SCARICA L'APP GRATUITA
UN’ISTITUZIONE STORICA CON ALLA GUIDA UN UOMO LUNGIMIRANTE:
LA VISIONE DEL C.TE GENERALE LUONGO
09/07/2026
C'è un momento nella storia di ogni grande Istituzione in cui diventa necessario evolversi senza perdere la propria identità. È quello che, oggi, sembra stia vivendo l'Arma dei Carabinieri.
Grazie alla guida del Comandante Generale dell'Arma, il Generale Salvatore Luongo, la Benemerita sta attraversando una fase di profondo rinnovamento. Ufficiale di grande esperienza, di straordinaria autorevolezza e di riconosciute qualità umane e professionali, Luongo sta imprimendo all'Istituzione una direzione chiara, moderna e coraggiosa. Un comandante capace di unire visione strategica, equilibrio e profondo senso dello Stato, senza mai perdere di vista ciò che rende l'Arma un simbolo assoluto di dedizione, disciplina e vicinanza ai cittadini.
L'ammodernamento in corso non rinnega la gloriosa tradizione che da oltre due secoli rende l'Arma uno dei simboli più amati della Nazione, ma la proietta con decisione nel futuro. E in questo percorso il Generale Luongo si sta distinguendo per lucidità, fermezza e capacità di interpretare il cambiamento con intelligenza istituzionale, dimostrando di essere un comandante all'altezza di una delle realtà più prestigiose del Paese.
L'Arma sta abbandonando quelle rigidità organizzative che, in alcuni casi, finivano per limitare l'efficienza operativa, adottando una visione più moderna, dinamica e vicina alle esigenze del territorio. Ma il cambiamento non è soltanto logistico: è anche culturale e comunicativo.
I numerosi video diffusi sui social hanno restituito ai cittadini un'Arma più vicina alla gente, capace di raccontarsi senza perdere autorevolezza.
Un modo nuovo di comunicare che ha riacceso quel rapporto di fiducia che, storicamente, ha sempre legato il popolo italiano ai propri Carabinieri.
Il Carabiniere è sempre stato visto come un punto di riferimento, un esempio di disciplina, coraggio e spirito di sacrificio. Un servitore dello Stato pronto a mettere a rischio la propria vita per difendere quella degli altri. Per questo l'Arma ha sempre riscosso rispetto non solo tra i cittadini onesti, ma persino da chi sceglieva di vivere nell'illegalità, perché ha sempre operato nel rispetto della legge, dell'onore e della dignità umana.
Oggi il Generale Luongo sembra voler rafforzare proprio questi valori, svecchiando l'Istituzione senza snaturarla. Un comandante lungimirante, stimato e profondamente rispettato, che dimostra di tenere all'Arma con autentico senso di appartenenza e con una visione alta del servizio al Paese. La sua leadership appare improntata non solo all'efficienza, ma anche alla valorizzazione del personale, alla crescita professionale dei militari e al rafforzamento del legame con i cittadini. Un percorso che investe l'organizzazione, la formazione e una diversa concezione del servizio, sempre più efficace, moderna e vicina alla comunità.
L'Arma è nata come l'Arma della gente, per la gente. E oggi quella Fiamma sembra brillare ancora più intensamente, anche grazie alla guida solida, illuminata e autorevole del Generale Luongo.
A conferma di questo percorso di modernizzazione, nei prossimi mesi il Comando Generale starebbe avviando una riorganizzazione delle stazioni territoriali. L'obiettivo sarebbe quello di trasformare molte caserme in stazioni "residenziali", mantenendo un presidio stabile sul territorio e concentrando parte del personale nelle stazioni "operative", così da creare pattuglie più numerose, specializzate e in grado di garantire una presenza ancora più efficace, con una migliore copertura del territorio e una risposta più rapida alle esigenze dei cittadini.
Fonte: Presidente MST Dott. Donato Allocca
NAPOLI: TRA LUCE E OMBRE
03/07/2026
Napoli sta cambiando. Negli ultimi anni la città ha dimostrato di essere capace di accogliere milioni di turisti, mettendo finalmente in mostra le proprie meraviglie. Sembra quasi una vecchia commerciante che, con orgoglio e meticolosità, espone sulla propria bancarella di mercato gli articoli migliori, quelli più preziosi, quelli che per troppo tempo erano rimasti nascosti agli occhi del mondo. Vicoli un tempo degradati, che facevano paura anche solo a nominarli, oggi sono diventati mete turistiche ricercate. Il folclore napoletano è tornato protagonista, opere d'arte quasi dimenticate nei musei hanno ripreso a splendere grazie al rinnovato interesse dei visitatori, mentre intere strade sono state restituite al passeggio, allo "struscio", come da tradizione nella città della Dea Partenope.
Diciamolo chiaramente. La Napoli che per decenni veniva disprezzata, additata come la città più indisciplinata d'Italia, considerata da molti l'incubatrice della delinquenza giovanile, la mamma della malavita, il palcoscenico della vita di strada e persino la capitale dell'arrangiarsi e del "s'è sempre fatto così", oggi sembra aver voltato pagina. Quel marchio infamante, almeno in parte, appartiene al passato e questo non può che rappresentare un motivo di orgoglio per tutti coloro che si sono rimboccati le maniche, lavorando con sacrificio affinché Napoli potesse rinascere. Ma c'è un "ma". Un "ma" che pesa come un macigno. Perché, nonostante i passi avanti, c'è ancora chi non ha compreso che Napoli è parte integrante dell'Italia e non uno Stato a sé, con leggi proprie, regole di strada e norme ignorate. Ancora oggi si continua ad assistere a tragedie che vedono adolescenti perdere la vita o trasformarsi in assassini giocando a fare i grandi con pistole recuperate chissà dove.
Viene quasi da domandarsi se sia ormai più facile procurarsi una dose di droga o un'arma da fuoco piuttosto che un libro capace di colmare le lacune scolastiche e costruire un futuro diverso. E non finisce qui. Sui social continuano a comparire video di soggetti indefinibili che scorrazzano sugli scooter sparando all'impazzata per le strade o addirittura mostrando e utilizzando mitra come fossero oggetti qualsiasi. Restano inoltre le ormai tristemente note piazze di spaccio, vere e proprie zone off-limits che continuano a rappresentare una ferita aperta per la città. A questo punto la domanda nasce spontanea: dove siamo arrivati? E soprattutto, dove sono le forze dell'ordine? Sia chiaro: nessuno può ignorare gli enormi sacrifici quotidiani compiuti da donne e uomini in divisa, che ogni giorno rischiano la propria vita per contrastare il fenomeno criminale. Ma la sensazione che molti cittadini avvertono è che, nonostante il loro impegno, il fenomeno delinquenziale continui a lasciare risultati ancora insufficienti.
Gran parte delle pattuglie e dei presidi, infatti, sono spesso concentrate nel cosiddetto salotto buono della città, nelle zone maggiormente interessate dall'immagine turistica, quasi a voler mostrare una Napoli perfetta, una facciata impeccabile da offrire come specchietto per le allodole a chi arriva da fuori. Che Napoli sia cambiata è fuori discussione. Ma è altrettanto vero che questo cambiamento, almeno sotto il profilo della mentalità e del rispetto delle regole, non riguarda ancora tutti. Esiste ancora una parte della popolazione che continua a vivere secondo logiche anticonformiste, ignorando il rispetto della convivenza civile e della società. Una mentalità che troppo spesso finisce per emarginare gli stessi napoletani quando decidono di trascorrere una giornata in montagna o di visitare altri centri turistici, dove basta la presenza di alcune comitive particolarmente rumorose e indisciplinate per alimentare pregiudizi verso un intero popolo.Per fortuna non tutti sono così. Ma è innegabile che siano proprio coloro che fanno più rumore, che attirano maggiormente l'attenzione con atteggiamenti incivili e maleducati, a finire sotto i riflettori, puntando ancora una volta il dito contro Napoli. Il partenopeo rispettoso esiste, eccome. Esistono famiglie educate, lavoratori onesti, giovani che studiano e persone che amano profondamente la propria città.
Esistono anche politici che ogni giorno, anche a proprio rischio, si impegnano nelle strade per sensibilizzare le coscienze di certi "cuozzi", nella speranza di cambiare una mentalità che ancora oggi rappresenta uno degli ostacoli più grandi alla completa rinascita della città. Il lavoro di pulizia culturale e sociale sarà lungo. Forse lunghissimo. Forse serviranno generazioni prima che certi comportamenti appartengano definitivamente al passato. Nel frattempo, con l'arrivo dell'estate, migliaia di persone partiranno verso le località turistiche italiane e, in particolare, verso quelle della Calabria. Tra loro ci saranno cittadini esemplari, ma purtroppo anche gruppi che continueranno a esportare indisciplina, maleducazione e mancanza di rispetto verso le persone e i luoghi che li ospitano, contribuendo ad alimentare stereotipi che danneggiano l'immagine di un'intera città. Napoli merita di essere ricordata per la sua storia, per la sua cultura, per la sua arte, per il suo popolo migliore e per la sua straordinaria capacità di rinascere.
Per questo chi ama davvero la Dea Partenope non può abbassare la testa. Deve continuare a denunciare ciò che non funziona, a pretendere il rispetto delle regole e a difendere quella parte sana della città che ogni giorno lavora in silenzio. Solo allora Napoli potrà brillare davvero, in tutta la sua immensa e straordinaria bellezza.
Fonte: Presidente MST Donato Allocca
NON ESISTE PIU' MARIO ROSSI
Non esiste più Mario Rossi.Sin da piccoli, nell’Italia di una volta, si studiava la lingua italiana e la grammatica avendo sempre in ogni esempio e come punto di riferimento il famoso sig. Mario Rossi. Chi non ha mai sentito il suo nome almeno una volta in un esempio? Simbolo del classico italiano. Ma oggi sembra che quel famoso Mario Rossi sia scomparso, sostituito da un non italiano Mohammed o cose similari. Come già in Gran Bretagna, dove Mohammed (e le sue varianti) è diventato il nome più diffuso tra i neonati maschi, superando persino Noah. O in Francia, dove nomi come Mohamed registrano una crescita esplosiva (+127% in venticinque anni) e dominano in molte periferie e grandi città, mentre i classici francesi vengono spinti ai margini. E lo stesso avviene in tante altre città europee: da Bruxelles ad Amsterdam, da Londra a Malmö, dove il “Mario Rossi” autoctono è stato cancellato dai citofoni, dalle aule scolastiche e dalle statistiche per far posto a chi nella nostra cultura e nel nostro tessuto sociale si è inserito solo da poco, ma prendendo già ampio spazio.
È preoccupante come in così poco tempo, negli ultimi decenni, si sia arrivati a cancellare quel Mario Rossi che tanto si trovava negli esempi per bambini, o più semplicemente nei citofoni dei palazzi. Di come una cultura non appartenente a noi ci abbia cambiato nell’ossatura, partendo da queste piccole – anche se non lo sono – cose. Di come abbia potuto cancellare la storicità di quei nomi, che hanno segnato secoli di appartenenza alla nostra nazione, per dar spazio al recente invasore e di come sia stata cancellata quindi l’antecedente. Secoli in cui in Italia, Francia, Gran Bretagna e in altri paesi europei i nomi nazionali – Pierre, John, Hans, Giuseppe, Mario – rappresentavano l’identità profonda di popoli che avevano costruito cattedrali, combattuto guerre e forgiato una civiltà. Oggi quei nomi vengono usurpati nelle statistiche demografiche, sostituiti da un’onda che non si limita ai libri di testo ma invade le strade, le scuole, i quartieri. È il segnale visibile di una sostituzione etnica e culturale in atto: non un’arricchimento, ma una cancellazione progressiva.Questo non è folklore o nostalgia. È il termometro di una nazione che sta perdendo se stessa. Quando il simbolo dell’italiano medio scompare, significa che si stanno educando nuove generazioni a considerare “normale” un’Italia diversa, ibridata, sradicata. Quando i citofoni si riempiono di nomi stranieri mentre gli italiani autoctoni invecchiano e diminuiscono, significa che il cambio di popolazione è già avanzato. Non è casuale: è il risultato di politiche di immigrazione di massa incontrollata, di una sinistra disfattista globalista che odia le radici nazionali. Mario Rossi non è solo un nome. È l’emblema di un’Italia che fu sovrana nella sua identità, fiera della sua storia, gelosa della sua gente. Ripristinarlo nei libri, nei discorsi, nella realtà quotidiana non è un vezzo: è un atto di resistenza. Perché un popolo che rinuncia ai propri nomi rinuncia al proprio futuro. È ora di svegliarsi. Prima che anche l’ultimo Mario Rossi diventi solo un ricordo sbiadito sui libri di storia che nessuno leggerà più.
Fonte: Coordinatore Nazionale MST
LAZIO, SVOLTA SUL WELFARE: SUPERATA LA LEGGE DEL 2003
Il nuovo assetto dei servizi socioassistenziali approvato dalla Regione Lazio rappresenta un passaggio che va letto con chiarezza politica prima ancora che tecnica. Dopo oltre vent’anni di immobilismo normativo, si interviene su un settore
che per troppo tempo è stato lasciato a logiche frammentate, disomogenee e spesso condizionate più dalla burocrazia che dall’effettivo bisogno delle persone. La riforma voluta dall’assessorato all’inclusione sociale e sostenuta dalla Presidenza regionale introduce un principio che, in termini concreti, segna un cambio di impostazione: l’idea che l’assistenza non possa più essere solo gestione dell’emergenza o semplice collocazione in struttura, ma debba tornare a essere presa in carico reale,
ordinata, controllata e soprattutto territoriale. Un modello che supera l’improvvisazione accumulata negli anni e tenta di ricostruire una catena di responsabilità chiara tra Regione, enti gestori e servizi locali. Non si tratta di un intervento marginale. Il riordino delle autorizzazioni, dei criteri di accreditamento e
dei sistemi di vigilanza rimette al centro un tema spesso eluso: la qualità dei servizi non può essere lasciata a interpretazioni locali o a prassi consolidate ma mai verificate. Dove si erogano prestazioni sociali e sanitarie devono esistere regole uniformi, controlli effettivi e standard minimi non negoziabili. Altro elemento rilevante
è il superamento della logica esclusivamente residenziale, che per anni ha rappresentato una risposta automatica e spesso insufficiente alla fragilità sociale. L’introduzione di modelli più dinamici come l’assistenza domiciliare integrata, i percorsi di
semi-autonomia e le soluzioni abitative assistite indica una direzione precisa: meno istituzionalizzazione, più responsabilizzazione dei percorsi individuali, più presenza sul territorio e meno concentrazione in strutture chiuse. È un cambio di paradigma che, letto in chiave politica, rompe con una visione assistenzialista statica e apre a un modello più ordinato e sostenibile, dove la persona viene seguita nel proprio contesto e non separata da esso. Un’impostazione che richiede però anche
rigore nell’attuazione, capacità amministrativa e soprattutto controllo continuo, perché ogni riforma senza esecuzione rischia di restare solo dichiarazione di intenti. In questo quadro, il richiamo alla semplificazione burocratica non è secondario.
Per troppo tempo gli operatori del settore hanno dovuto muoversi dentro un sistema complesso, stratificato e poco leggibile. Ridurre i livelli di incertezza normativa significa anche restituire efficienza e rendere il sistema meno vulnerabile a disfunzioni e disparità territoriali. Resta un punto centrale: la credibilità di questa
riforma si misurerà esclusivamente nella sua applicazione concreta. Le leggi, da sole, non cambiano i sistemi. Lo fanno solo quando trovano amministrazioni capaci di tradurle in servizi reali, controllabili e accessibili. È su questo terreno che si giocherà la vera partita del welfare regionale nei prossimi anni.UnaUna direzione è stata tracciata. Ora serve coerenza, disciplina amministrativa e una visione che non torni indietro.
Fonte: Referente MST 1^ Sez. Roma Edda Cacchioni
CRESCITA O DISTRUZIONE
Sempre più spesso si apprende dell'avanzata di Futuro Nazionale, il nuovo partito politico guidato dall'onorevole Roberto Vannacci, posizionato ideologicamente a destra e definito dallo stesso fondatore come espressione di una destra "pura".
La sua ascesa politica è iniziata all'interno della Lega, dove ricopriva il ruolo di vicesegretario. Successivamente, per una scelta strategica ben precisa, ha deciso di creare un proprio partito politico, separandosi dalla formazione che lo aveva portato ai vertici della politica nazionale. Fin qui nulla di anomalo. La politica è fatta di scelte, percorsi e nuove sfide.
Ciò che però sta attirando l'attenzione di molti osservatori è il fatto che insieme a lui abbiano iniziato a lasciare le rispettive appartenenze numerosi militanti, amministratori e dirigenti provenienti non solo dalla Lega, ma anche da Fratelli d'Italia e Forza Italia. Un fenomeno che continua a crescere e che sta modificando gli equilibri dell'area di centrodestra.
La strategia dell'onorevole Vannacci appare chiara. Costruire una nuova forza politica capace di imporsi nel panorama nazionale, raccogliendo uomini, idee e consenso da partiti già esistenti.
Una strategia che ricorda, per metodo e determinazione, una vera e propria operazione di posizionamento. Del resto, il suo passato da alto ufficiale dell'Esercito gli ha certamente fornito conoscenze ed esperienza nella pianificazione e nell'organizzazione strategica.
Nessuno mette in dubbio le capacità dell'onorevole Vannacci.
Nessuno mette in dubbio la sua determinazione.
Nessuno mette in dubbio che stia riuscendo a fare crescere rapidamente il proprio progetto politico.
Tuttavia occorre guardare anche alle conseguenze di questa crescita.
Ogni adesione a Futuro Nazionale corrisponde infatti a un indebolimento numerico e politico di altre forze della destra italiana. Ogni dirigente che lascia il proprio partito per aderire al nuovo progetto contribuisce inevitabilmente a sottrarre energie e consenso a chi oggi sostiene il governo nazionale.
Ed è proprio questo il punto centrale della questione.
Questo comportamento forse non sarebbe oggetto di particolare attenzione se non stesse causando un progressivo indebolimento della destra italiana, favorendo indirettamente la sinistra e il suo cosiddetto campo largo che, seppur non ispiri fiducia a molti cittadini per le sue evidenti lacune politiche e per una visione spesso giudicata inaffidabile, potrebbe comunque ottenere un significativo consenso proprio grazie alla divisione del fronte opposto.
Mentre il centrodestra rischia di frammentarsi in una competizione interna sempre più accesa, la sinistra osserva e attende.
E quando una coalizione si divide, storicamente il vantaggio va quasi sempre all'avversario politico.
Per il momento la strategia dell'onorevole Vannacci sembra essere quella di concorrere da solo, costruendo una forza autonoma e distinta dagli altri partiti del centrodestra. Una scelta che porta molti a interrogarsi sulle reali finalità del progetto.
Potrebbe trattarsi di una legittima volontà di dimostrare la capacità di far crescere dal nulla una nuova forza politica. Potrebbe essere una rivincita personale. Potrebbe essere una dimostrazione di orgoglio politico. Oppure potrebbe rappresentare una fase temporanea destinata a concludersi con future alleanze da una posizione di maggiore forza contrattuale.
Quel che è certo è che la sua capacità di stratega politico è sotto gli occhi di tutti e viene riconosciuta anche da chi non condivide pienamente il suo percorso. Ma a quale prezzo?
Perché se il risultato finale dovesse essere la consegna del governo nazionale nelle mani di una sinistra disfattista, allora il bilancio politico di questa operazione dovrebbe essere valutato con estrema attenzione. Molti lo seguono ad occhi chiusi.
Molti ne apprezzano le idee. Molti vedono in lui una figura capace di riportare identità e valori al centro del dibattito politico. Altri invece iniziano a manifestare perplessità e compiono un passo indietro, temendo che la crescita di un nuovo partito possa tradursi nell'indebolimento dell'intero schieramento di destra.
La strategia per crescere e posizionarsi è certamente efficace.
Le capacità dell'onorevole Vannacci sono evidenti. Le idee proposte meritano rispetto e attenzione.
Tuttavia l'Italia ha bisogno soprattutto di stabilità, forza politica, crescita economica, tutela del lavoro, difesa della dignità nazionale e continuità amministrativa. Ha bisogno di risultati concreti.
Ha bisogno di una destra forte e compatta. Ha bisogno di valori, identità ed economia. Non soltanto di strategie dimostrative.
Il Movimento Stella Tricolore osserva con attenzione questa fase politica senza prendere parte a polemiche, personalismi, guerre interne o scontri tra forze che dovrebbero condividere obiettivi comuni.
Dal canto nostro continueremo a portare avanti instancabilmente il nostro programma politico e sociale nell'esclusivo interesse del popolo italiano, come stiamo già dimostrando ogni giorno sul territorio.
Continueremo a mantenere le distanze da inutili guerre tra poveri e da conflitti interni che non portano alcun beneficio ai cittadini.
Sarà il tempo a stabilire se quella di Futuro Nazionale sarà ricordata come una straordinaria crescita politica o come una delle cause della frammentazione della destra italiana.
Noi continueremo a lavorare per l'Italia e per gli italiani.
Fonte: Presidente MST
ACQUAPPESA (CS): I CITTADINI INDIGNATI SI RIVOLGONO ALLO SPORTELLO “GIUSTIZIA GLOBALE E DIRITTI UMANI” DEL MOVIMENTO STELLA TRICOLORE
È stata resa nota dal Primo Cittadino di Acquappesa la comunicazione relativa all’autorizzazione concessa dalla Regione Calabria per l’abbattimento di cinghiali, misura adottata nell’ambito delle attività di contenimento dell’emergenza faunistica e in vista dell’approssimarsi della stagione estiva.
Un provvedimento che, pur inserendosi nel quadro delle competenze e delle procedure previste dalla normativa vigente, ha dato origine ad una vicenda che nelle ultime ore ha suscitato forte indignazione tra numerosi cittadini.
Alla redazione del bollettino informativo online “L’Italia s’è desta” e allo sportello gratuito online “Giustizia Globale e Diritti Umani”, entrambi da poco inaugurati e promossi dal Movimento Stella Tricolore per dare ulteriore voce e dignità al popolo, sono infatti pervenute numerose segnalazioni da parte di cittadini che hanno manifestato il proprio disappunto per il comportamento tenuto da un componente dell’Amministrazione Comunale in carica.
Secondo quanto riferito, successivamente all’abbattimento autorizzato, sarebbe stata diffusa una fotografia nella quale compare accanto all’animale abbattuto, foto da noi pixelata, a differenza dell'originale postata in rete; dove era ben visibile il volto del politico locale. Sebbene l’esemplare risultasse coperto e non direttamente visibile, la modalità della rappresentazione e il contesto della pubblicazione sono stati percepiti da molti cittadini come una sorta di esposizione celebrativa o di “trofeo”, generando sdegno, perplessità e numerose critiche.
La questione, è bene precisarlo, non riguarda la legittimità del provvedimento autorizzato dalla Regione Calabria, bensì l’opportunità del comportamento tenuto da chi ricopre un ruolo pubblico e istituzionale. Chi rappresenta le istituzioni è chiamato infatti ad esercitare le proprie funzioni con equilibrio, sobrietà, senso della misura e rispetto della sensibilità collettiva, soprattutto quando si affrontano temi che inevitabilmente dividono l’opinione pubblica.
Particolarmente significativo appare il fatto che l’attenzione dei cittadini si sia rapidamente spostata dall’emergenza faunistica alla condotta del rappresentante istituzionale, alimentando un acceso dibattito pubblico che avrebbe potuto essere evitato attraverso una comunicazione maggiormente prudente e rispettosa del ruolo ricoperto.
Il Presidente del Movimento Stella Tricolore Donato Allocca esprime la propria profonda indignazione per quanto accaduto. " Pur nel pieno rispetto delle opinioni di tutti, riteniamo che atteggiamenti di questo tipo rischino di trasmettere un messaggio sbagliato e di compromettere quell’immagine di equilibrio e responsabilità che dovrebbe sempre caratterizzare chi amministra la cosa pubblica ed essere da monito per gli altri ".
Alla luce delle numerose segnalazioni ricevute e del clima di malcontento generatosi nella comunità, il Presidente del MST Donato Allocca ritiene che sarebbe opportuno un gesto di responsabilità istituzionale da parte del soggetto interessato attraverso pubbliche scuse rivolte ai cittadini, prendendo atto del disagio e delle reazioni provocate dalla diffusione dell’immagine.
Parimenti, appare auspicabile una dichiarazione ufficiale del Primo Cittadino, affinché venga chiarita la posizione dell’Amministrazione Comunale rispetto ad una vicenda che ha inevitabilmente coinvolto l’immagine dell’ente e suscitato interrogativi tra la popolazione.
Le numerose segnalazioni pervenute al bollettino informativo “L’Italia s’è desta” e allo sportello “Giustizia Globale e Diritti Umani” confermano come sempre più cittadini vedano nel Movimento Stella Tricolore un punto di riferimento libero, indipendente e privo di interessi personali, capace di dare voce alle istanze del territorio e di richiamare l’attenzione pubblica sui principi di legalità, equilibrio, trasparenza e buon senso amministrativo.
Il Movimento Stella Tricolore continuerà a monitorare con attenzione l’evolversi della vicenda, nell’esclusivo interesse della collettività, mantenendo fermo il proprio impegno a favore di un’informazione libera, responsabile e rispettosa dei cittadini.
Fonte: Sportello Giustizia Globale e diritti umani MST
RISPETTIAMO L’ART. 21 DELLA COSTITUZIONE. LA LIBERTÀ NON SI DISCUTE.
Il dibattito sulla fiera dell’editoria “Più libri più liberi”, in programma a Roma, riporta al centro dell’attenzione pubblica il rapporto tra libertà culturale, regole di partecipazione e principi costituzionali. Al centro della discussione vi è la richiesta rivolta agli espositori di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti richiamati dalla Costituzione italiana. Un passaggio che ha immediatamente generato reazioni nel panorama politico nazionale, aprendo un confronto trasversale sul ruolo degli eventi culturali e sulle modalità con cui vengono definiti i criteri di accesso. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta sottolineando la necessità di garantire il pieno pluralismo e la libertà di espressione, principi fondamentali per ogni società democratica. Il tema, secondo la lettura del governo, riguarda l’equilibrio tra rispetto dei valori costituzionali e apertura degli spazi culturali a tutte le sensibilità. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha richiamato l’importanza di mantenere la cultura come luogo di confronto libero, senza vincoli preventivi di natura ideologica. Nel dibattito politico sono intervenuti esponenti di Fratelli d'Italia e di altre forze parlamentari, evidenziando la centralità del tema del pluralismo e della corretta interpretazione dei principi costituzionali. Dall’altra parte, rappresentanti delle opposizioni, tra cui il senatore Marco Meloni, hanno ribadito il valore dell’antifascismo (solita caccia alle streghe fantasiosa che continua a vivere nell’immaginario collettivo della sinistra). Posizioni analoghe sono state espresse anche da altre forze politiche, tra cui il Movimento 5 Stelle, che ne fa copia carbone di una propaganda di basso livello ormai consumata e stanca. La vicenda si inserisce in un contesto più ampio che riguarda il rapporto tra cultura, istituzioni e società civile, in un momento in cui il settore editoriale mantiene un ruolo centrale nella formazione del dibattito pubblico nazionale. Per noi, il punto essenziale resta la tutela della libertà culturale e della piena partecipazione, insieme al rispetto della Costituzione come quadro comune e condiviso, senza che questo si traduca in meccanismi selettivi o condizioni preventive che possano limitare il confronto tra idee diverse. In questa prospettiva, la cultura deve restare uno spazio aperto, capace di valorizzare il pluralismo e il dialogo, evitando ogni forma di irrigidimento che possa indebolire la funzione democratica del dibattito pubblico e del mondo editoriale italiano.
Fonte: Movimento Stella Tricolore
(12.06.2026)
LA GIORGIA NAZIONALE, SCOMODA PER LA STORIA
Nel contesto solenne delle celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica Italiana al Quirinale, il monologo di Paola Cortellesi ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema della memoria storica legata al voto femminile, alle madri costituenti e al lungo percorso di emancipazione delle donne nel nostro Paese.
Un intervento costruito e con un’impostazione culturale chiaramente orientata a valorizzare le tappe della storia repubblicana pilotate unilateralmente da un pensiero politico, attraverso una lettura incoerente con un immaginario progressista della società italiana.
Eppure, dentro un racconto dedicato al ruolo delle donne nelle istituzioni, emerge un’assenza che non può passare inosservata: nessun riferimento a Giorgia Meloni, prima donna Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, ammirata e valorizzata da tutto il Mondo politico e non.
Una donna di destra, che ha costruito la propria identità politica nella coerenza tra ciò che rappresenta e ciò in cui crede. Un dato che appartiene alla storia politica contemporanea e che rappresenta, indipendentemente dalle appartenenze, un fatto istituzionale senza precedenti. La presenza femminile ai vertici dello Stato non può essere raccontata attraverso filtri politicamente "scorretti" o letture parziali che separano il passato dal presente a piacimento.
Non si tratta di chiedere celebrazioni o enfasi personale, ma di riconoscere la completezza dellarealtà quando si affrontano temi come la rappresentanza femminile e il ruolo delle donne nelleistituzioni. Quando la memoria pubblica si concentra solo su una parte del percorso, rischia di trasformarsi in una narrazione incompleta, costruita su scelte interpretative che finiscono per ridurre la complessità della storia nazionale. Anche se la Cortellesi si definisce “una semplice cittadina”, ha chiaramente espresso il proprio orientamento politico, scegliendo di non includere nella narrazione politica la figura di Giorgia Meloni nella storia delle donne della nostra Repubblica, per giunta lì presente in prima fila a meno di 5 metri.
La Repubblica democratica, per essere davvero tale, deve raccontare tutte le sue espressioni, senza eccezioni e senza omissioni. Il presente non può essere rimosso solo perché scomodo rispetto a determinate chiavi di lettura politicizzate e propagandistiche. La sinistra non teme soltanto la destra, ma anche le donne di destra come Giorgia Meloni.
E proprio qui si inserisce il punto politico più evidente: Giorgia Meloni, che viene dal popolo, lo stesso popolo laborioso che ha deciso di darle fiducia, è una figura simbolica di un'Italia che si rialza, una donna che ha compiuto un lungo percorso di militanza, gavetta e costruzione politica, fino a raggiungere il vertice dello Stato. Una traiettoria che non nasce da concessioni culturali, ma da consenso, disciplina e radicamento politico.
Ignorare questo elemento non è una semplice omissione narrativa, ma il segnale di una difficoltà più ampia nel riconoscere ciò che esula dagli schemi interpretativi consolidati. La storia, però, non si adatta ai filtri: li supera.
Fonte: Movimento Stella Tricolore
(06.06.2026)
IL PROFESSORONE DELLA MORALE, BOCCIATO PER LA SUA CADUTA DI STILE
SAVIANO E LA CADUTA DI STILE PER LA PERNACCHIA ALL’ESERCITO
Roberto Saviano, pur non essendo un politico, continua ancora oggi a usufruire di una scorta fornita dallo Stato e quindi pagata da noi contribuenti, nonostante molti si chiedano se ve ne sia ancora la reale necessità.
In occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, svoltasi a Roma ai Fori Imperiali, Saviano ha pubblicato un video nel quale, mentre sfilavano gli incursori e veniva inneggiato il loro battaglione, ha sovrapposto una celebre scena tratta da un vecchio film di Eduardo De Filippo, quella della famosa pernacchia rivolta a un nobile di quartiere napoletano.
Di fatto, quella pernacchia è apparsa come una derisione dell’Esercito italiano.
Se un gesto del genere fosse stato compiuto da una persona qualunque, probabilmente sarebbe passato in sordina. Ma quando a farlo è una persona che si reputa colta, impegnata e punto di riferimento culturale, il comportamento assume inevitabilmente un peso diverso e si deve considerare di una bassezza difficilmente commentabile.
Proprio lui che ha costruito la propria notorietà scrivendo bestseller sulla camorra, evidenziando i comportamenti subdoli di quella parte malata e ignorante del popolo. Proprio lui che non ha esitato a gettare fango sull’immagine di una città come Napoli, mostrandone quasi esclusivamente il marciume e portando nei suoi racconti e nelle sue interviste il lato peggiore di essa.
Proprio lui che condanna quei comportamenti nei quali il rispetto e la civiltà vengono meno. Proprio lui che dai suoi bestseller ha tratto serie televisive di enorme successo, mostrando, a suo dire, il vero volto di una Napoli malata, soprattutto nella mentalità, arricchendosi per giunta attraverso una narrazione che ha contribuito a diffondere nel mondo un’immagine fortemente negativa della città.
Una città che, negli ultimi anni, e certamente non grazie a lui, sta invece mostrando il suo vero volto: quello glorioso, storico e amato che l’ha resa conosciuta in tutto il mondo.
E proprio lui viene oggi tutelato da quelle stesse istituzioni e da quegli stessi uomini che ha deciso di spernacchiare pubblicamente, usufruendo di una scorta pagata dal popolo italiano.
Nemmeno la delicatezza di rispettare quegli italiani che, attraverso quella pernacchia, si sono sentiti per l’ennesima volta offesi da chi dovrebbe invece mostrare almeno un minimo di riconoscenza verso il popolo che contribuisce a garantirgli quella tutela, ma soprattutto verso quegli uomini che mettono la propria vita al servizio della Nazione.
Con questo gesto Roberto Saviano ha avuto una vera e propria caduta di stile, mostrando un volto meschino di chi trasforma un’ideologia in uno strumento di battaglia mediatica, senza rendersi conto di essere caduto egli stesso negli stessi comportamenti che da anni condanna.
Sarebbe bello, e certamente apprezzabile, che facesse un passo indietro e chiedesse scusa all’intera popolazione italiana. A quel punto tutto potrebbe essere ricondotto a una semplice battuta goliardica, forse un po’ pesante, ma comunque utile a restituirgli almeno una parte di quella credibilità che simili episodi inevitabilmente mettono in discussione.
Perché certe pagliacciate non si addicono a chi pretende di impartire lezioni di morale agli altri.
Fonte: Presidente MST
SALIS E SAVIANO FUORI LUOGO
80 ANNI DI REPUBBLICA:
EMOZIONI VERE, POLEMICHE STERILI
2 Giugno – 80° anniversario della Repubblica Italiana
Ieri 2 giugno si sono festeggiati gli 80 anni della Repubblica Italiana. Emozionante, come sempre, la parata ai Fori Imperiali di Roma: vedere in rivista i reparti delle Forze dell’Ordine e dell’Esercito marciare è sempre una bella ed emozionante visione che resta nel cuore e nei ricordi.
Emozionante vedere il nostro attuale Presidente della Repubblica scendere dall’imponente Lancia Flaminia con i suoi capelli bianchi e il suo sguardo aggraziato, calmo e saggio che ti guarda con un sorriso come un padre, anzi un nonno che accoglie i propri nipoti.
Il Presidente del Consiglio, la Giorgia nazionale, amata da tutti color che amano l'Italia e apprezzano il lavoro che questo Governo porta avanti. Una donna tenace, un Presidente del Consiglio vero oltre che attraente...
Bellissimo soprattutto di sera dinanzi al Quirinale il palco con l’esibizione di persone famose che si esibiscono in cenni storici... tutto bello tranne che troppo strumentalizzato ad evidenziare il periodo del regime fascista e del fatto che sia stata la sinistra a battersi per la Repubblica al referendum.
Tutto bello sì, ma troppo strumentalizzato in una festa che doveva essere Festa della Repubblica e non il 25 Aprile.
L’indomani non sono mancate le polemiche irrispettose da parte di persone vuote e vili, nei confronti di una Nazione come l’Italia, e di un popolo che non merita di essere polemicizzato su ogni cosa, soprattutto quando a farlo sono esponenti politici come Salis Ilaria e personaggi pubblici come Roberto Saviano. Senza tener conto nemmeno che tanti esponenti di sinistra non si sono presentati ad una così importante cerimonia. Mancando di rispetto soprattutto al popolo italiano. "Reputando inutile la parata, tanto da proporne l'abolizione".
Purtroppo dopo ottant’anni l’Italia deve ancora fare i conti con persone che vivono nel pane quotidiano di sterili ed inutili polemiche, portando avanti idee disfattiste e contro ogni tipo di democrazia, la stessa democrazia che vanta di avere l’Italia dopo che tante persone hanno dato anche la vita per questo.
Ma noi di queste persone ce ne freghiamo e gridiamo : VIVA L'ITALIA, VIVA LA REPUBBLICA !
Fonte: Movimento Stella Tricolore
OSPITARE SI'. SOTTOMISSIONE NO !
Negli ultimi anni, sempre più cittadini stanno percependo un clima particolare: non di integrazione equilibrata, ma di eccessivo piegamento culturale da parte della sinistra italiana o parte di essa. Si parla di mense scolastiche modificate senza confronto, festività natalizie ridimensionate o svuotate del loro significato, simboli della tradizione cristiana rimossi per “evitare polemiche”, mentre tutto questo viene spesso giustificato come inclusione.
Ma qui nasce una domanda legittima: siamo sicuri che siano davvero le comunità musulmane a chiedere tutto questo?
Molto spesso no. Molti cittadini di fede islamica in Italia non hanno mai chiesto di cancellare le altre religioni, né di eliminare le tradizioni italiane. Hanno semplicemente chiesto rispetto per il proprio culto, ed è giusto che lo abbiano. La libertà religiosa è un diritto sacrosanto e va difesa senza esitazioni.
Ciò che invece appare sempre più discutibile è il comportamento di alcuni dirigenti scolastici, amministratori o figure istituzionali di sinistra che, di propria iniziativa, finiscono per penalizzare le tradizioni cattoliche o chi non appartiene alla religione islamica, nel tentativo di mostrarsi “più inclusivi”. Ma l’inclusione non può trasformarsi in squilibrio.
Quando, per favorire qualcuno, si mortifica l’identità culturale e religiosa di altri cittadini, allora non si sta più costruendo convivenza: si sta creando frattura sociale.
L’equilibrio è il cuore della democrazia. Chi viene in Italia è ben accetto se ha il rispetto per la nostra storia e cultura, il rispetto reciproco non significa cancellare le radici storiche del nostro Paese. L’Italia ha una storia, una cultura e tradizioni che meritano tutela tanto quanto meritano rispetto le minoranze religiose presenti sul territorio.
Viene da chiedersi, chi c'è realmente dietro a certe scelte ideologiche, e che non vi sia anche la volontà meschina di creare disordine sociale per raccogliere consenso politico o vantaggi di altra natura da parte della sinistra italiana o parte di essa.
Difendere le proprie tradizioni non è estremismo. È equilibrio. Ed è proprio quell’equilibrio che oggi, troppo spesso, sembra mancare.
Burqa e niqab in Italia: sicurezza pubblica, identità nazionale e libertà religiosa
In uno Stato democratico la libertà religiosa è un principio fondamentale, garantito dalla Costituzione, ma non può mai essere interpretato come assoluto e svincolato dalle regole comuni. La convivenza civile si regge su un equilibrio chiaro: diritti individuali da un lato, sicurezza pubblica e identità nazionale dall’altro.
Il tema del burqa e del niqab nei luoghi pubblici rientra esattamente in questo equilibrio delicato. In Italia il riferimento normativo è l’art. 5 della legge n. 152/1975, che vieta l’uso di indumenti o strumenti che impediscano il riconoscimento della persona in spazi pubblici o aperti al pubblico, salvo giustificato motivo. Una norma nata per ragioni di ordine pubblico e sicurezza, non per limitare la libertà religiosa.
Negli anni il dibattito si è intensificato, anche attraverso diverse proposte legislative: alcune mirano a un divieto esplicito di copertura integrale del volto, altre invocano deroghe per motivi culturali o religiosi. Tuttavia, il principio centrale rimane uno: lo Stato deve poter garantire l’identificabilità dei cittadini.
Sul piano giuridico, il Consiglio di Stato (sent. n. 3076/2008) ha riconosciuto la complessità del fenomeno, distinguendo tra simbolo religioso e strumento che incide sulla riconoscibilità pubblica. Il Ministero dell’Interno ha inoltre chiarito le differenze tra hijab, chador, niqab e burqa, evidenziando come solo quest’ultimo comporti la copertura totale del volto, con impatti diretti sulla sicurezza. Ministero dell'Interno
Il fenomeno, in termini numerici, resta limitato, ma il suo valore simbolico è rilevante perché tocca sicurezza urbana, integrazione e identità culturale. Una società non può prescindere dal principio di riconoscibilità nei luoghi pubblici: esso rappresenta una garanzia per tutti, indipendentemente dal credo religioso.
In questa prospettiva si inserisce anche la posizione del Movimento Stella Tricolore, che richiama l’importanza della sovranità nazionale, della sicurezza dei cittadini e della tutela delle tradizioni italiane, sottolineando come l’integrazione debba sempre avvenire nel rispetto delle regole dello Stato e non in loro sostituzione.
Accoglienza e rispetto non possono trasformarsi in rinuncia ai principi fondanti della Repubblica. La vera integrazione si costruisce sulla condivisione delle regole, non sull’eccezione permanente.
In molte nazioni europee sta accadendo qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: associazioni patriottiche, gruppi culturali identitari e movimenti legati alla difesa delle tradizioni nazionali vengono sempre più spesso sorvegliati, censurati o dipinti come un pericolo pubblico.
Succede in Germania, dove alcuni movimenti nazionalisti sono finiti sotto osservazione dei servizi interni. Succede in Francia, dove associazioni identitarie sono state sciolte per decisione governativa. Succede perfino nel Regno Unito, dove manifestazioni patriottiche vengono spesso trattate mediaticamente come fenomeni “estremi”, mentre il degrado sociale delle periferie continua ad avanzare indisturbato. E la domanda che tanti cittadini iniziano a farsi è devastante:
perché amare la propria patria fa più paura del caos nelle strade?
In tutta Europa cresce una sensazione pericolosa: chi difende identità, confini, cultura e sovranità viene immediatamente etichettato. Basta parlare di sicurezza, immigrazione incontrollata o radici cristiane per essere accusati di “odio”, mentre chi distrugge monumenti, aggredisce la polizia o incendia le città viene spesso giustificato come espressione di “disagio sociale”.
Una doppia morale che sta esasperando milioni di europei.
Le associazioni patriottiche all’estero, nella maggior parte dei casi, organizzano eventi culturali, raccolte solidali, commemorazioni storiche e iniziative per difendere lingua e tradizioni locali. Eppure vengono spesso raccontate come un problema democratico.
Nel frattempo interi quartieri europei cambiano volto nel silenzio delle istituzioni. Criminalità, tensioni etniche, perdita dell’identità culturale e insicurezza quotidiana diventano argomenti proibiti. Guai a parlarne apertamente.
Il risultato? Sempre più cittadini si sentono stranieri in casa propria.
Il Movimento Stella Tricolore insiste sulla difesa della sovranità nazionale, dell’identità italiana e del diritto dei popoli europei a preservare cultura e tradizioni senza essere criminalizzati. Perché una democrazia vera non teme il patriottismo civile.
Lo teme soltanto chi ha paura dei popoli che tornano ad avere memoria, orgoglio e voce.