Blog

Ex-gil, Urban Center se preferite

La chiusura dell’ottimo restauro nel 2009 ha restituito alla città uno spazio immenso con una storia alquanto travagliata che attraversa tutto il ‘900 monzese. Inaugurato alla presenza nientepopodimeno che di Mussolini in un anno, il 1934 che portò alla città anche la discutibile sistemazione del ‘pratum magnum’ (la grande piazza del mercato medievale, ma questa è un’altra storia che racconteremo) con la costruzione dell’edificio del comune e il monumento ai Caduti, l’ex-gil è opera dell’architetto razionalista Aldo Putelli. Costui non era un Terragni o un Piacentini ma disegnò comunque un edificio massiccio ed allo stesso tempo armonico, perfettamente inserito nel canone architettonico dell’epoca. Anche lo stadio retrostante, tutt’ora utilizzato per il calcio femminile anche se non in buono stato, è parte integrante del piano originario. All’architetto Putelli si deve anche il curioso progetto di portare la metropolitana a Monza con 90 anni abbondanti di anticipo sulla migliore delle ipotesi: le carrozze avrebbero dovuto correre nell’alveo –coperto- del Lambro, opportunamente deviato all’esterno della città grazie a un canale artificiale.

L’edificio ospitò manifestazioni varie fino ai giorni tristi del 44-45 in cui fu utilizzato anche come luogo di tortura, e dopo la guerra diventò sede della Camera del Lavoro poi cinema (era il cinema dei militari di stanza alla caserma IV novembre) poi scuola media, comando dei Vigili ed infine abbandonato per una decina d’anni.

mostre: c’è una città di Lego all’arengario

Abbey Road con tanto di Beatles, la Springfield dei Simpson, Ufo nel campo di grano e tante altre sorprese nella città di Lego di 60mq allestita all’interno dell’Arengario. È “city Booming Monza” Ideata da LAB ( Literally Addicted to Bricks) insieme a Giuliamaria e Gianmatteo Dotto Pagnossin, prodotta e organizzata da ViDi in collaborazione con il Comune di Monza, “City Booming Monza” è nata dalla fantasia di Wilmer Archiutti, fondatore di LAB, laboratorio creativo che realizza forme e architetture di Lego, mattoncini che colleziona da oltre quarant’anni.

“City Booming Monza” fino al 6 gennaio 2020.

C’è vita a monza ed è (quasi) parigina

Parigi, la belle epoque, i teatri, i caffè, le prostitute. Il mondo fin-de-siècle di Toulouse –Lautrec in 150 opere tra manifesti, litografie, disegni, illustrazioni alla Villa Reale di Monza prorogata fino al 6 gennaio.


Nato con la radio è trasformato per la televisione, il centro di controllo Rai del Parco di Monza è un piccolo gioiello architettonico abbastanza poco noto che ha una storia lunga e interessante. Progettato a partire dal 1950 e terminato nel 1961 porta le griffes prestigiose di Giò Ponti, Alberto Rosselli e Antonio Fornaroli e ha una forma molto particolare ispirata alle antenne paraboliche con la torretta che lo sovrasta a ricordare una manopola per sintonizzare le frequenze.

Dal punto di vista costruttivo l’edificio è costituito da un blocco in linea di andamento curvilineo appoggiato a un secondo volume a pianta quadrata, che era l’alloggio per gli addetti all’impianto successivamente trasformato in mensa. I due volumi hanno impianti strutturali diversi: il primo si regge su setti continui in cemento armato ed il secondo con un sistema a telaio sempre di cemento armato, classici costruttivi degli anni ’50 e ’60. Dietro alla struttura, seminascosta dalla boscaglia, c’è la torre-antenna di oltre cinquanta metri, colonizzata dai Gheppi.La decisione di costruire una struttura imponente dentro il parco, cosa che con la sensibilità odierna sarebbe naturalmente impossibile, venne presa perché l’attività del centro di controllo necessitava di un territorio pianeggiante, lontano da montagne e da cavi ad alta tensione.

L’aspetto esterno è stato purtroppo alterato nel corso del tempo, ad esempio i vetri trasparenti sono stati sostituiti da lastre specchianti che cambiano completamente l’effetto visivo, mentre all’interno quasi tutto è ancora originale dell’epoca: ci sono arredi disegnati dallo stesso Ponti, il linoleum Pirelli, le porte laccate con gli oblò per tenere sotto controllo gli impiegati. Insomma un pezzo di storia del design industriale italiano ed anche un pezzo di storia in generale dato che ad esempio qui il 6 ottobre 1957 fu captato per la prima volta in occidente il ‘bip’ dello sputnik lanciato nello spazio.

Dopo la chiusura la struttura è attualmente abbandonata e non sembra ci siano prospettive a breve termine per un suo riutilizzo. Si era parlato di trasformarla in un museo o di trasferire qui le attività del canale in lingua inglese della Rai, ma progetti concreti al momento non ce ne sono. La speranza è che la struttura non faccia la fine della vicina villa Mirabellino, in stato di abbandono da tanti anni. Sarebbe davvero un peccato sia per il pregio dell’opera in sé sia perché Monza è molto povera di testimonianze architettoniche di qualità di epoca contemporanea.


Royal Dalì! La Villa Reale torna protagonista dell’arte con la bella e ricca mostra dedicata al grande genio spagnolo. Oltre 270 opere del maestro del surrealismo che spaziano dalla religione all’amore all’erotismo.


Canale Villoresi, il mare di Monza

Il mare dei poveri di qualche decennio fa teatro di esplorazioni avventurose da bambini, gite in bici sulla lunghissima pista ciclabile e tanta cronaca nera taglia in due la nostra città dal 1890 grazie all’iniziativa ed alla determinazione dell’ing. Eugenio Villoresi che investì in quest’opera titanica praticamente tutto il suo patrimonio personale. L’idea era quella di favorire l’agricoltura anche nella pianura ‘alta’, quella sopra la linea dei fontanili che non godeva della stessa ricchezza d’acqua della ‘bassa’ dei fontanili e si snoda per 86 km da Somma Lombardo a Cassano d’Adda unendo in una lunga striscia azzurra il lago Maggiore e il fiume Adda.

Il progetto iniziale era ancora più ardito, nella testa dell’ingegnere c’era un canale navigabile, sul modello del Canal du Midì nel Sud della Francia ma si scontrò con l’ostilità di alcuni proprietari terrieri che non vedevano di buon occhio l’idea e dovette ridimensionarlo. Alla fine però ce la fece, anche se non ebbe la fortuna di vedere realizzata la sua visione. Villoresi morì il 12 novembre del 1879, un anno prima che iniziassero i lavori di costruzione. A Milano in piazza Leonardo Da Vinci proprio di fronte alla facoltà d’Ingegneria del Politecnico c’è una sua statua. Ha il capo chino, le mani dietro la schiena e l’aria pensierosa, ma guardandolo più da vicino sembra che sorrida. E ne avrebbe motivo perché il canale Villoresi, a suo modo, ha finito per scrivere alcune pagine di storia del territorio che vanno ben al di là della semplice opera ingegneristica. Basti dire che nel 1918, dopo trent’anni di irrigazione dal canale, la produzione di frumento a Nord di Milano era cresciuta del 40% e quella di foraggio era quasi raddoppiata. Le previsioni del Villoresi si erano dimostrate giuste, anche se non fece i conti con la cementificazione selvaggia del Dopoguerra.

Oggi il canale attraversa un territorio molto meno agricolo e nel futuro la sua sopravvivenza è legata al bilancio idrico della pianura padana, in costante calo da oltre 20 anni, ma è anche merito suo se oggi sulle sue sponde qualche milione di persone che non vive più fortunatamente solo di agricoltura e utilizza il canale per mille attività dallo svago alla produzione di energia elettrica.