite nella lotta le donne possono vincere."
Il lungometraggio convince. La storia di Shimu e delle sue colleghe coinvolge. La mano della regista è sicura.
I fatti narrati nel film sono ispirati ad eventi realmente accaduti nel 2013. Un buonissimo film.
Qui di seguito il trailer del film:
In seguito, è stata la volta del primo "gruppo" dei cortometraggi in concorso per i Pardi di Domani (qui le trame e i trailer: https://www.locarnofestival.ch/.../pardi_di_domani_1.html). Ne erano programmati 5. Il primo, un confuso e super noioso documentario che presenta la raccolta della canna da zucchero in Senegal. La tentazione di lasciare la sala si è già fatta sentire ma mi sono detto "è il primo giorno di festival, posso sopportare". In seguito è stata la volta di un corto dal Rwanda che, nonostante le buone intenzioni, non lascia il segno e mostra diverse debolezze. È seguito poi un corto dalle Filippine, 19 fastidiosi e confusi minuti di una trama fin troppo intricata. Poi, finalmente, è stata la volta di un buon cortometraggio, dall'Iran. Questa la trama dal sito del festival: "Roya, una ragazza con una voglia gialla sul viso, percepisce improvvisamente nella propria vita i segnali di una vera giraffa. Questo comincia a trasformare la sua esistenza." Dodici minuti che colpiscono. La regia è sicura, così come la fotografia. Un serio candidato al pardino d'oro? A concludere il "gruppo" di corti è stato un corto kazako. Vengono poste delle basi interessanti ma il finale (che ammetto non aver subito capito) giunge troppo presto. Peccato.