Il segreto di Majorana a Chiaravalle Centrale
Caterina Maria Filomena Donato 4ALS
Questa è una storia che mi ha catturata fin dal primo momento in cui l’ho letta: racconta di Ettore Majorana, uno scienziato siciliano del Novecento, un genio così grande che, a volte, la sua intelligenza sembrava quasi spaventosa. Basti pensare che Enrico Fermi, uno dei fisici più famosi al mondo, diceva di lui che era al livello di Einstein. Eppure, nel 1938, Ettore scomparve nel nulla. Nessuno sa davvero che fine abbia fatto: c’è chi dice che si sia gettato in mare, chi pensa che sia fuggito in Argentina… ma io voglio credere a un’altra storia, una storia che riguarda la nostra Chiaravalle Centrale. Si dice che Majorana, stanco e deluso, abbia cercato un posto dove il mondo non potesse più seguirlo. Forse aveva visto troppo, capito troppo, e non voleva far parte di ciò che stava cambiando così velocemente intorno a lui. Secondo alcune leggende, sarebbe arrivato qui, nel silenzio dei nostri boschi e tra le strade tranquille del paese, rifugiandosi nel vecchio sanatorio. Nessuno lo avrebbe riconosciuto; nessuno lo avrebbe disturbato. Lì, tra mura antiche e rumori ovattati, avrebbe trascorso gli ultimi giorni della sua vita. Si dice sia morto nel 1939 e che forse ora riposa sotto una tomba senza nome proprio nel nostro cimitero. Lo confesso: mentre leggevo questa storia, ho cominciato a immaginarlo. Vedo Ettore Majorana seduto vicino a una finestra del sanatorio, il viso segnato dalla stanchezza, ma gli occhi vivi e profondi, pieni di pensieri e calcoli che solo lui poteva capire. Penso a quanto dovesse essere difficile convivere con un’intelligenza così grande, così diversa da quella degli altri. Quando penso a lui, provo un misto di ammirazione e tristezza, perché un genio del genere, invece di essere celebrato, ha scelto il silenzio. Secondo me, Majorana non è fuggito per paura. È scomparso perché non voleva che la sua mente venisse usata per fare del male, per creare armi, per alimentare guerra e distruzione. Ha scelto un posto piccolo, tranquillo, dove nessuno fa troppe domande, dove il silenzio può coprire tutto e lasciare spazio solo ai pensieri. Il sanatorio di Chiaravalle, isolato e nascosto tra alberi e nuvole, forse gli appariva come un rifugio. E lì, tra il rumore del vento e il canto degli uccelli, avrebbe trovato l’unica cosa che cercava davvero: la pace. Io voglio credere a questa storia. Voglio pensare che un uomo così straordinario, un genio del pensiero e dei numeri, abbia trovato finalmente un luogo dove essere se stesso, lontano da tutto e tutti, a contatto solo con le proprie idee e con la natura che lo circondava. E mi chiedo: quante altre storie misteriose e straordinarie si nascondono nei nostri paesi, nei luoghi che diamo per scontati ogni giorno? Quante vite incredibili hanno scelto il silenzio, proprio come Ettore? E voi, cosa ne pensate? È solo una leggenda, oppure uno dei segreti più grandi che Chiaravalle Centrale custodisce da sempre, tra le sue strade, le sue case e il silenzio dei suoi boschi? Io, per ora, voglio crederci. Voglio pensare che Ettore Majorana sia davvero stato qui e che, nel suo piccolo rifugio, abbia trovato la pace che il mondo non è riuscito a dargli.
Pentedattilo e le cinque dita del diavolo
Giovanni Fabiano 5BLL
Pentedattilo - o Pentidattilo -, colonia greca fondata nel 640 a.C. dai Calcidesi, è oggi un borgo abbandonato della provincia di Reggio Calabria ed è stato definito uno dei luoghi più suggestivi della regione. Ad attirare subito l’attenzione è senza dubbio il suo nome: il toponimo “Pentedattilo” significa “cinque dita” (dal greco Pentadáktylos). Questo è un chiaro riferimento alla conformazione delle rocce che caratterizzano la città: una sporgenza del monte Calvario che si distribuisce in cinque punte rocciose e che richiama la forma di una mano. Ma perché “del diavolo”? Dopo i Calcidesi, Pentedattilo fu sottoposto al dominio romano, periodo in cui divenne un fortino di controllo sulla fiumara di Sant’Elia, di accesso strategico per i monti dell’Aspromonte. Terminato il dominio romano, il borgo venne parzialmente abbandonato fino al XVII secolo, quando venne acquistato dai Marchesi Alberti. La famiglia Alberti era da tempo rivale di quella degli Abenavoli e per porre fine alle loro ostilità si pensò ad un matrimonio fra il barone Bernardino Abenavoli e la figlia del marchese Domenico Alberti, Antonietta. Nonostante il matrimonio avesse un carattere “riparatorio”, Bernardino era realmente innamorato della donna, ma non era l’unico: anche Don Petrillo Cortez, figlio del viceré di Napoli, conobbe Antonietta e chiese la sua mano al fratello Lorenzo, che, in assenza dei consigli del padre, morto da poco, acconsentì. La notizia scatenò non pochi malcontenti e il barone Bernardino decise di vendicarsi della famiglia degli Alberti. La notte del 16 aprile 1686, insieme ad alcuni uomini armati, fece irruzione nel castello degli Alberti a Pentedattilo sorprendendo Lorenzo nel sonno e uccidendolo a colpi di lame e fucili. Dopodiché, percorse il castello uccidendo e torturando chiunque gli capitasse malauguratamente davanti, compreso un bimbo di soli nove anni.
Paradossalmente, a venire risparmiati furono proprio Antonietta e Don Petrillo, che venne messo in prigione. Bernardino e la sua promessa sposa riuscirono poi a rifugiarsi nel castello di Montebello, dove si sposarono. Venuto a conoscenza della strage, il viceré Cortez inviò una milizia che liberò Don Petrillo e catturò alcuni uomini di Bernardino, i quali vennero decapitati e le loro teste appese ai merli del castello degli Alberti. Bernardino e Antonietta, tuttavia, riuscirono a fuggire, ma non insieme: lei si nascose in un convento, ottenne l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota e rimase a vita in clausura; lui si rifugiò prima a Malta e poi a Vienna, dove morì nel 1692 dopo essersi arruolato nell’esercito austriaco. Le interpretazioni della vicenda sono numerose. Secondo una leggenda, le cinque dita del diavolo sarebbero un richiamo alla mano di Lorenzo, rimasta a sanguinare tutta la notte della strage. Una cosa è sicura: gli abitanti di “Pentedattilo nuovo” - oggi una frazione di Melito di Porto Salvo - non si avvicinano più al paese vecchio dopo il tramonto. Le storie raccontano che la notte del 16 aprile in paese appaiono strane ombre e suoni insoliti: madri che stringono i figli per mano, spiriti che impugnano coltelli o persino le urla di Lorenzo Alberti sono solo alcuni esempi. Oggi la parte del borgo antico è disabitata, non solo per il mistero fitto che lo ricopre, ma anche a causa di varie scosse di terremoto che nel tempo contribuirono all’abbandono totale del paese. Tuttavia, non tutto è perduto: ultimamente i cosiddetti “paesi fantasma” esercitano un enorme fascino su chi è alla ricerca di storie e leggende, e per questo Pentedattilo sta lentamente acquisendo notorietà. Oltre alle sue macabre vicende, anche i suoi splendidi dintorni aspromontani, perfetti per escursioni di trekking, e il “Pentedattilo Film Festival”, che ogni estate ripopola il borgo con una rassegna cinematografica, rappresentano perfetti esempi di attrazioni turistiche per un borgo ormai quasi sconosciuto nella nostra regione.
Calenda: la storia di un uomo prima che di un brigante
Caterina Maria Filomena Donato 4ALS
A Chiaravalle, quando si dice “Calenda”, non si parla solo di un brigante.
Si parla di un uomo che è esistito davvero, con un nome, una casa, una madre, forse dei figli. Si parla di Giuseppe Gareri, nato qui nel 1843 e morto nel 1930, che la storia ha ricordato più per ciò che ha fatto che per ciò che è stato.
Eppure, prima di diventare “Calenda”, era solo Giuseppe.
Un ragazzo cresciuto in una Calabria povera, aspra, senza alternative. Una terra dove si nasceva già in debito con la vita, dove il lavoro mancava, la legge era lontana e la miseria era quotidiana. In quel mondo fragile, molti uomini hanno sbagliato strada. Giuseppe è stato uno di loro.
Le sentenze della Corte di Assise raccontano reati, violenze, colpe. E quelle colpe restano. Non si cancellano con le parole, né con la compassione. Ma tra una sentenza e l’altra c’è un vuoto che la carta non può raccontare: la fame, la paura, la rabbia, l’umiliazione. C’è la solitudine di chi non vede un futuro possibile.
E io credo che sia proprio lì che bisogna guardare, se vogliamo davvero capire.
Non per giustificare.
Ma per non disumanizzare.
Perché quando smettiamo di vedere l’uomo, è facile trasformare tutto in leggenda o in mostro. Invece, Giuseppe Gareri è stato entrambe le cose che spesso non vogliamo tenere insieme: responsabile delle proprie azioni e figlio di un tempo ingiusto.
Forse nessuno gli ha mai insegnato un’altra lingua che non fosse quella della forza. Forse nessuno gli ha mai mostrato una strada che non fosse quella della montagna. Forse, semplicemente, non ha avuto scelta — o non ha saputo vederla.
Questo non lo rende innocente.
Lo rende umano.
E raccontarlo oggi serve a questo: a ricordarci che dietro ogni nome che la storia consegna al disprezzo o alla gloria, c’è sempre una vita fragile, incompleta, contraddittoria. Una vita come tante, che sarebbe potuta andare in un altro modo.
Calenda non è un eroe.
Non è un modello.
È una storia che ci riguarda.
Perché parla di cosa succede quando una terra non protegge i suoi figli. Quando la povertà diventa destino. Quando la solitudine diventa legge.
E io lo racconto così, oggi, non per assolverlo e non per condannarlo, ma per restituirgli ciò che la storia spesso toglie per prima: l’umanità.
Garibaldi ferito in Aspromonte
Giovanni Fabiano 5BLL
Proclamato il Regno d’Italia il 17 marzo 1861, dal progetto unitario rimaneva ancora fuori lo Stato Pontificio. L’annessione di Roma e del Lazio alla nuova Italia si tramutò nella celebre “questione romana”, un percorso lungo e problematico che solo il 20 settembre 1870 fu risolto con la Breccia di Porta Pia. Le truppe italiane posero fine al dominio pontificio e trasferirono la capitale (che nel frattempo era passata da Torino a Firenze) a Roma. La Città Eterna, per la sua longevità e importanza storica, era stata proclamata capitale del Regno d’Italia nella seduta del Parlamento del 27 marzo 1861 dal presidente del Consiglio dei ministri Cavour. Quest’ultimo, però, non riuscì a vedere il progetto compiuto, poiché morì nel mese di giugno. Il successore di Cavour fu inizialmente il toscano Bettino Ricasoli, il cui governo durò poco a causa di alcuni scontri con lo Stato Pontificio di Papa Pio IX. Infatti, ciò che rendeva la questione romana una faccenda così cauta e difficile da gestire era l’ostilità del pontefice nei confronti del nuovo Regno, considerato avverso alla Chiesa a causa delle leggi Siccardi che avevano avviato un processo di laicizzazione dello Stato italiano. Dopo Ricasoli, il governo passò a Urbano Rattazzi: sotto la sua amministrazione ebbe luogo la cosiddetta Giornata dell’Aspromonte.
Protagonista dell’evento fu Giuseppe Garibaldi, il quale, uscito vittorioso dalla spedizione dei Mille, tentò una nuova impresa mirata alla presa di Roma, questa volta andando contro la volontà del Regno. Giunto in Sicilia, fu accolto con entusiasmo dalla popolazione locale, pronta a sostenere un’ulteriore iniziativa rivoluzionaria, sintetizzata nel celebre motto “O Roma o morte”. Nella notte del 25 agosto 1862 salpò da Catania a bordo di alcuni piroscafi e approdò la mattina seguente in Calabria, tra Melito e Capo dell’Armi, nei pressi di Sant’Elia di Montebello Jonico. L’arrivo in Calabria fu decisamente complesso. Non è chiaro cosa accadde esattamente all’uscita del porto di Catania, ma non appena i volontari misero piede a terra e iniziarono a muoversi lungo il litorale in direzione di Reggio Calabria, una squadra della Regia Marina (la forza navale del Regno d’Italia, oggi Marina Militare) aprì il fuoco per arrestarne l’avanzata. A questo punto Garibaldi fu costretto a deviare verso il massiccio dell’Aspromonte. Il patriota non desiderava in alcun modo uno scontro armato e per questo ordinò ai suoi uomini di non rispondere al fuoco. La sera del 28 agosto, le truppe — nel frattempo notevolmente ridotte e stremate dalla fame — raggiunsero una posizione facilmente difendibile, a pochi chilometri da Gambarie, nel territorio di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Nonostante ciò, appresa la notizia dell’arrivo di una consistente colonna del Regio Esercito, Garibaldi decise di fermarsi e attendere: proseguire la fuga sarebbe stato ormai inutile. Sebbene i garibaldini non opponessero resistenza, Garibaldi venne colpito da due pallottole di carabina e, appoggiato a un pino, ancora oggi esistente, fu soccorso da tre chirurghi aggregati ai volontari. Invitato alla resa dal tenente Rotondo, venne infine disarmato: la spedizione per la conquista di Roma era fallita. Il plebiscito che sancì l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia ebbe luogo solo otto anni più tardi, grazie a condizioni politiche internazionali particolarmente favorevoli, che resero più semplice la missione. Tuttavia, Garibaldi ferito in Aspromonte lasciò un segno profondo: il suo sacrificio rese la Calabria protagonista del Risorgimento, ricordando come l’unità del nostro Paese sia passata anche da questa terra.
La Varia di Palmi
Francesca Donato e Sestito Valeria 5ALS
La Varia di Palmi è una festa popolare che si svolge a Palmi, cittadina in provincia di Reggio Calabria, l’ultima domenica di agosto, con cadenza pluriennale, in onore di Maria Santissima della Sacra Lettera, patrona e protettrice della città. La devozione dei cittadini di Palmi per la Madonna della Sacra Lettera nacque a seguito di un dono ricevuto dalla popolazione di Messina, come segno di riconoscenza per l’aiuto prestato durante l’epidemia di peste che nel 1575 colpì duramente le coste calabresi e siciliane. Nel 1582, Giuseppe Tigano portò con sé alla marina di Palmi un capello della Madonna. Successivamente, ispirandosi a una tradizione di Messina, anche a Palmi fu realizzato un gigantesco carro votivo che rappresenta l’Assunzione di Maria in cielo, chiamato “Varia”. Il termine “Varia” è la traduzione dialettale di “bara”: infatti, la base di legno del carro sacro, detta “u cippu”, rappresenta una bara nella quale giace il corpo della Madonna, dalla quale si eleva per essere assunta in cielo in anima e corpo. Fino al Novecento la Varia veniva trasportata a spalla dai portatori; grazie poi a un’idea di Giuseppe Militano, questo carro fu in parte meccanizzato, poiché venne fatto scivolare a spinta su alcune lastre di granito. La struttura conica, alta sedici metri e con un peso di circa duecento quintali, riproduce le nuvole e il cielo ed è rivestita di cartapesta bianca e argentea. Sulla cima è collocato un meccanismo sferico che simboleggia il globo terrestre e, al di sopra, vi è una piattaforma sulla quale si colloca colui che interpreta il “Padreterno”. Ancora più in alto si trova un seggiolino su cui siede la bambina che rappresenta la Vergine Maria, detta “Animella”. Sulla nuvola raffigurata vengono posizionati circa trenta angioletti, interpretati da bambini e bambine palmesi. Altri personaggi importanti presenti sono i dodici uomini che rappresentano i dodici apostoli. L’imponente carro votivo viene trasportato da circa duecento “mbuttaturi”, cioè uomini appartenenti alle cinque antiche corporazioni della città di Palmi: artigiani, bovari, carrettieri, contadini e marinai, che si distinguono grazie al diverso colore del vestiario. Tutti i figuranti vengono scelti tramite vere e proprie elezioni dai cittadini palmesi, alcuni mesi prima della festa. Dal 2013 questa tradizione è stata proclamata Patrimonio orale e immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. Dopo l’importante riconoscimento, la Varia di Palmi ha acquisito maggiore notorietà e apprezzamento nel mondo; allo stesso tempo, però, non sono mancate polemiche riguardo ai rischi a cui si espongono i partecipanti alla manifestazione.
La Monachella di Sant’Andrea
Caterina Maria Filomena Donato 4ALS
Ci sono storie che non impari sui libri. Te le porti dietro da quando sei bambina, perché qualcuno te le racconta piano, magari la sera, con rispetto. La storia della Monachella di Sant’Andrea io la conosco così: attraverso la voce di mio padre. Non è una leggenda inventata per spaventare i bambini. È una storia vera, di paese, di fede, di sofferenza reale. Ed è per questo che va raccontata con attenzione. La Monachella non era un fantasma. Era una donna vera: Maria Antonia Samà, nata a Sant’Andrea Apostolo dello Ionio. Da bambina si ammala gravemente dopo aver bevuto acqua contaminata da un pozzo. Da quel momento iniziano dolori, urla improvvise, movimenti incontrollabili. In un tempo in cui la medicina non aveva risposte, la paura prende il posto della comprensione. È allora che la baronessa del paese decide di portarla alla Certosa di Serra San Bruno, convinta che i monaci possano aiutarla. Il viaggio dura ore, a dorso di mulo, attraverso le montagne. Maria Antonia è solo una bambina, malata, affidata alla fede degli adulti. Alla Certosa viene posta davanti alle reliquie di San Bruno. I monaci pregano a lungo, senza interruzione. E secondo quanto tramandato da chi era presente, accade qualcosa che segna per sempre questa storia: la bambina, che non si muoveva, si alza da sola e si getta ai piedi della statua del santo, come se lo vedesse. I vestiti che indossava vengono bruciati. Un gesto simbolico: come a dire che quello che c’era prima era finito. Per un periodo, Maria Antonia migliora. Ma la malattia ritorna, diversa, più dura. Rimane immobile a letto, in una posizione dolorosa, e lì resta per sessant’anni. Sessant’anni senza camminare. Sessant’anni senza fuggire. Eppure, invece di indurirsi, diventa una presenza di pace. La gente sale da lei, parla, piange, prega. Maria Antonia ascolta tutti. Non giudica. Non promette miracoli. Ma chi entra nella sua stanza esce diverso. Nel 1915 indossa un velo nero. Da allora, per tutti, diventa “a Monachella”. Mio padre me la descriveva così: non come qualcosa che fa paura, ma come una presenza che passa quando ne hai bisogno. Una presenza che non spaventa, ma avvisa. Una donna piccola, fragile, che dal suo letto ha fatto più di tanti che hanno camminato liberi per tutta la vita. Forse è per questo che la sua storia è rimasta. Perché non parla di apparizioni, ma di resistenza. Non di paura, ma di ascolto. E ogni volta che la racconto, in fondo, non sto parlando solo della Monachella di Sant’Andrea. Sto restituendo voce a mio padre. E a una donna che il silenzio non è riuscito a cancellare.