Pearls - Sade
Beatrice Cortese 5ALS
“Pearls”, una delle canzoni più profonde di Sade, racconta la storia di una donna somala che lotta ogni giorno per sopravvivere. Nel testo, Sade descrive una figura fragile ma incredibilmente forte, che vive in condizioni estremamente difficili e continua comunque a cercare piccole “perle”: simboli di speranza, dignità e resistenza. Queste perle non sono oggetti materiali, ma lampi di resistenza quotidiana, momenti in cui la protagonista riesce a mantenere la propria umanità nonostante tutto. Il messaggio che emerge è che, anche dietro la povertà e la sofferenza, si nasconde sempre un essere umano che merita rispetto, ascolto e protezione. Il brano diventa così un modo per riflettere sui diritti delle donne, un tema che rimane centrale in molte parti del mondo. Non tutte le donne hanno le stesse opportunità e in alcuni Paesi la loro libertà è limitata da tradizioni, conflitti o povertà. La storia raccontata nella canzone rappresenta una realtà che ancora oggi colpisce molte donne somale, spesso costrette a vivere in condizioni di grande instabilità e vulnerabilità. In Somalia, infatti, molte di loro sono costrette ad affrontare violenze, l’esclusione dall’istruzione, matrimoni precoci e una scarsissima protezione legale. Nonostante ciò, esistono donne e organizzazioni che lottano ogni giorno per cambiare le cose, portando avanti iniziative a favore dell’istruzione, della pace e dei diritti femminili. Ascoltare una canzone come “Pearls” ci invita a essere più consapevoli, più empatici e più attenti alle ingiustizie che colpiscono altre persone, anche quando si trovano in contesti lontani dal nostro. La musica, proprio come quella di Sade, ha il potere di farci aprire gli occhi su realtà difficili e di scuoterci dall’indifferenza, spingendoci a riflettere, a informarci e, quando possibile, ad agire concretamente. “Pearls” ci ricorda che tutte le donne, ovunque si trovino, hanno diritto a vivere con dignità e a vedere riconosciuta la loro forza. E che anche una semplice canzone può diventare capace di farci crescere come esseri umani.
Rapporto tra musica e IA
Giuseppe Sestito 4ALS
Anche la musica ormai sta attraversando un periodo di cambiamento: l'uso dell'intelligenza artificiale all'interno del settore musicale è uno degli argomenti di dibattito più discussi del momento. Sempre più artisti producono canzoni o interi album grazie a dispositivi di intelligenza artificiale avanzati e sulle piattaforme digitali compaiono anche cantanti virtuali creati completamente dai computer. Ma è davvero giusto e conveniente utilizzare così intensamente l'intelligenza artificiale nella musica? Indubbiamente, dall'impiego dei nuovi strumenti si ricavano dei benefici; innanzitutto, data la rapidità delle applicazioni nel creare testi o basi musicali, gli artisti possono offrire al loro pubblico nuovi progetti in un tempo minore rispetto a quello richiesto dagli strumenti tradizionali. Inoltre, anche chi non ha una formazione musicale adeguata per fare il cantante di mestiere, grazie alle creazioni dell'IA, può introdursi nel mondo della musica e dello streaming,, scoprendo nuove passioni. Anche gli sviluppatori di immagini possono utilizzare questi strumenti per realizzare le copertine degli album senza eccessivo impegno. Oltre agli aspetti positivi, ci sono però da considerare le conseguenze negative che ne derivano. In primo luogo, si dovrebbe stabilire chi detiene i diritti dei brani: se per alcuni è scontato che i crediti debbano essere dati all'azienda che ha sviluppato il programma, altri pensano che i diritti, e quindi anche i ricavi, dovrebbero essere condivisi tra l'azienda e l'artista che ha deciso di utilizzarlo. In secondo luogo, bisogna valutare l’impatto sulla creatività umana e sull’espressività artistica. Secondo molti critici, poiché gli algoritmi impiegati per la creazione dei brani sono limitati, si rischierebbe un'omologazione degli stili e non si riuscirebbe più a distinguere un artista dall’altro per via delle melodie e dei testi simili e senza personalità. La creatività sarebbe parecchio disincentivata, portando gli artisti a perdere interesse nella produzione musicale e pensare solo ai benefici economici derivanti da streaming e vendite. Insomma, se da un lato possiamo considerare positiva ed efficiente l'introduzione di programmi di intelligenza artificiale nel settore musicale, non dobbiamo sottovalutare gli effetti a lungo termine che potrebbero avere. La cosa importante da ricordare è che lo scopo della musica non è solo quello di generare profitto, ma, soprattutto, far ricordare un artista per quella che è la sua anima creativa.
Mandela Day - Simple Minds
Beatrice Cortese 5ALS
‘’Mandela Day’’ è un brano scritto da Jim Kerr, Charlie Burchill e Mick MacNeil per il Concerto tributo per i 70 anni di Nelson Mandela, svoltosi l'11 giugno 1988 a Wembley. In quell’occasione, la band fu l'unica a comporre un brano dedicato a Madiba. Si tratta di un grido di resistenza e un tributo alla lotta di Nelson Mandela contro l’apartheid che trae ispirazione dalla sua lunga prigionia e dalla resistenza del popolo sudafricano, trasmettendo un messaggio di speranza e forza. Il contesto storico in cui nasce Mandela Day è quello di un Sudafrica ancora sotto il regime dell’apartheid, una politica di segregazione razziale che negava i diritti fondamentali alla maggioranza nera della popolazione. Nel 1988 Mandela era in prigione da 26 anni, accusato di sabotaggio e di cospirazione contro il governo razzista. L’11 giugno di quell’anno, il Concerto Tributo di Wembley aveva l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla sua causa e sulla lotta contro l’apartheid. L’evento di Wembley contribuì infatti a far crescere la pressione internazionale sul governo sudafricano, favorendo l’avvio di un processo che culminò nel 1990 con la liberazione di Nelson Mandela. In questo contesto, la canzone dei Simple Minds rappresenta non solo un atto di solidarietà, ma anche un invito alla resistenza e alla speranza. Una frase del testo, rimasta particolarmente simbolica, recita: “Dammi speranza, aiutami a sopravvivere, perché ho visto il futuro, ho visto il popolo del Sudafrica unirsi”. Queste parole possono essere interpretate come un richiamo alla forza e alla resilienza del popolo sudafricano, ma anche come un tributo alla capacità di Mandela di mantenere viva la speranza nonostante gli anni di prigionia. Il ruolo della musica nel contesto delle lotte politiche degli anni Ottanta fu fondamentale. Artisti e band come i Simple Minds utilizzarono le loro canzoni come strumenti di protesta e come veicoli di consapevolezza, con l’obiettivo di fare pressione sulle istituzioni e sull’opinione pubblica affinché si impegnassero a porre fine all’apartheid. In questo senso, Mandela Day si inserisce in un più ampio movimento internazionale che chiedeva la liberazione di Nelson Mandela e l’immediata fine del regime segregazionista in Sudafrica. Ciò che rende la canzone dei Simple Minds particolarmente significativa è la sua capacità di sintetizzare, sia musicalmente sia poeticamente, l’urgenza di quella battaglia, elevando la figura di Mandela a simbolo universale di resistenza contro l’oppressione. La canzone Mandela Day è diventata nel tempo un vero e proprio inno alla giustizia e ai diritti umani. Ogni anno, il 18 luglio, in occasione della celebrazione della Giornata Internazionale di Nelson Mandela, il brano viene riproposto come simbolo di resistenza e di speranza.Oggi, più che mai, Mandela Day continua a essere una fonte di ispirazione per chiunque lotti contro le ingiustizie sociali, politiche ed economiche. Come Mandela stesso affermava: “L’educazione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo”. Attraverso la musica, la memoria storica e l’impegno quotidiano, possiamo continuare a combattere per un futuro di pace, giustizia e uguaglianza.
Nayt e Di abbattere le mura (18 donne)
Stefania Gualtieri 5BLL
Nayt, nome d’arte di William Mezzanotte, è un rapper cresciuto nelle periferie di Roma. Il suo stile è caratterizzato da un rap introspettivo e melodico, costruito su beat semplici ma accompagnato da testi poetici che affrontano tematiche importanti come l’ansia, l’identità e le ingiustizie sociali. Il suo esordio avviene nel 2011 con No Story; si afferma successivamente con le trilogie Raptus e Mood/Doom/Habitat. Nel 2024 pubblica Lettera Q, un album che conferma i suoi milioni di streaming grazie a un rap significativo, privo di dissing e di ostentazione.Vede nella musica un mezzo per veicolare messaggi concreti e toccanti, schierandosi contro la violenza e la misoginia, come nel singolo Di abbattere le mura (18 donne), uscito il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Il brano si configura come un vero e proprio inno femminista, in cui Nayt dedica un verso a ciascuna di diciotto donne: figure storiche come Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto; Michela Murgia, scrittrice e intellettuale divenuta simbolo della lotta contro il patriarcato; Letizia Battaglia, fotografa che ha documentato la mafia denunciando anche i crimini contro le donne; Gessica Notaro, sfregiata dall’ex fidanzato e oggi simbolo di riscatto e rinascita; Rosaria Costa; Giulia Cecchettin.
Accanto a queste storie note, l’artista intreccia riferimenti più intimi e personali, come quello alla madre, che ha cresciuto i figli da sola affrontando sacrifici legati alla povertà e ai pregiudizi, o alla nonna, che ha vissuto con tenacia il periodo della guerra. Infine, cita anche una donna comune, “la signora Anna”, come simbolo di resilienza. Nayt descrive il nucleo del brano come un invito esplicito a rompere le barriere dell’indifferenza di fronte agli episodi di violenza e agli stereotipi di genere, trasformando il dolore in un’azione collettiva. Nei versi:
“Spoiler: avrà ragione Michela Murgia anche domani.
La società è un problema di ciascuno di noi.”
l’artista denuncia l’indifferenza generale, sottolineando come i problemi della società non si risolvano da soli. È necessario un impegno concreto e condiviso, affinché si possa spezzare il ciclo continuo di episodi di violenza di cui sentiamo parlare quotidianamente.
Di abbattere le mura non è un brano astratto, ma un vero e proprio manifesto che, attraverso la sua intensità emotiva e l’uso di esempi concreti, educa all’empatia e invita a sfidare l’indifferenza quotidiana.
Bad Bunny al Super Bowl: musica come messaggio politico
Stefania Gualtieri 5BLL
L’8 febbraio 2026, durante l’Halftime Show del Super Bowl, il cantante portoricano Bad Bunny - insieme ad ospiti come Ricky Martin e Lady Gaga - ha incantato il Levi’s Stadium di Santa Clara affiancando al divertimento della sua musica reggaeton molti simboli del mondo latino, trasmettendo un forte messaggio politico e facendo riflettere sul contesto americano oltre 133 milioni di spettatori in tutto il mondo. Già qualche giorno prima, durante il discorso di accettazione del suo premio ai Grammy Awards, Bad Bunny aveva tenuto un intervento di grande impatto: “ICE out! Non siamo selvaggi, animali o alieni: siamo umani e americani”. Con questa dichiarazione ha voluto contestare le politiche di deportazione ordinate dal presidente Donald Trump, collegando il suo show al Super Bowl come continuazione di una narrazione coerente sui diritti umani, mettendo in luce anche il contributo degli immigrati latini alla società statunitense. L’esibizione contiene vari simboli espliciti: bandiere di oltre 20 Nazioni (dal Cile al Canada) sventolate sul palco, un’esecuzione di “God bless America” dedicata a tutti i popoli e un primo piano su un pallone con la scritta “Together we are America”. Mediante le canzoni e la sceneggiatura, l’artista ha criticato le forti ingiustizie che le comunità latine hanno subito e continuano a subire, ad esempio paragonando Porto Rico alle Hawaii colonizzate ed evidenziando lo spostamento forzato dei residenti originari. Sono tutti elementi che, pur senza nominare direttamente l’ICE, hanno trasmesso una richiesta di maggiore inclusione per superare la dura politica dell’anti-immigrazione, di cui purtroppo non si parla abbastanza. L’ICE, agenzia del Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti, è responsabile dell’applicazione delle leggi su immigrazione, dogane e sicurezza nazionale, ma sotto la presidenza di Donald Trump (rieletto nel 2024) si è trasformata in macchina di deportazioni di massa. Con il One Big Beautiful Bill Act, ha ricevuto fondi pari a 170 miliardi di dollari per la costruzione di muri di confine, la detenzione dei migranti e i rimpatri immediati senza udienze giudiziarie. Da gennaio, oltre 69.000 immigrati sudamericani sono detenuti dall’ICE: un numero enorme di famiglie è stato distrutto dal razzismo. Lo show ha scatenato molta indignazione, in primo luogo nel presidente, che lo ha definito “terribile” e “uno schiaffo all’America” (contestando l’uso predominante della lingua spagnola), ma chiaramente anche tra i suoi supporters. Nonostante ciò, Bad Bunny è certamente riuscito a trasformare un semplice evento sportivo e musicale in un’occasione per esprimere un potentissimo messaggio: “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.
Il “mattone” come metafora di un peso interiore
Giovanni Fabiano 5BLL
“Dicono che porto un peso
che per me è un mattone
ma un mattone serve a costruire”
Sono questi i versi finali del brano di Angelica Bove, classificatasi sul podio d’argento all’ultima edizione di Sanremo Giovani con Mattone. Nel testo, il mattone è riconducibile alla fatica costante di esistere. Non si parla di crollo emotivo, ma di una vera e propria stanchezza cronica che impedisce il movimento e l’azione. Angelica conosce bene questo sentimento: la sua musica è profondamente autobiografica e nella canzone con cui si è presentata tra le Nuove Proposte del Festival di Sanremo di quest’anno racconta il peso insostenibile che ha dovuto affrontare dopo la scomparsa di entrambi i genitori, avvenuta quando aveva appena quindici anni. Paradossalmente, Mattone è stato uno degli ultimi brani ad essere stati scritti durante la preparazione del disco, ma è stata una necessità quasi fisiologica, perché mancava un pezzo altamente introspettivo che raccontasse davvero quello che aveva vissuto. Il brano non racconta solo la fatica, fisica e mentale, di convivere con il dolore, ma diventa un’esortazione alla resilienza attraverso quella sofferenza. Il testo apre, dunque, ad una doppia lettura: il mattone schiaccia, ma allo stesso tempo costruisce, proprio come il dolore è contemporaneamente un ostacolo e un materiale con cui si forma l’identità. Questo messaggio viene trasmesso attraverso un linguaggio molto intimo e confessionale da parte di Angelica. Nonostante i dolori di una vita, in lei non vi è alcun tipo di rabbia, soltanto vulnerabilità e consapevolezza. Il dolore viene normalizzato e interiorizzato.
“Quanta pioggia ancora cadrà per un po’ di pace
in queste giornate
so che prima o poi passerà"
La chiave con cui va letto il brano è molto profonda e personale. L’approccio che ognuno di noi ha al dolore è strettamente soggettivo e trovare un posto in cui rifugiarsi non è semplice. Nel caso di Angelica, la sua tana in cui scappare dal mondo esterno è chiaramente la musica. Non a caso, il suo primo album, il cui primo estratto è, appunto, Mattone, si chiama Tana. Il nome nasce dal suo rapporto strettamente intimista con la musica e con le sue canzoni, che considera una sorta di autodifesa e uno spazio in cui sentirsi sicura. Il messaggio finale che la cantante vuole mandare è che il lutto, così come ogni altra forma di sofferenza, non si impara a gestire. Diventa una parte di ognuno di noi: con il tempo non si alleggerisce, ma diventa addirittura ancora più pesante. Eppure è proprio grazie a quella pesantezza che si impara a guardare le cose da una prospettiva differente, fino ad arrivare a pensare che anche il dolore può essere un valore aggiunto che porta a rivalutare le occasioni perse e ad agire per non temere il rimorso causato dal senno del poi. Un mattone è molto pesante, a volte insopportabilmente, ma senza quel peso, cosa resisterebbe al vento?
Il Cammino di Santiago in taxi
Giovanni Fabiano 5BLL
Ha davvero senso la fatica e la lentezza della ricerca interiore nel Cammino di Santiago quando ci si può arrivare in taxi? Dario Brunori, in arte Brunori Sas, con il suo album “Il Cammino di Santiago in taxi”, avanza una critica sociale, indiretta e pungente, al desiderio di ottenere risultati profondi senza affrontarne realmente la complessità. Il titolo nasce da un aneddoto vero: una signora racconta a Brunori di aver fatto il famoso Cammino di Santiago de Compostela in taxi e per il cantautore cosentino diventa subito una metafora perfetta della nostra contemporaneità. Anche la stesura dell’album ha una storia particolare. Brunori e la sua band cercavano un luogo che avesse una sua personalità, lontano dalla formalità di uno studio di registrazione e trovano questo posto in un convento di cappuccini in Calabria. Volevano suonare come in sala prove, ma dimenticandosi di registrare, per catturare un suono più vero e spontaneo. Dopotutto, verità e spontaneità sono elementi cardini della musica e, soprattutto, della personalità di Dario Brunori. Arrivare in taxi a Santiago significa voler raggiungere la meta, ma saltando tutta la parte importante del viaggio, quindi la fatica, il mettersi alla prova e la scoperta di sé. Tra le canzoni dell’album, una che incarna alla perfezione questo concetto è “Mambo Reazionario”. Qui, Brunori, con una ardita ironia, mescola personaggi e simboli molto diversi tra di loro in modo caotico e apparentemente superficiale. A prova del suo sarcasmo pungente, persino “Che Guevara e Pinochet adesso ballano felici sulle basi di Beyoncé, non si rincorrono più.” Questi accostamenti di figure che rappresentano mondi completamente diversi non sono casuali. Servono a farci riflettere su come la nostra società tenda a semplificare, a mescolare e, a volte, a banalizzare concetti che richiederebbero invece un’analisi più attenta su tutto: è la fretta di voler avere un’opinione su tutto, senza il tempo di approfondire. Se “Il Cammino di Santiago in taxi" è la metafora della superficialità e della fretta, e “Mambo Reazionario” ne è la rappresentazione caotica, “Le Quattro Volte”, un’altra canzone presente nel disco, ne è l’antidoto. Il titolo è un riferimento al film omonimo del regista calabrese Michelangelo Frammartino, un’opera cinematografica che esplora i cicli della vita e della natura in modo contemplativo e quasi senza dialoghi, attraverso l’osservazione di un pastore, una capra, un albero e del carbone. La canzone di Brunori ne riprende lo spirito di riflessione sulla ciclicità e sulla ricerca di un senso. Questa volta, le “quattro volte” sono i quattro stadi della vita: infanzia, adolescenza, età adulta e vecchiaia. Ogni strofa è scandita da un obiettivo futuro, un traguardo da raggiungere, che sia la quinta elementare, la maturità, la fine del mese, il matrimonio o la pensione. E poi arriva il momento in cui diventa chiaro che la costante corsa verso i traguardi “materiali”, senza vivere il percorso, porta a una profonda insoddisfazione:
“E dopo 40 anni forse andarmene in pensione
Con l’orologio d’oro al polso e il gelo dentro al cuore”.
“Il Cammino di Santiago in taxi” è un album uscito nel 2014, ma rimane sempre coerente ai tempi che corrono nella nostra società. Il disco è un invito a rallentare, a non avere paura della fatica e del dubbio. Il vero valore non sta nell’arrivare alla meta, ma in tutto ciò che impariamo e viviamo durante il percorso.
Beatrice Cortese 5BLL
Aretha Franklin, la leggendaria "Queen of Soul", nacque il 25 marzo 1942 a Memphis, nel Tennessee, in una famiglia profondamente segnata dalla musica, dalla spiritualità e da contrasti familiari. Suo padre, C.L. Franklin, era un pastore battista, predicatore itinerante e figura influente nel mondo del gospel, autore di sermoni famosi che attiravano migliaia di fedeli. La madre, Barbara Siggers, era una talentuosa cantante gospel e pianista, ma abbandonò la famiglia quando Aretha aveva solo sei anni per divergenze coniugali e ritornò a Buffalo, lasciando un vuoto emotivo profondo che influenzò l'infanzia della piccola Aretha e la spinse a rifugiarsi nella musica della chiesa. Crescendo a Detroit nella vivace New Bethel Baptist Church del padre, dove il gospel era pane quotidiano e ospiti come Mahalia Jackson e Sam Cooke la ispirarono, Aretha mostrò presto un talento vocale eccezionale, incidendo il suo primo disco gospel a 14 anni; negli anni Sessanta firmò con la Columbia Records per una serie di album pop e jazz che non ebbero grande successo commerciale, ma il vero trionfo arrivò nel 1967 con l'Atlantic Records, dove produsse hit immortali come Respect, che divenne un inno del movimento femminista, I Never Loved a Man (The Way I Love You) e (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, che la resero universalmente nota come la "Queen of Soul". La sua adolescenza fu segnata da eventi drammatici che ne definirono la maturità: divenne madre del primo figlio, Clarence, a soli 12 anni, e del secondo, Eddie, a 14 anni, dopo brevi relazioni con giovani locali della scena musicale di Detroit che non sposò mai. Scelse coraggiosamente di crescere i figli da sola, con l'aiuto della famiglia paterna e della sorella Erma, mantenendo sempre riservata la paternità per proteggerli da curiosità e scandali, un segreto che rivelerà solo parzialmente anni dopo nei suoi memoir. Nel 1961, a 19 anni, sposò Ted White, suo manager e padre del terzo figlio Ted Jr., in un matrimonio appassionato ma tumultuoso e tossico: White, geloso e possessivo, la controllava professionalmente limitando le sue scelte artistiche, e circolavano anche insistenti accuse di violenze domestiche che Aretha superò con il silenzio pubblico fino al divorzio, avvenuto nel 1969, proprio quando la sua carriera stava decollando. Ted Jr. diventerà batterista nella band materna, mantenendo un legame stretto con lei. Aretha tentò una seconda unione nel 1978 con l'attore Glynn Turman, conosciuto sul set di un film: il matrimonio durò sei anni fino al divorzio nel 1984 e la nascita del quarto figlio Kecalf, nato da una relazione successiva. Madre devota e protettiva di quattro ragazzi che crebbe tra palcoscenici e lezioni di vita, affrontò negli anni Settanta difficoltà legate all’abuso di alcol, che la portarono a cancellare alcuni concerti e a periodi di ritiro dalle scene, oltre a fare i conti con problemi di salute, come un'anoressia nervosa che combatté grazie alla terapia e al sostegno della fede. Negli ultimi anni, diagnosticata con un tumore al pancreas nel 2010 una malattia che tenne segreta, visse a Detroit circondata dai figli, dai nipoti e da una cerchia ristretta di amici, rifiutando spesso cure aggressive come la chemioterapia, per preservare la sua iconica voce e godersi la famiglia. Morì il 16 agosto 2018, a 76 anni, nella sua abitazione di Detroit, lasciando un'eredità di resilienza personale intrecciata alla sua trionfale carriera –18 Grammy Awards, la Presidential Medal of Freedom e un posto nella Rock and Roll Hall of Fame – come testimoniato dai suoi imponenti funerali durati otto ore al Greater Grace Temple di Detroit, dove Ariana Grande le rese omaggio con un'emozionante interpretazione di A Natural Woman, davanti a 5.000 persone, tra cui star come Stevie Wonder e politici come Bill Clinton.
I sintomi dell’amore: da Levante a Saffo
Stefania Gualtieri 5BLL
Siamo abituati a considerare l’amore come un qualcosa di unicamente spirituale, un sentimento astratto impossibile da percepire in altri modi. Eppure, durante l’ultima edizione del Festival di Sanremo, la cantautrice siciliana Levante (pseudonimo di Claudia Lagona) ha attribuito all’amore una forza ben più profonda nella sua canzone “Sei tu”, con la quale ha gareggiato. Nel suo testo, infatti, il sentimento non viene descritto solo dal punto di vista psicologico, ma consiste in una vera e propria alterazione fisiologica dell’innamorato:
Ah, non mi sento le gambe
Ah, dove sono le braccia?
E mi manca il respiro
La vista mi abbandona un po'
Mi trema anche la gola, la voce non mi trova
È così, ci si innamora
Tremore, mancanza di respiro e di voce, perdita dei sensi: l’amore diventa una forza travolgente, che prende quasi il totale controllo del corpo. Possiamo cogliere un parallelismo con l’Ode della Gelosia (Frammento 31) della poetessa greca Saffo. Anche in questo componimento, infatti, vengono descritti i sintomi che la vista della persona amata provoca nell’innamorata:
Ma la lingua mi si spezza e subito
Un fuoco sottile mi corre sotto la pelle
E con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie
E su me sudore si spande e un tremito
Le conseguenze fisiche dell’amore - in particolare della gelosia - espresse nel frammento sono quasi le stesse di cui parla Levante. Non c’è stato alcun riferimento diretto da parte della cantante, ma l’immagine corporea è notevolmente simile. L’innamoramento diventa una crisi fisica, difficile da descrivere a parole perché è una forza che travolge il corpo prima ancora di raggiungere la mente. L’eros della cultura greca antica, così come la passione descritta da Levante, è infatti un sentimento così intenso da diventare quasi ineffabile:
Ah, se potessi vestire la mia pelle
Sapresti perché non ho mai trovato il modo
Per spiegare che cos’è l’amore
È grazie al testo di Levante, scritto circa 2600 anni dopo Saffo, che si percepisce come la poesia sia un qualcosa di eterno e come i sentimenti che vengono descritti restino sempre attuali nonostante l’epoca e il contesto.
Aurora Tino 5BLL
Viviamo in un’epoca in cui ogni giorno mostriamo una versione diversa di noi stessi: a scuola, con gli amici, sui social network. Ma quanto di ciò che facciamo rappresenta davvero chi siamo? È una domanda molto attuale, ma se l’era già posta oltre cento anni fa Luigi Pirandello, autore che ha rivoluzionato la letteratura italiana parlando proprio delle “maschere” che ogni persona indossa nella società. Sorprendentemente, questo tema ritorna anche nella musica di Mahmood, uno degli artisti italiani più ascoltati degli ultimi anni. Pirandello sosteneva che nessuno possiede un’identità unica e stabile. Ognuno di noi cambia a seconda delle situazioni e delle persone che ha davanti. Nel romanzo Uno, nessuno e centomila, il protagonista scopre che gli altri lo vedono in modi completamente diversi da come lui immagina se stesso. Da qui nasce una crisi profonda: esiste davvero il nostro “vero io”? Anche oggi questa domanda sembra più attuale che mai. Nelle sue canzoni Mahmood affronta spesso il tema dell’identità personale. I suoi testi parlano di rapporti difficili, fragilità, desiderio di appartenenza e bisogno di sentirsi accettati. Brani come Soldi o Brividi raccontano emozioni autentiche, senza cercare di apparire perfetti. Mahmood mostra le contraddizioni della sua generazione: il bisogno di essere se stessi e, allo stesso tempo, la paura del giudizio degli altri. In un mondo dominato dai social, dove spesso si costruisce un’immagine ideale di sé, le sue canzoni sembrano quasi una risposta moderna alle riflessioni di Pirandello. Pirandello non poteva immaginare Instagram o TikTok, ma le sue idee sembrano descrivere perfettamente il presente. Sui social molte persone mostrano soltanto una parte di sé: quella più bella, divertente o interessante. In pratica, indossano una “maschera digitale”. Mahmood, invece, attraverso la musica prova spesso a rompere queste maschere, raccontando emozioni vere e lati più fragili della vita. Letteratura e musica vengono spesso considerate mondi lontani, ma in realtà affrontano gli stessi temi. Pirandello lo faceva attraverso romanzi e teatro; Mahmood lo fa con le canzoni. Entrambi invitano a riflettere su una domanda che riguarda soprattutto i giovani: quanto siamo influenzati dallo sguardo degli altri? E quanto è difficile essere davvero se stessi?Il collegamento tra Luigi Pirandello e Mahmood dimostra che alcuni temi non passano mai di moda. Anche se separati da più di un secolo, entrambi raccontano una delle difficoltà più grandi dell’essere umano: trovare la propria identità in una società che spesso ci chiede di indossare continuamente nuove maschere.