Pearls - Sade
Beatrice Cortese 5ALS
“Pearls”, una delle canzoni più profonde di Sade, racconta la storia di una donna somala che lotta ogni giorno per sopravvivere. Nel testo, Sade descrive una figura fragile ma incredibilmente forte, che vive in condizioni estremamente difficili e continua comunque a cercare piccole “perle”: simboli di speranza, dignità e resistenza. Queste perle non sono oggetti materiali, ma lampi di resistenza quotidiana, momenti in cui la protagonista riesce a mantenere la propria umanità nonostante tutto. Il messaggio che emerge è che, anche dietro la povertà e la sofferenza, si nasconde sempre un essere umano che merita rispetto, ascolto e protezione. Il brano diventa così un modo per riflettere sui diritti delle donne, un tema che rimane centrale in molte parti del mondo. Non tutte le donne hanno le stesse opportunità e in alcuni Paesi la loro libertà è limitata da tradizioni, conflitti o povertà. La storia raccontata nella canzone rappresenta una realtà che ancora oggi colpisce molte donne somale, spesso costrette a vivere in condizioni di grande instabilità e vulnerabilità. In Somalia, infatti, molte di loro sono costrette ad affrontare violenze, l’esclusione dall’istruzione, matrimoni precoci e una scarsissima protezione legale. Nonostante ciò, esistono donne e organizzazioni che lottano ogni giorno per cambiare le cose, portando avanti iniziative a favore dell’istruzione, della pace e dei diritti femminili. Ascoltare una canzone come “Pearls” ci invita a essere più consapevoli, più empatici e più attenti alle ingiustizie che colpiscono altre persone, anche quando si trovano in contesti lontani dal nostro. La musica, proprio come quella di Sade, ha il potere di farci aprire gli occhi su realtà difficili e di scuoterci dall’indifferenza, spingendoci a riflettere, a informarci e, quando possibile, ad agire concretamente. “Pearls” ci ricorda che tutte le donne, ovunque si trovino, hanno diritto a vivere con dignità e a vedere riconosciuta la loro forza. E che anche una semplice canzone può diventare capace di farci crescere come esseri umani.
Rapporto tra musica e IA
Giuseppe Sestito 4ALS
Anche la musica ormai sta attraversando un periodo di cambiamento: l'uso dell'intelligenza artificiale all'interno del settore musicale è uno degli argomenti di dibattito più discussi del momento. Sempre più artisti producono canzoni o interi album grazie a dispositivi di intelligenza artificiale avanzati e sulle piattaforme digitali compaiono anche cantanti virtuali creati completamente dai computer. Ma è davvero giusto e conveniente utilizzare così intensamente l'intelligenza artificiale nella musica? Indubbiamente, dall'impiego dei nuovi strumenti si ricavano dei benefici; innanzitutto, data la rapidità delle applicazioni nel creare testi o basi musicali, gli artisti possono offrire al loro pubblico nuovi progetti in un tempo minore rispetto a quello richiesto dagli strumenti tradizionali. Inoltre, anche chi non ha una formazione musicale adeguata per fare il cantante di mestiere, grazie alle creazioni dell'IA, può introdursi nel mondo della musica e dello streaming,, scoprendo nuove passioni. Anche gli sviluppatori di immagini possono utilizzare questi strumenti per realizzare le copertine degli album senza eccessivo impegno. Oltre agli aspetti positivi, ci sono però da considerare le conseguenze negative che ne derivano. In primo luogo, si dovrebbe stabilire chi detiene i diritti dei brani: se per alcuni è scontato che i crediti debbano essere dati all'azienda che ha sviluppato il programma, altri pensano che i diritti, e quindi anche i ricavi, dovrebbero essere condivisi tra l'azienda e l'artista che ha deciso di utilizzarlo. In secondo luogo, bisogna valutare l’impatto sulla creatività umana e sull’espressività artistica. Secondo molti critici, poiché gli algoritmi impiegati per la creazione dei brani sono limitati, si rischierebbe un'omologazione degli stili e non si riuscirebbe più a distinguere un artista dall’altro per via delle melodie e dei testi simili e senza personalità. La creatività sarebbe parecchio disincentivata, portando gli artisti a perdere interesse nella produzione musicale e pensare solo ai benefici economici derivanti da streaming e vendite. Insomma, se da un lato possiamo considerare positiva ed efficiente l'introduzione di programmi di intelligenza artificiale nel settore musicale, non dobbiamo sottovalutare gli effetti a lungo termine che potrebbero avere. La cosa importante da ricordare è che lo scopo della musica non è solo quello di generare profitto, ma, soprattutto, far ricordare un artista per quella che è la sua anima creativa.
Mandela Day - Simple Minds
Beatrice Cortese 5ALS
‘’Mandela Day’’ è un brano scritto da Jim Kerr, Charlie Burchill e Mick MacNeil per il Concerto tributo per i 70 anni di Nelson Mandela, svoltosi l'11 giugno 1988 a Wembley. In quell’occasione, la band fu l'unica a comporre un brano dedicato a Madiba. Si tratta di un grido di resistenza e un tributo alla lotta di Nelson Mandela contro l’apartheid che trae ispirazione dalla sua lunga prigionia e dalla resistenza del popolo sudafricano, trasmettendo un messaggio di speranza e forza. Il contesto storico in cui nasce Mandela Day è quello di un Sudafrica ancora sotto il regime dell’apartheid, una politica di segregazione razziale che negava i diritti fondamentali alla maggioranza nera della popolazione. Nel 1988 Mandela era in prigione da 26 anni, accusato di sabotaggio e di cospirazione contro il governo razzista. L’11 giugno di quell’anno, il Concerto Tributo di Wembley aveva l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla sua causa e sulla lotta contro l’apartheid. L’evento di Wembley contribuì infatti a far crescere la pressione internazionale sul governo sudafricano, favorendo l’avvio di un processo che culminò nel 1990 con la liberazione di Nelson Mandela. In questo contesto, la canzone dei Simple Minds rappresenta non solo un atto di solidarietà, ma anche un invito alla resistenza e alla speranza. Una frase del testo, rimasta particolarmente simbolica, recita: “Dammi speranza, aiutami a sopravvivere, perché ho visto il futuro, ho visto il popolo del Sudafrica unirsi”. Queste parole possono essere interpretate come un richiamo alla forza e alla resilienza del popolo sudafricano, ma anche come un tributo alla capacità di Mandela di mantenere viva la speranza nonostante gli anni di prigionia. Il ruolo della musica nel contesto delle lotte politiche degli anni Ottanta fu fondamentale. Artisti e band come i Simple Minds utilizzarono le loro canzoni come strumenti di protesta e come veicoli di consapevolezza, con l’obiettivo di fare pressione sulle istituzioni e sull’opinione pubblica affinché si impegnassero a porre fine all’apartheid. In questo senso, Mandela Day si inserisce in un più ampio movimento internazionale che chiedeva la liberazione di Nelson Mandela e l’immediata fine del regime segregazionista in Sudafrica. Ciò che rende la canzone dei Simple Minds particolarmente significativa è la sua capacità di sintetizzare, sia musicalmente sia poeticamente, l’urgenza di quella battaglia, elevando la figura di Mandela a simbolo universale di resistenza contro l’oppressione. La canzone Mandela Day è diventata nel tempo un vero e proprio inno alla giustizia e ai diritti umani. Ogni anno, il 18 luglio, in occasione della celebrazione della Giornata Internazionale di Nelson Mandela, il brano viene riproposto come simbolo di resistenza e di speranza.Oggi, più che mai, Mandela Day continua a essere una fonte di ispirazione per chiunque lotti contro le ingiustizie sociali, politiche ed economiche. Come Mandela stesso affermava: “L’educazione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo”. Attraverso la musica, la memoria storica e l’impegno quotidiano, possiamo continuare a combattere per un futuro di pace, giustizia e uguaglianza.
Nayt e Di abbattere le mura (18 donne)
Stefania Gualtieri 5BLL
Nayt, nome d’arte di William Mezzanotte, è un rapper cresciuto nelle periferie di Roma. Il suo stile è caratterizzato da un rap introspettivo e melodico, costruito su beat semplici ma accompagnato da testi poetici che affrontano tematiche importanti come l’ansia, l’identità e le ingiustizie sociali. Il suo esordio avviene nel 2011 con No Story; si afferma successivamente con le trilogie Raptus e Mood/Doom/Habitat. Nel 2024 pubblica Lettera Q, un album che conferma i suoi milioni di streaming grazie a un rap significativo, privo di dissing e di ostentazione.Vede nella musica un mezzo per veicolare messaggi concreti e toccanti, schierandosi contro la violenza e la misoginia, come nel singolo Di abbattere le mura (18 donne), uscito il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Il brano si configura come un vero e proprio inno femminista, in cui Nayt dedica un verso a ciascuna di diciotto donne: figure storiche come Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto; Michela Murgia, scrittrice e intellettuale divenuta simbolo della lotta contro il patriarcato; Letizia Battaglia, fotografa che ha documentato la mafia denunciando anche i crimini contro le donne; Gessica Notaro, sfregiata dall’ex fidanzato e oggi simbolo di riscatto e rinascita; Rosaria Costa; Giulia Cecchettin.
Accanto a queste storie note, l’artista intreccia riferimenti più intimi e personali, come quello alla madre, che ha cresciuto i figli da sola affrontando sacrifici legati alla povertà e ai pregiudizi, o alla nonna, che ha vissuto con tenacia il periodo della guerra. Infine, cita anche una donna comune, “la signora Anna”, come simbolo di resilienza. Nayt descrive il nucleo del brano come un invito esplicito a rompere le barriere dell’indifferenza di fronte agli episodi di violenza e agli stereotipi di genere, trasformando il dolore in un’azione collettiva. Nei versi:
“Spoiler: avrà ragione Michela Murgia anche domani.
La società è un problema di ciascuno di noi.”
l’artista denuncia l’indifferenza generale, sottolineando come i problemi della società non si risolvano da soli. È necessario un impegno concreto e condiviso, affinché si possa spezzare il ciclo continuo di episodi di violenza di cui sentiamo parlare quotidianamente.
Di abbattere le mura non è un brano astratto, ma un vero e proprio manifesto che, attraverso la sua intensità emotiva e l’uso di esempi concreti, educa all’empatia e invita a sfidare l’indifferenza quotidiana.
Bad Bunny al Super Bowl: musica come messaggio politico
Stefania Gualtieri 5BLL
L’8 febbraio 2026, durante l’Halftime Show del Super Bowl, il cantante portoricano Bad Bunny - insieme ad ospiti come Ricky Martin e Lady Gaga - ha incantato il Levi’s Stadium di Santa Clara affiancando al divertimento della sua musica reggaeton molti simboli del mondo latino, trasmettendo un forte messaggio politico e facendo riflettere sul contesto americano oltre 133 milioni di spettatori in tutto il mondo. Già qualche giorno prima, durante il discorso di accettazione del suo premio ai Grammy Awards, Bad Bunny aveva tenuto un intervento di grande impatto: “ICE out! Non siamo selvaggi, animali o alieni: siamo umani e americani”. Con questa dichiarazione ha voluto contestare le politiche di deportazione ordinate dal presidente Donald Trump, collegando il suo show al Super Bowl come continuazione di una narrazione coerente sui diritti umani, mettendo in luce anche il contributo degli immigrati latini alla società statunitense. L’esibizione contiene vari simboli espliciti: bandiere di oltre 20 Nazioni (dal Cile al Canada) sventolate sul palco, un’esecuzione di “God bless America” dedicata a tutti i popoli e un primo piano su un pallone con la scritta “Together we are America”. Mediante le canzoni e la sceneggiatura, l’artista ha criticato le forti ingiustizie che le comunità latine hanno subito e continuano a subire, ad esempio paragonando Porto Rico alle Hawaii colonizzate ed evidenziando lo spostamento forzato dei residenti originari. Sono tutti elementi che, pur senza nominare direttamente l’ICE, hanno trasmesso una richiesta di maggiore inclusione per superare la dura politica dell’anti-immigrazione, di cui purtroppo non si parla abbastanza. L’ICE, agenzia del Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti, è responsabile dell’applicazione delle leggi su immigrazione, dogane e sicurezza nazionale, ma sotto la presidenza di Donald Trump (rieletto nel 2024) si è trasformata in macchina di deportazioni di massa. Con il One Big Beautiful Bill Act, ha ricevuto fondi pari a 170 miliardi di dollari per la costruzione di muri di confine, la detenzione dei migranti e i rimpatri immediati senza udienze giudiziarie. Da gennaio, oltre 69.000 immigrati sudamericani sono detenuti dall’ICE: un numero enorme di famiglie è stato distrutto dal razzismo. Lo show ha scatenato molta indignazione, in primo luogo nel presidente, che lo ha definito “terribile” e “uno schiaffo all’America” (contestando l’uso predominante della lingua spagnola), ma chiaramente anche tra i suoi supporters. Nonostante ciò, Bad Bunny è certamente riuscito a trasformare un semplice evento sportivo e musicale in un’occasione per esprimere un potentissimo messaggio: “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.