In questi giorni, al Museo della Cosmonautica, una sezione della mostra dedicata ai 65 anni dal volo di Jurij Gagarin racconta anche come il battito del suo cuore, insieme a molti altri parametri vitali, venisse trasmesso a Terra dalla tuta spaziale SK-1 attraverso una rete di sensori biomedici. Sensori che, solo molti anni più tardi, si scoprì essere di produzione italiana.
È una storia conosciuta da pochissimi. Io stesso ne sono venuto a conoscenza grazie all’amico Ciro Sacchetti, che l’aveva letta nel libro Storie di un Siciliano mezzo Russo ed un po’ Cinese di Eugenio Benedetti. E a questo punto vale davvero la pena raccontarla.
Il libro (introvabile...) di Eugenio Benedetti che racconta, tra le mille altre, anche la storia che vi ho raccontato. Foto dell'Autore
L’OKB-1, l’ufficio di progettazione diretto da Sergej Korolëv, aveva bisogno di sensori miniaturizzati e affidabili per monitorare i dati biometrici dei cosmonauti durante il volo. Per vie non ufficiali, si trattava pur sempre di un’industria collegata alla difesa e quindi alla NATO, i sovietici si rivolsero alle Officine Galileo di Firenze, tramite un procuratore italiano che operava in Unione Sovietica: un certo Eugenio Benedetti.
Fu lui a organizzare l’incontro e a convincere, anche grazie a generose contropartite economiche, i vertici della Galileo a concludere l’affare, giustificando la commessa come destinata ai reparti pediatrici degli ospedali sovietici. Così, i sensori italiani finirono nelle tute SK-1 dei cosmonauti delle missioni Vostok. Il primo a “indossarli” fu il celebre manichino Ivan Ivanovič, protagonista dei voli di prova senza equipaggio del programma Vostok. E poi, come previsto dal contratto, finirono davvero anche negli ospedali sovietici.
Lo stesso Gagarin volle ringraziare personalmente Benedetti. Durante un ricevimento gli disse che, se il battito del suo cuore era arrivato a Terra dallo spazio, il merito era anche dell’Italia e delle sue straordinarie industrie.
Secondo il racconto di Benedetti, il primo cosmonauta della storia aggiunse:
“L’Italia di Leonardo e di Galileo è stata con me nello spazio, ed è stato grazie a te, Gospodin Benedetti!”
Ed è proprio il caso di dirlo: una storia di cuore… e di acciaio!