Rebecca Horn: l’artista che dava ali al corpo e anima alle macchine
Lucrezia Corrado 4ALS
Cosa succede quando il confine tra il nostro corpo e il mondo esterno si rompe? A questa domanda ha cercato di rispondere per tutta la vita Rebecca Horn, una delle artiste più visionarie del nostro tempo, nata in Germania nel 1944 e scomparsa nel settembre 2024. La storia di Rebecca non inizia in un museo, ma in un ospedale. Ventenne, contrae un grave avvelenamento ai polmoni causato dalla lavorazione con materiali tossici come la fibra di vetro, ed è costretta a trascorrere tre anni in isolamento. È proprio in quel periodo di fragilità che nasce la sua arte: impossibilitata a muoversi, inizia a disegnare protesi, estensioni e ali per “uscire" dai propri limiti fisici e colmare i vuoti del corpo umano. Le sue prime opere, le Body Extensions, rappresentano un percorso evolutivo e si concentrano principalmente sulla relazione performativa del tatto, inteso sia come azione fisiologica di toccare o toccarsi, sia come mezzo di contatto e relazione con qualcosa o qualcuno. L'artista in quanto scultrice si concentra sul tatto, il senso che più si sviluppa nella scultura. Va inoltre ridimensionata l’opinione comune secondo cui i recettori della percezione tattile non abbiano un proprio organo sensoriale. In realtà, il tatto umano è collocato nel più ampio e complesso degli organi di senso: la pelle. Con il passare degli anni, Rebecca Horn ha smesso di usare il proprio corpo e ha iniziato a costruire macchine. Ma non si trattava di robot industriali freddi e precisi: le sue installazioni sono poetiche, fragili e a tratti inquietanti. Violini che suonano da soli, sospesi nel vuoto; piume di pavone che si aprono e chiudono come un respiro meccanico; pistole che sparano vernice rossa contro le pareti, come un'esplosione di rabbia o di passione. Queste opere sembrano avere un’anima: soffrono, si corteggiano, si muovono con una grazia quasi umana. Non seguono movimenti meccanici costanti, ma adottano ritmi lenti, pause improvvise e accelerazioni che ricordano il battito cardiaco o il respiro. In alcune installazioni Horn assegna compiti “emotivi”: per esempio, due macchine che si avvicinano fino a creare una scintilla elettrica, per poi ritirarsi, ricordando un bacio e la paura del contatto. In The Turtle Sighing Tree, i tubi di rame sembrano emettere sospiri o sussurri. La macchina non "lavora", ma sembra lamentarsi o sognare ad alta voce. Horn libera questi elementi dal dovere di essere utili e li trasforma in strumenti di espressione spirituale, dimostrando che anche la tecnologia può essere usata per comunicare sentimenti profondi.
“Il mio corpo finisce dove io decido di arrivare”: con questa frase si può sintetizzare la ricerca artistica di Rebecca Horn, in cui il corpo, l’arte e la tecnologia si fondono per superare i limiti e aprire nuove possibilità espressive.
Lady Jane Grey
“La regina dei 9 giorni”
Denise Sestito 4ALS
Quanti sono gli eventi importanti che hanno costruito quella che noi chiamiamo “storia”? Ebbene, come si sa, sono molti. Sono talmente tanti da poterci scrivere un libro e, pagina dopo pagina, riga dopo riga, ripercorrere quei momenti storici di cui tutti abbiamo memoria senza neanche averli vissuti. Ma se invece ci soffermassimo su quelle storie di cui pochi si accorgono? Allora noteremmo che, proprio ai margini delle pagine, tra le righe su cui nessuno scrive, si celano una miriade di altre vite, sensazioni e destini diversi, inevitabilmente intrecciati l’uno con l’altro.Un esempio è la storia di Lady Jane Grey.
La sua vicenda si snoda in un’epoca affascinante ma molto turbolenta: l’epoca dei Tudor.
Jane nacque in questo tempo, nel 1537, figlia di Henry Grey, marchese di Dorset e Frances Brandon, a sua volta figlia di Mary Tudor, sorella di Enrico VIII, re d’Inghilterra. Dato il suo legame di sangue reale, ella godeva del titolo di lady, che la rese oggetto di interesse per molti. Di aspetto esile e di fede protestante, si distingueva dalle cugine Maria ed Elisabetta per il suo intelletto e la costante voglia di conoscere, tanto che a dodici o tredici anni si dice abbia letto il Fedone di Platone in greco. Purtroppo, a soli quindici anni, Jane dovette sottostare a un matrimonio combinato per consolidare il potere della sua famiglia e divenne la sposa di Guilford Dudley, figlio del consigliere durante il breve regno di Edoardo VI (unico erede maschio di Enrico VIII). Aggirando le regole di successione volute da Enrico VIII, lady Jane fu proclamata regina d’Inghilterra il 9 luglio 1553, a soli sedici anni. Ma il suo regno non era destinato a durare più di nove giorni, infatti, sua cugina Maria, legittima erede al trono, rivendicò i propri diritti in modo feroce, depose la giovane regina e la imprigionò nella Torre di Londra per otto mesi. Jane venne accusata di alto tradimento e il 12 febbraio 1554 fu giustiziata senza alcuna causa lecita. È assurdo adesso pensare che la vita di una ragazza di soli diciassette anni, ancora piena di ambizioni e speranze, sia stata strappata via in modo così crudele.
Se ricordiamo la sua storia, lo dobbiamo anche al pittore francese Paul Delaroche, che, trecento anni dopo i fatti, nel 1833, dipinse “L’esecuzione di Lady Jane Grey”, mostrando l’ultimo atto del suo triste racconto.
Oggi questo dipinto è esposto alla National Gallery di Londra.
In primo piano emerge la figura della giovane, vestita di bianco, colore scelto dal pittore per simboleggiare la sua innocenza. Ella ha gli occhi bendati e il viso incredulo e terrorizzato, mentre tende le mani tremanti alla ricerca del ceppo. Il signore accanto a lei, che l’aiuta a piegarsi e sembra guidarla verso il suo triste destino, è John Fecknman, decano della chiesa di St. Paul, mentre più lontano a destra si intravede il boia che attende con la mannaia. Dall’altra parte dello sfondo, due dame piangono disperate. La scena è ambientata nella Torre di Londra, anche se storicamente l’esecuzione avvenne a Tower Hill. Attraverso luci, colori e dettagli, Delaroche accentua il dramma e la compassione, concentrandosi soprattutto sulle mani nel vuoto e sulla fragilità del corpo della giovane.